philosophy

La risemantizzazione della nozione di tempo in Heidegger: la metamorfosi della Temporalitat in Zeitlichkeit

Si potrebbe ricondurre ad Aristotele l’ origine della speculazione teoretico-filosofia sulla nozione di “tempo” : esso è il numero del movimento secondo il prima e il dopo (Fisica IV ). Il tempo ha dunque a che fare con il movimento, con il moto degli astri, il sorgere e il tramontare del sole, il divenire delle stagioni, a una prima e fin troppo superficiale indagine potrebbe essere inteso come mero dato cosmologico. Il tempo è un fenomeno esterno, esiste nel mondo e noi vi siamo perfettamente inscritti con il nostro nascere ed il nostro morire. Noi esseri umani cogliamo il tempo in quanto movimento nel generarsi e nel disgregarsi degli enti naturali, il tempo è sia lo spostamento che il cambiamento. Ma nella definizione aristotelica il tempo viene anche associato al numero, anzi risulta essere anzitutto il numero in quanto “numero del movimento”. Numerare significa avere un’ anima che registra, sulla quale una coscienza, un soggetto possa archiviare le tracce del mutamento/movimento delle cose. Risuonano come tuoni in una placida notte gli echi della concezione greca di anima come tavoletta di cera, sulla quale vengono incisi i dati esperienziali. La concezione aristotelica della nozione di tempo è dunque duplice, o meglio è una, ma racchiude due concezioni formalmente molto diverse e le unifica, le rende cooriginarie e l’ una dipendente dall’ altra: la temporalità come fenomeno esterno all’ uomo (movimento/mutamento) e la stessa temporalità come fenomeno interno, soggettivo, inserito nel mondo dall’ uomo. Se non avessi il divenire degli enti non potrei percepire lo scorrere del tempo, se non avessi un’ anima che registra risulterebbe impossibile rendere manifesto il prima e il dopo, passato e futuro, ieri e domani. Sarà sant’ Agostino a spostare  la concezione aristotelica di tempo come cerniera fra interno ed esterno radicalmente sull’ unico versante dell’ interno al soggetto. “Che cos’ è il Tempo? se non me lo chiedi lo so benissimo, ma se mi chiedi che cosa sia il tempo non so rispondere “.  Il tempo risulta così essere qualcosa che io colgo guardandomi dentro, una determinazione che mi è possibile cogliere solo in interiore hominis. Sarà Kant a tentare una nuova riconciliazione delle due possibili concezioni che emergono dalla storia della  metafisica (e di cui sto ora tracciando una genealogia quanto mai banale e semplificativa ). Nella nozione kantiana di tempo assistiamo alla compresenza di fenomeni che giungono da fuori, dal mondo fenomenico di cui facciamo esperienza e di ordinamenti che invece giungono da dentro. Il tempo è una forma a priori della sensibilità, una forma del senso interno attraverso cui mettiamo ordine ai dati esperienziali e grazie a cui abbiamo la possibilità di comprenderli. In verità anche lo spazio, nello schematismo trascendentale di Kant, risulta essere una forma a priori al pari del tempo, ma per il Kant filtrato da Heidegger sussiste un primato di originarietà del tempo sullo spazio: esistono infatti dati prettamente e solo temporali (quali l’ introspezione, il sogno ad esempio) mentre non esistono fenomeni unicamente percepiti dall’ a priori della spazialità. Con la filosofia novecentesca infine, quella prima di “Essere e Tempo” (che, come è noto, si trasformerà in essere è tempo) , si assiste invece al vorticoso ritorno all’ intuizione agostiniana. Sono Bergson e,in campo letterario, Marcel Proust a criticare il dilagare del positivismo e, con esso, la concezione scientifica di tempo prima della rivoluzione einsteiniana. Come interpretare le intermittenze del cuore che riportano il Narratore alle malinconie del passato, o “Materia e Memoria” alla luce di una concezione cosmologica del tempo ?

 

In questo contesto di matrice bergsoniana-proustiana esce SUZ (in aperta polemica anche con la fenomenologia di Husserl, per cui il tempo si origina nel momento stesso in cui c’ è una coscienza che intenziona il mondo). Per Heidegger, come forse avrebbe potuto sottoscrivere Nietzsche alla luce della sua triplice concezione della storia,  pensare il tempo come nozione interna al soggetto significa porre l’ enfasi sulla dimensione del passato, del già stato, sottolineare la dimensione accumulativa della temporalità (immagine bergsoniana della memoria come gomitolo di lana o valanga di neve). Esistono tre modi in cui la temporalità si dà agli uomini: passato, presente e futuro. Il passato in quanto tale è ontologicamente inaccessibile, per via della gettatezza dell’ Esserci nella sua epoca storica. Siamo dunque davanti a un bivio a due uscite: o il presente o il futuro. Ma l’ Esserci è già sempre nel presente, sempre per via del suo costitutivo esser-gettato e del suo essere-sempre-presso l’ ente intramondano e gli altri Esserci, prendendosi cura del primo, avendo cura dei secondi. Il futuro risulta invece costituire essenzialmente l’ Esserci, in quanto quest’ ente che noi sempre siamo non è, non sussiste, ma può essere, per via del suo proprio poter-essere. Le possibilità tra cui possiamo scegliere, i sentieri che possiamo intraprendere (per usare una metafora cara al filosofare heideggeriano) sono molteplici, indefiniti, in quanto possibilità ontiche che l’ Esserci, di volta in volta, scegli, al di fuori di una: la fine.  La morte è una possibilità dell’ Esserci, non un fatto, non un passaggio ad un’ altra vita diversa da quella terrena. In virtù di questa traduzione esistenziale del concetto metafisico di morte (cioè comprenderla come possibilità) è in grado di esibire il possibile essere-un-tutto dell’ Esserci. La Cura, come esistenzialità (poter-essere), fatticità (gettatezza) e deiezione (fuga da sè), descrive unitariamente l’ essere dell’ Esserci, ma la totalità della Cura non significa propriamente essere-un-tutto, essere-intero. Non è possibile fare esperienza della morte. Per quanto riguarda la morte propria risultano valide le argomentazione epicuree, stando alle quali quando noi siamo la morte non è, quando ad essere è la morte siamo noi a non essere già più. Per quanto riguarda la morte altrui, in essa assistiamo al ribaltamento del modo d’ essere dell’ ente: la fine dell’ Esser-ci è l’ inizio dell’ essere di questo ente che noi siamo al modo della semplice-presenza di cui ci prendiamo cura (sepoltura, funerali etc…). Ma risulta impossibile attuare quella modalità di sostituzione,quell’ assumere la rappresentanza di un altro che risulta essere propria del con-essere con altri Esserci avente cura (Fursorge). Il morire è un fenomeno che si configura come di volta in volta mio, ciascuno deve assumerselo in proprio, isolatamente. Il finire dell’ Esserci si configura come un riempimento,un’ acquisizione del non-ancora (dimensione del futuro) , il giungere a completezza del poter-essere. L’ essere-alla-fine dell’ Esserci (Zu-ende-sein) deve risultare un essere-per-la-fine, in vista di essa (Sein zum Ende) : questo non significa prendersi cura della realizzazione di essa, semplicemente pensare alla morte o protendersi nell’ attesa di essa. Essere-per-la-morte significa farsi carico della propria finitezza, autocomprendersi come mortale, come ente la cui esistenza è un poter-essere e il cui poter-essere è costitutivamente delimitato temporalmente. Così come la filosofia del limite kantiana, in risposta allo scetticismo humiano, pone dei limiti alla conoscenza umana e questo stesso porre dei limiti (ad es. le tre antinomie) determina la validità di ciò che non li valica, determina la validità delle conoscenze acquisite nel ristretto ambito di questi limiti gnoseologici, allo stesso modo la meta-possibilità della morte consente all’ Esserci di cogliere nell’ ottica della sua finitezza ogni sua altra possibilità. L’ ambito del futuro è però angosciato, anche in esso siamo gettati  e per questo il man attua i suoi intrighi per tranquillizzarci. Il si quotidiano cerca di sfumare la certezza della morte sottolineando l’ indeterminatezza del dove e del quando di questo evento: non si parla mai di morte, se lo si fa lo si fa in modo assai vago, prima o poi si muore ma adesso non ancora. Alla luce di questo Heidegger ripropone l’ aut-aut: o il presente o il futuro, o ci si perde oggi nel si o si decide risolutamente di precorrere la nostra morte, il nostro certo domani, essendo per essa. “Il precorrere svela all’ Esserci la sua deiezione nel si-stesso e lo porta davanti alla possibilità di essere se-stesso in una libertà per la morte appassionata,sciolta dalle illusioni del si, certa di se stessa e pervasa di angoscia”. Includere la morte nella comprensione dell’ Esserci significa, nell’ ottica della temporalità intesa come orizzonte di ogni comprensione, pensare la temporalità a partire dal futuro. Per via della deiezione che ci è propria, per via della placida armonia con la quale il si sa sedurci, per via della facilità in quanto mancanza di responsabilità di una vita inautentica, ci siamo disabituati a pensare il tempo a partire dal futuro, o assumendo la tavoletta di cera aristotelica e perdendoci dunque nella malinconia del ricordo, o perdendoci nel presente che è semplicemente-presente, ovvero appiattendo il poter-essere che ci costituisce essenzialmente sull’ essere dell’ ente che semplicemente sussiste. Anche definire l’ Esserci come un ente che fa cose nel mondo innanzitutto e per lo più al modo del progetto significa assumere il non-ancora come dimensione essenziale ed autentica della temporalità. L’ estasi (non come dimensione trascendentale della mistica) nel senso etimologico originario greco  significa “uscita da”, declinazione. Il tempo è un esistenziale dell’ Esserci che ha tre estasi: passato,presente e futuro. La terza ha un primato perchè racchiude in essa la totalità dell’ Esserci, che invece si disperde nelle altre due.

1. poter-essere: la morte è la possibilità certa che incombe costantemente sull’ Esserci del non poter essere più

2.gettatezza: l’ Esserci è rinviato al fatto che questo evento è insuperabile e limitante costitutivamente il suo poter-essere, da questo nulla nasce la stimmung più originaria e autentica che manifesta le condizioni per cui le cose possono avere senso, l’ angoscia (condizioni che tuttavia si impongono all’ Esserci come bruti fatti nella loro insensatezza angosciante)

3.deiezione: nell’ estasi del presente il si quotidiano mette in opera strategie e inganni per tranquillizzare,acquietare,rendere indifferenti rispetto alla possibilità più estrema della morte, rispetto alla certezza autentica del futuro.

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