philosophy

L’ origine dell’ opera d’ arte – Martin Heidegger

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L’ origine di qualcosa è ciò che qualcosa è essendo così com’ è, è l’ essenza della data cosa. Si potrebbe rintracciare equivocamente, innanzi tutto e per lo più, l’ origine dell’ opera d’ arte nel concreto originarla, darle vita da parte dell’ artista; ma in egual misura l’ opera d’ arte risulterebbe l’ origine dell’ artista (con il rischio di entrare così in un circolo vizioso), in quanto artista è colui che trasforma la materia, la utilizza per dare vita a qualcosa di artistico (presupponendo per altro il concetto di arte che invece è fine ultimo della dimostrazione heideggeriana). Bisogna dunque definire l’ essenza dell’ arte in quanto tale, che però solo l’ opera d’ arte ci può fornire: viene così a formarsi un circolo ermeneutico dentro il quale ci si deve saper muovere per l’ essenza stessa del domandare. Ricordando la struttura formale della domanda sull’ essere delineata nel paragrafo 2 di Essere e Tempo, filosofare significa domandare (Fragen) e ogni domandare è un cercare (Suchen). Al fine di determinare il “che è” e l’ “esser-così” dell’ ente, cioè allo scopo di definirlo in quanto tale, nella sua essenza, il cercare diviene un ricercare (Untersuchen). Nell’ “origine dell’ opera d’ arte” l’ interrogato di questa ricerca ontologica è l’ opera d’ arte, il cercato è la sua origine e il ricercato è l’ essenza dell’ arte in generale. L’ esser pietroso sta però nell’ edificio, così come l’ esser-colorato sta nel quadro: dunque l’ opera d’ arte è anzitutto una cosa, ma è anche qualcos’ altro, al di sopra della cosalità; quest’ altro è ciò che essenzialmente costituisce l’ artistico. Ma poichè non può essere omessa la cosalità, la materialità dell’ opera, dobbiamo interrogare,attraverso l’ apertura che l’ opera d’ arte (come vedremo) ci fornirà, l’ essere cosa della cosa. Il termine “cosa” indica l’ essere presente, il sussistere, indica tutto ciò che non è il mero nulla. Ma vi sono cose che appaiono (tutti gli enti percepibili attraverso i sensi) e cose in sè (come le tre antinomie kantiane di mondo nella sua totalità, anima e Dio) : ci troveremmo però perplessi a definire come cose l’ Esser-ci o gli animali, nei loro caratteri esistenziali rispettivamente di formatore di mondo (Welt) e di aventi a che fare con ambienti (Umwelt) ristretti (povertà, ma non assenza di mondo), così come susciterebbe scalpore definire come cose ad esempio l’ idea di Dio o di spirito o di universo. Dunque il termine cosa indica propriamente ciò che è semplicemente cosa e null’ altro, ciò che è pura cosalità e non ad esempio essere-qui o essere utilizzabile: solo le mere cose possono definirsi propriamente cose . La sperimentazione originaria greca dell’ essere dell’ ente aveva fornito già a suo tempo una soddisfacente definizione di questo concetto attraverso la bipartizione in upokeimenon (cosità, essenza, nocciolo della cosa) e sumbebekota (caratteristiche ontiche della cosa) , ma la traduzione metafisica dei termini in substantia e accidens ha dimenticato per strada l’ intuizione ontologica greca e ha determinato inautenticamente il concetto abituale che tutt’ oggi si ha innanzi tutto e per lo più. Assumendo una concezione di cosa come supporto delle sue caratteristiche si smarrisce la distinzione tra ente-cosa ed ente-non-cosa in quanto qualsiasi ente in generale può essere messo in luce da tale visione pregiudizievole. Tenendo fede all’ imperativo del maestro fenomenologo Edmud Husserl “alle cose stesse! ” , Heidegger predica che bisogna lasciar manifestare alle cose stesse la loro cosità, occorre fare sì che la cosa riposi nel suo stesso essere e si faccia innanzi nel suo nascondimento. Per questo motivo l’ analisi heideggeriana procede nell ‘ analisi di un’ opera d’ arte in generale, affinchè attraverso di essa possa essere in grado di cogliere fenomenologicamente ciò che essenzialmente la rende tale, ovvero l’ essenza (e quindi l’ origine) dell’ opera d’ arte. Il quadro scelto è una delle tante rappresentazioni di Van Gogh di un semplice mezzo utilizzabile: un paio di scarpe da contadino. Va ricordato che precedentemente Heidegger aveva evidenziato la particolare e caratteristica posizione intermedia dei mezzi utilizzabili tra opera d’ arte e mera cosa: l’ opera è frutto di un’ attività umana così come il mezzo, ma per l’ autosufficienza del suo essere presente priva di usabiltà si avvicina alla mera cosa nel suo essere sorta da sè. Il chiarimento dell’ essere mezzo del mezzo non può venire sviluppato dall’ attività progettante dell’ uomo (al contrario di quanto aveva precedentemente affermato in Essere e Tempo) nè tantomeno dalla mera contemplazione di un mezzo qui presente. “La contadina porta semplicemente le sue scarpe”, le adopera nella pratica quotidiana e concreta e attraverso di esse viene alla luce un carattere esistenziale del mezzo intramondano, ovvero la sua utilizzabiltà  che ne permette la comprensione quotidiana. Prendendomi cura degli enti intramondani imparo infatti a concepirli nel loro proprio modo di essere: la Zuhandenheit, l’ essere costantemente a portata di (Zu) mano (Hand). Ma l’ usabilità riposa nella pienezza dell’ essere essenziale del mezzo, che nella concretezza dell’ uso quotidiano si oblia nascondendosi. L’ essere essenziale del mezzo utilizzabile è la sua fidatezza, ciò per cui mi sento sempre a mio agio e confido senza esitazione  nel mio ambiente in quanto essere-nel-mondo. “In virtù sua la contadina confida, attraverso il mezzo, nel tacito richiamo della terra; in virtù della fidatezza del mezzo essa è certa del suo mondo. Mondo e terra ci sono per lei, e per tutti coloro che sono con lei nel medesimo mondo (…) la fidatezza del mezzo dà al mondo immediato la sua stabilità e garantisce alla terra, la libertà del suo afflusso costante”. La fidatezza in quanto essenza della cosa non ci è stata svelata dalla descrizione di un ente qui presente nè tantomeno dal mero utilizzo del mezzo. Van Gogh ha astratto le scarpe dal loro mondo (nel quale esse hanno semplicemente un valore d’ uso) dipingendole materialmente su una tela. Riportandole in un ‘ opera d’ arte esse sono diventate testimoni aprenti del mondo in cui innanzi tutto e per lo più sono situate, hanno disvelato ai nostri occhi quello specifico mondo nella sua pienezza, facendoci scorgere la fronte madida di sudore della contadina e le braccia villose che impugnano l’ aratro, ci ha permesso di odorare l’ aria aperta dei campi all’ alba e la clausura della modesta dimora in cui ogni sera, umilmente, la contadina rincasa e si toglie le scarpe sporche di terra e di fango. Nell’ opera d’ arte è dunque in opera l’ evento della verità, intesa nel concetto greco di aletheia. La metafisica ha infatti concepito la verità nei termini di un’ adequatio tra giudizio e oggetto attraverso tre tesi, a detta di Heidegger (Essere e Tempo, paragrafo 44), infondate: 1) il giudizio, l’ asserzione è il luogo della verità. 2) l’ essenza della verità sta nella concordanza tra giudizio e oggetto su cui esso verte. 3) la concezione aristotelica di verità, che riassume le prime due. Viene così lasciato irrimediabilmente indeterminato il modo d’ essere degli elementi che entrano in relazione di concordanza e il carattere ontologico della concordanza stessa. Bisogna invece tornare all’ intuizione ontologica greca: concependo la verità con un carattere di privazione ( evidenziato dall’ alfa privativo di aletheia) il concetto viene così a indicare originariamente il non nascondimento del fenomeno. Asserire viene così ad assumere il significato di lasciare manifestare il fenomeno così come si mostra in quanto tale, e un’ asserzione vera, in quanto modalità dell’ interpretazione radicata nell’ apertura comprendente dell’ Esserci, è quella che scopre l’ ente  dal suo celarsi così come esso è in se stesso. L’ aletheia è una sottrazione,un furto, un portare via dell’ ente dal coprimento che lo caratterizza essenzialmente. Il quadro porta in sè le regole da lui stesso dettate per una comprensione originaria ed esistenziale del mezzo raffigurato, poichè, come appena detto, la verità non si relaziona appiattendosi su una res semplicemente presente, è il quadro stesso ad aprire le proprio condizioni di verità. Viene così a costituirsi un’ inversione di rapporti di priorità tra quadro e mondo: non è il mondo a generare il quadro ma il quadro ad aprire un suo mondo con le sue regole estetiche e gnoseologiche, c’ è una realtà storica che si apre a partire dal quadro e non viceversa. Il quadro, pur aprendo nuove vie più originarie di comprensione ontologica, non fa violenza alla nostra interpretazione quotidiana dei mezzi utilizzabili, ma unisce e apre significati più profondi che nel nostro innanzi tutto e per lo più non siamo in grado di tematizzare: la sospensione del rapporto quotidiano che essenzialmente ci permette la comprensione dell’ essere-nel-mondo (Essere e Tempo, paragrafo 16) non avviene attraverso una sospensione dell’ appagatività del mezzo ma attraverso la semplice contemplazione di un’ opera d’ arte. Viene confermata così l’ ontologia di Essere e Tempo: se la cosa è il risultato di significati che si svelano e di altri che rimangono celati, l’ opera d’ arte, attraverso l’ apertura di mondo che gli è propria, fa vedere in che senso un ente metta al mondo una serie di significati ed altri li serbi nascosti, mette in luce in che senso l’ Esserci si rapporta alle e interpreta le cose. In sintesi, citando le parole di Heidegger :  “Ciò che abbiamo potuto stabilire è l’esser-mezzo del mezzo.  Ma come? Non mediante la descrizione e l’analisi di un paio di scarpe qui presenti.  Non mediante l’osservazione dei procedimenti di fabbricazione delle scarpe, e neppure mediante l’osservazione di qualche uso di calzature.  Ma semplicemente ponendoci innanzi a un quadro di Van Gogh.  E’ il quadro che ha parlato.  Stando nella vicinanza dell’opera ci siamo trovati improvvisamente in una dimensione diversa da quella in cui comunemente siamo.  L’opera dell’arte ci ha fatto conoscere che cosa le scarpe sono in verità (…) è solo nell’opera e attraverso di essa che viene alla luce l’esser mezzo del mezzo.  Che significa ciò? Che cos’è in opera nell’opera? Il quadro di Van Gogh è l’aprimento di ciò che il mezzo , il paio di scarpe, è in verità.  Questo ente si presenta nel non –nascondimento (Unverborgenheit) del suo essere, il non-esser-nascosto dell’ente è ciò che i Greci chiamavano aletheia. Noi diciamo:’verità? , e non riflettiamo sufficientemente su questa parola .  Se ciò che si realizza è l’aprimento dell’ente in ciò che esso è e nel come è, nell’opera è in opera l’evento (Geschehen) della verità .  Nell’opera d’arte la verità dell’ente si è posta in opera. ‘Porre’ significa qui: portare a stare.  In virtù dell’opera, un ente, un paio di scarpe, viene a stare nella luce del suo essere.  L’essere dell’ente giunge alla stabilità del suo apparire.  L’essenza dell’arte consisterebbe quindi nel porsi in opera della verità dell’ente (das Sich-ins-Werk-Setzen der Wahrheit des Seieden)”. Il termine Geshehen (evento) rinvia inequivocabilmente ai termini Geshichte (storia) e Geshick (invio, destino). La storia è un evento nel quale qualcosa si destina a qualcuno. Non esiste verità al di fuori della storia, esistono luoghi, epoche della verità inscritte nella storia dell’ essere. Così ad esempio la teoria platonica delle idee, il trascendentalismo kantiano, la nietzschiana morte di dio sono modi di storicizzarsi della verità, validi in quanto eventi. Anche la metafisica, negli anni del saggio sull ‘ opera d’ arte, perde il significato di colpa dell’ Esserci che aveva acquisito inizialmente in Essere e Tempo e viene concepita come un tratto dell’ essere nel suo dispiegarsi storico. La storia dell’ essere è l’ essere stesso che si destina agli uomini e l’ oblio dell’ essere non è che il destino irrevocabile dell’ occidente, che sta però iniziando a cedere il passo alla possibilità di un nuovo evento, una svolta, un nuovo inizio. Nelle cose si gioca storicamente uno scontro apertura/chiusura (=binomio mondo/terra) per cui esse risultano infinitamente utilizzabili e interpretabili. Così un tempio greco un tempo era un luogo di culto in cui la divinità si mostrava agli uomini, ora è un museo, memoria imperitura di quel tempo perduto. Il tempio sta ben piantato, si radica saldamente (come l’ essere) alla terra; il mondo è ciò che del tempio di volta in volta vediamo, ciò che con il tempio a seconda dell’ epoca storica facciamo. Se la terra nasconde, racchiude, cela l’ essere ,il mondo lo svela, lo mette in luce. Per via della terra, che permette il mai completo svelamento dell’ essere, il tempio, a seconda del mondo che apre, è infinitamente interpretabile ( sempre attenendosi alla stretta connessione che già compariva in essere e tempo tra teoria come comprensione, interpretazione e prassi) proprio perchè non si è mai dato tutto una volta sola, ma ha messo le radici nella terra che cela parte della sua essenza. In questo senso, quello ciò di creare significati, aprire mondi (sebbene sempre diversi a seconda dell’ epoca storica) l’ opera d’ arte è un porsi in atto della verità. L’ essere opera dell’ opera è  nello stesso momento l’ esporre un mondo e il porre qui la Terra. In che senso ? Il mondo, autoaprentesi,  riposa costantemente sulla Terra aspirando a dominarla, è un insieme di relazioni e di significati e di rimandi che costituiscono la storia di una comunità. Mondo e consequenzialmente storia si radicano nella Terra. La Terra sorge invece attraverso il mondo, è il mondo che la mette in luce svelandola, ma in quanto coprente-custodente e tendente al nascondimento tenta di risolvere e assorbire in sè il mondo che si erge sulle sue fondamenta ontologiche. Mondo e Terra sono costantemente in lotta, una concezione di polemos di eraclitea memoria, non solo in quanto basileus di tutti gli enti, ma in quanto necessaria allo svelamento di quegli stessi enti. L’ opera d’ arte è l’ attizzatrice di questa lotta, ma sempre in modo tale che la lotta non si risolva mai in un vincitore e un vinto, è attizzatrice nel senso che mette in luce e scinde i due lottanti permettendo già sempre che la lotta resti lotta . Una volta compreso il significato ontologico dell’ esser opera dell’ opera come porsi in opera della verità e come disvelante la lotta mondo-Terra, Heidegger si rende conto di avere omesso però la fatticità dell’ opera stessa. Innanzi tutto dobbiamo pur sempre considerare l’ opera come qualcosa di oprato, qualcosa che è stato fatto dalle abili mani di un artista. Risalendo nuovamente alle intuizioni ontologiche greche, già la lingua ellenica accomunava il lavoro manuale alla produzione artistica sintetizzando entrambe le abilità sotto il concetto di tekne. Inscrivendo però quest’ assimilazione in un’ ulteriore intuizione greca,quella di verità come aletheia, la tekne non risulta una semplice modalità del fare, ma una particolare modalità del sapere : produrre manualmente qualcosa, di artistico o di semplicemente utilizzabile, dalla semplice materia significa aver già visto o intravisto il disvelamento dell’ essere nascosto dell’ ente che ancora non esiste, e che è in via di produzione. Produrre significa trarre fuori nel non-essere-nascosto dall’ essere-nascosto primordiale l’ essere-presente. In questa luce è chiaro perchè Heidegger torni solo alla fine del saggio sull’ essenza del concreto fare un’ opera, perchè esso dipende essenzialmente dall’ essenza dell’ opera. Al termine del saggio infine compare, forse un unicum nella produzione heideggeriana ad eccezione degli appena pubblicati Quaderni Neri, una tesi politica, che rompe, anche se in minima parte, l’ imbarazzante silenzio che gli rimproverò Jacques Deridda. Così come il divenire opera dell’ opera è un particolare modo dello storicizzarsi della verità, anche l’ azione che fonda uno Stato è un modo di storicizzarsi della verità nell’ ente aprente: sono entrambi modi in cui si storicizza la lotta tra mondo e Terra separando nettamente i due lottanti. Così come nell’ opera qualcosa viene detto (svelamento del mondo) e qualcos’ altro no (nascondimento della Terra) , allo stesso modo nell’ azione che fonda uno Stato, quindi nell’ istituzione di un potere sovrano (sia esso democratico, aristocratico, tirannico etc…) e quindi ancora nell’ imposizione di una legge, qualcosa si può, è lecito fare e qualcos’ altro invece no.

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