literature/philosophy

Le “lenti kantiane” applicate a Proust: la recherche come rappresentazione di sofferenza e perversione

 

Con quella che Kant stesso denomina “rivoluzione copernicana” (per il fatto di aver postulato una tesi mai supportata in precedenza e di averlo fatto in un contesto socio-storico-culturale avverso alla tesi stessa) il filosofo di Konigsberg inaugura una concezione soggettivistica del mondo, esaminando non un soggetto che contempla un oggetto ma un soggetto che crea e determina l’ oggetto in questione, ovvero il mondo. Come Copernico per spiegare i moti celesti aveva ribaltato i rapporti fra lo spettatore e le stelle, e quindi fra la Terra e il Sole, così Kant per spiegare la scienza ribalta i rapporti fra soggetto e oggetto, affermando che non è la mente che si modella passivamente sulla realtà bensì è la realtà che si modella sulle forme a priori (tempo, spazio e 12 categorie dell’ intelletto) attraverso cui la percepiamo. L’ esempio che Kant ci fornisce è quello delle così dette “lenti kantiane”: se un uomo nascesse con delle lenti rosa applicate sopra gli occhi, ogni sua esperienza visiva si tingerà di rosa. Ogni uomo si aggira per il mondo comprendendolo attraverso un filtro di questo tipo, ovvero il nostro intelletto o, per meglio dire, quelle che kant chiama le forme a priori dell’ intelletto: lo spazio e il tempo. La nuova ipotesi gnoseologica comporta come sua diretta conseguenza la distinzione kantiana tra fenomeno (ovvero la realtà quale ci appare tramite le forme a priori) e noumeno, cosa in sé (ovvero la realtà considerata indipendentemente dal soggetto rappresentante e che assume i connotati di “concetto limite”).  L’ impronta soggettivista che Kant apporterà  con questa tesi stravolgendo l’ intero mondo della filosofia occidentale avrà infatti la sua estrema conclusione con la shopenhaueriana concezione del mondo come rappresentazione.

Samuel Beckett, verso la conclusione del suo “Proust” (1931) afferma che gli uomini e le donne del romanziere francese “sembrano fare appello a un puro soggetto, in modo da poter passare da uno stato di cieca volontà a uno stato di pura rappresentazione”. Per Beckett, Proust diviene la pura soggettività: “ è quasi esente dalle impurità della volontà” riferendosi né all’ io narrante della Recherche né a Marcel, ma piuttosto al reale Marcel Proust che soffre di asma, legge Shopenhauer e anela ad attingere alla condizione della musica.

 

Ogni filo della trama della monumentale composizione proustiana così come ogni tema filosofico viene introdotto nel primo volume, “Dalla parte di Swann”, per poi venire meticolosamente ripreso in tutti i sei successivi. Fin dall’ inizio è possibile rilevare una caratteristica che accomuna tutti i personaggi della Ricerca: tutti ugualmente soffrono di una qualche forma di desiderio insoddisfatto o di speranza delusa, tutti sono ammalati di una qualche forma di idealismo destinata inevitabilmente a sfociare in un’ amara delusione. Legrandin aspira a conoscere i Guermantes; Vinteuil è ferito nel suo amore per la figlia; Swann, associando la bellezza di Odette con quella delle formose donne del Botticelli, identifica mettendosi tragicamente in ridicolo la sua passione per lei con gli interessi estetici che ha tradito. Nonostante la sua sofisticazione parigina Proust sembra non rinnegare, forse inconsciamente, le sue origini ebraiche da parte materna: egli, come dimostra il suo tono di lamentazione e rammarico che riecheggia per tutto il libro, possedeva in grande misura la capacità di apocalittica indignazione morale del profeta ebraico. Il pessimismo dei romanzieri francesi della tradizione di Stendhal, Flaubert, Maupassant differisce fondamentalmente da quello proustiano in questo: la visione dolorosa o cinica dell’ umanità da cui essi muovono è in loro data quasi per scontata, è implicita nelle righe dei loro romanzi come una sorta di premessa sulla quale si edifica la loro produzione mentre, al contrario, è stata raggiunta da Proust solo a costo di grandi sofferenze e ribellione. Diversamente da loro Proust non si è mai riconciliato con i propri disinganni e in tale atteggiamento va ricercata l’ origine di quel metodo, così affascinante e nuovo agli stupiti occhi del lettore, per cui Proust fa subire ai suoi personaggi progressive trasformazioni: l’ umanità ci viene rivelata a piccoli passi, solo per gradi nel suo egoismo, nei suoi più infimi difetti, nella sua perversione, cattiveria, nelle sue debolezze e nella sua incoerenza. Queste sono le nere lenti kantiane che Proust inconsciamente indossa fin dalla scoperta della sua malattia e della sua omosessualità che mai riuscirà ad accettare, la tetra rappresentazione (per usare ancora termini shopenhaueriani) che Proust fa del mondo fino a non riuscire a intravedere nell’ animo umano anche una sola caratteristica positiva.       L’ abilità di Proust a produrre questi effetti è uno dei caratteri più straordinari della sua raffinatissima arte: ad ogni successiva rivelazione vediamo con perfetta chiarezza che i precedenti ritratti del personaggio si adattano ugualmente bene alla nuova e mutata concezione che il lettore inevitabilmente se ne fa, senza che tuttavia avesse mai avuto la possibilità di prevedere la sorpresa. Al di là dei suoi mutevoli aspetti egli avverte la personalità come una creazione completa, sebbene progressiva, e inequivocabile: ogni mutamento ne descrive la curva.  Ben si inscrive in questa triste considerazione dell’ uomo la visione proustiana strettamente aristocratica dell’ arte e dell’ artista inevitabilmente incompreso se non da pochi eletti o dai posteri (nel dicembre 1912 Gide, a nome della Nouvelle Revue française , aveva rifiutato di pubblicare “dalla parte di Swann”)

 

Non può essere omessa da questo contesto la singolare situazione nella quale Proust ha steso le immortali pagine della Recherche: dopo una vita da dandy nei salotti parigini più ricercati seguì da parte dell’ autore il più totale isolamento nella sua camera al 102 di Boulevard Haussmann le cui pareti, nel 1910, farà tappezzare di sughero per renderla insonorizzata. Fin dal 1880, di ritorno da una passeggiata ad Auteuil, all’ età di soli 9 anni il giovane Marcel sarà colto da un violento accesso di asma, malattia che lo farà soffrire tutta la vita obbligandolo a infinite precauzioni in ogni contatto con la natura, della quale nelle sue pagine non smette mai di esaltare l’ ineguagliabile bellezza. Nel 1905 fu costretto a farsi ricoverare in una clinica privata nel tentativo, destinato al fallimento, di riacquistare ritmi di vita normali poiché già da tempo ormai si coricava all’ alba per svegliarsi nel tardo pomeriggio. A tutto questo si deve aggiungere la passione esclusiva e tormentosa per il giovane autista Alfred Agostinelli (che ispirò la figura di Albertine) conosciuto nel 1907-1908 e riassunto nel 1913 con l’ incarico di battere a macchina alcune parti della Recherche. Agostinelli, dopo esperienze eterosessuali alle quali alluderanno con dolorosa partecipazione quelle lesbiche di Albertine, abbandona la casa di Proust alla fine dell’ anno per iscriversi (con lo pseudonimo di Marcel Swann) ad una scuola di aviazione sulla costa azzurra: il 30 maggio 1914 morirà in un incidente aereo al largo di Antibes, allo stesso modo in cui Albertine morirà cadendo da cavallo. La partecipazione dell’ autore è evidente, egli traspone nelle pagine della sua opera la speranza del ritorno di Agostinelli:  Albertine avea appena comunicato al Narratore il suo convincimento di tornare ad abitare da lui, di tornare ad essere sua “prigioniera”, solo la morte glielo impedirà.

In ogni caso le lenti che eludono il bene, la compassione, la nobiltà d’ animo dalla visione proustiana che emerge dalle pagine delle Recherche  portano, in primo luogo, alla feroce distruzione delle gerarchie sociali che trovano la loro disillusione nel metaforico incrocio tra la strada di Guermantes e la strada di Combray. Il  barone di Charlus, probabile richiamo allusivo alla particolare figura del barone di Montesquieu, si fa inizialmente portabandiera dei valori aristocratici che al giovane Proust apparivano sotte le seducenti sembianze del mito antico, tanto affascinanti quanto irraggiungibili. La disillusione e il disincanto saranno totali: il Narratore durante gli anni della guerra lo incontrerà in un bordello, vedendolo nudo, legato e frustato al suono delle sue alte grida perverse di libidine sfrenata. Charlus in questo squallido episodio finale incarna la commedia della futilità in una forma,ancora una volta, inattesa: percorsi i vari stradi della degradazione ha finalmente raggiunto una fase in cui tutti i suoi impulsi più umani si sono andati affievolendosi e spegnendosi ed è ormai perverso per puro e sadico amore per la perversità: il vizio stesso si è identificato ai suoi occhi con l’ ideale. Ma persino i suoi sforzi per giungere a piena degradazione fisica e morale sono destinati all’ insuccesso come gli sforzi della nonna (di cui si parlerà in seguito) per sacrificarsi al bene degli alti : coloro che il barone paga perché lo assecondino nel vizio risultano indifferenti e a tratti riluttanti al vizio stesso, il loro interesse è tutto incentrato alla ricompensa in denaro e il loro cuore è lontano, lontanissimo da ciò che fanno, senza speranza. Persino nel perseguimento del male, della perversione, là dove la soddisfazione dipende dagli altri l’ uomo è drammaticamente ed inevitabilmente destinato all’ amarezza della delusione.

Medesimo disincanto, stesso processo di progressiva distruzione e degradazione morale investirà i due coniugi Guermantes che, se da principio appaiono come gli organizzatori del più raffinato salotto di Parigi, dimostrano nell’ episodio della visita da parte di Swann tutta la loro crudeltà e mancanza di tatto che costituiscono la loro vera natura di aristocratici in decadenza. Swann rivela loro intempestivamente che l’ ultima diagnosi dei medici lo condanna alla morte ma i Guermantes, in ritardo per un ballo in maschera cui avevano promesso di partecipare, dando alle loro attività sociali una tale preminenza su ogni altra cosa, non riescono non solo a dire ma neppure a pensare una sola parola di commiserazione o di umana solidarietà nei confronti del vecchio amico di entrambi e che la duchessa, perlomeno, ammira sinceramente.

Culmine della ferocia e dell’ attacco sociale proustiano, sebbene mai si articoli sotto la  forma dell’ invettiva ma rimanga pur sempre celato da un sottile velo di ironia (memorabile l’ episodio di madame Verdurin che si sloga la mascella per le troppe risa), è il debutto mondano del Narratore. Esso ha luogo nel salotto della signora di Villeparisis (il reale debutto mondano risale al 1888 nel salotto della signora Strauss, vedova del compositore della “Carmen” George Bizet ) ed è posto in diretto contrasto con la morte della nonna, con l’ effetto di screditare spogliandoli del loro purpureo manto aristocratico i valori snobisti cui       l’ eroe si è mescolato. La nonna, già da qualche tempo malata, accompagna il ragazzo a fare una passeggiata ai Champs-Elysèes e improvvisamente lo lascia per qualche minuto per ritirarsi nel piccolo padiglione dei gabinetti pubblici. Durante la sua assenza il Narratore ascolta per caso il discorso che la custode dei gabinetti intreccia con una guardia campestre : << Io scelgo i miei clienti, non ricevo mica tutti in quelli che chiamo i miei  salotti ! >>. La nonna ritorna, anch’ ella ha udito la conversazione: << E’ esattamente come i Guermantes e i Verdurin >> dice mentre si allontanano e cita, come sua abitudine, madame de Sèvignè; ma tiene la testa girata perché il ragazzo non si avveda che ha appena avuto una paralisi: in un istante, rivelandoci in questa immagine fugace la bontà e la patetica intensità della figura della nonna a cui ogni forma di meschinità e cattiveria, ogni tendenza alla mondanità o allo snobismo rimangono estranee, Proust ha distrutto la ragnatela dei rapporti sociali che si era dato tanta pena di tessere. Come intuibile, il personaggio della nonna è il solo in tutto l’ apocalittico romanzo a scampare alla progressiva degenerazione, alla caduta nella deplorevole perversione umana che investe invece tutte le altre figure ritratte . Ma in questo amore totalmente nobile e disinteressato, in una devozione in cui il sesso non ha parte alcuna come in quella della nonna per l’ adorato nipote, vi è forse la contraddizione più cinica e disperata: il ragazzo accetta quasi come dovute la sollecitudine e le attenzioni della nonna e, troppo egocentrico per accorgersi delle sue sofferenze, non si accorge dell’ amore sconfinato che prova per lei se non dopo la sua morte (Adèle Weil muore il 2 gennaio 1890), constatando di non avergliene mai dato nessuna dimostrazione in vita. Sarà il gesto di allacciarsi le scarpe nell’ albergo di Balbec cui era solito recarsi con la nonna a procurargli l’ “intermittenza del cuore” che, a mio avviso, costituisce uno dei tocchi più felici dell’ intera Recherche e che sfocerà nel pianto carico di rimpianto del Narratore per la nonna perduta.

Fino ad ora Proust ha descritto la vita della gente di mondo e ne ha smascherato la vanità, ora dischiuderà il mondo degli amanti e scopriremo che è un inferno. La storia d’ amore del protagonista con Albertine, che nella prima parte del libro ha il suo corrispondente nell’ infantile infatuazione per la figlia di Swann, costituisce l’ episodio culminante e il più vistosamente elaborato del libro. L ‘ episodio in questione non possiede nessuna delle qualità che si è soliti aspettarci dalle vicende d’ amore nei romanzi: risulta assolutamente privo di tenerezza, di fascino, di romanticismo, la relazione tra Albertine e il suo amante sembra escludere ugualmente ogni idealismo e ogni concreto piacere di vivere. Essa lascia spazio solamente all’ impeto della gelosia, all’ egoismo della prigionia, ai tormenti interiori che solo una passione travolgente come l’ amore può provocare e che riscontrano la loro amara fondatezza nei tradimenti omosessuali di Albertine. Queste considerazioni ci conducono ai motivi fondamentali del mondo proustiano, alle lenti attraverso cui il mondo e soprattutto la figura umana apparivano ai suoi occhi tanto depravati e disgustosi, di cui l’ episodio di Albertine costituisce solamente l’ esemplificazione principale. Il lettore ha già assistito al fallimento di Swann, incapace di soddisfare in Odette le sue aspirazioni estetiche incompiute. Nello stesso irrazionale modo l’ amico del protagonista, Saint Loup si è ridotto in rovina per una piccola attrice, Rachel, mutevole e infida che l’ eroe aveva in passato incontrata in un bordello ma che agli occhi dell’ innamorato Saint Loup possiede ogni casta qualità ed ogni seducente fascino. Tocca ora al Narratore sperimentare personalmente la fatale impossibilità di trovare la felicità in un altro essere umano. Una donna non vive, e mai potrà farlo, nel mondo in cui vorremmo collocarla (ossia nel mondo in cui noi viviamo, che noi stessi immaginiamo) e le qualità che amiamo in lei sono soltanto creazioni della nostra fantasia, noi stessi gliele abbiamo prestate. Poi il baratro dell’ avvolgente monotonia, la noia della ripetizione, l’ impossibilità di amare qualcosa che già possediamo (antica concezione di lucreziana memoria) e ancora la gelosia, i film mentali che inevitabilmente l’ amante proietta nel suo animo tediato e stanco: questo è l’ amore presente nella Recherche e questo è stato l’ amore che il triste Proust ha sperimentato in vita.

Né la ricerca di questo tema finisce qui per Proust. L’ amareggiante convinzione che sia impossibile conoscere, impossibile dominare il mondo esterno permea tutto il romanzo, viene confermata quasi ad ogni pagina, in molteplici circostanze e situazioni differenti: le bugie di Albertine, le diagnosi contradditorie dei medici chiamati a consulto al capezzale della nonna malata, gli incanti di Rivebelle e Balbec che l’ acqua rende invisibili l’ una all’ altra, i nomi sull’ orario ferroviario delle città vicine a Balbec che in un primo momento, quando il curato di Combray gliene spiega l’ etimologia suscitano immagini romantiche nella mente del ragazzo e che finiscono per diventare, dopo averle realmente vissute e assaporate una ad una, semplicemente le stazioni della linea ferroviaria di Balbec. In questo senso Proust ha creato una sorta di equivalente narrativo della metafisica che alcuni filosofi hanno fondato sulla nuova concezione scientifica dell’ universo. Proust aveva subito profondamente l’ influenza di Bergson (che nel 1904 pronuncerà all’ Accademia di scienze morali e politiche un rendiconto sulla traduzione proustiana in francese della “Bible d’ Amiens” di John Ruskin), precursore dei moderni antimeccanicisti, e ne era stato spinto a sviluppare e ad applicare la metafisica implicita nel simbolismo come mai s’ era fatto prima. Per la fisica moderna, tutte le nostre osservazioni sui fenomeni dell’ universo sono relative, poiché dipendono dal luogo in cui ci troviamo, dalla velocità e dalla direzione in cui ci stiamo muovendo – per il simbolismo tutto quanto è percepito in ogni momento dell’ esperienza umana è relativo alla persona che lo percepisce e ai luoghi, al momento, al contesto, all’ umore. Il mondo narrativo proustiano diventa così, come quello fisico dopo la rivoluzione einsteiniana, quadridimensionale: il tempo essendo la quarta dimensione. Come i viali del Bois de Boulogne che l’ eroe negli anni giovani ha visto alla luce dell’ ammirata ed estatica contemplazione della bellezza di Odette, sono poi sostanzialmente mutati e appaiono irrecuperabili quanto gli istanti del tempo in cui hanno avuto la loro esistenza unica. “Bastava che madame Swann non arrivasse completamente identica e nello stesso istante, perché il viale fosse diverso. I luoghi che abbiamo conosciuto non appartengono che al mondo dello spazio nel quale li situiamo per maggior comodità. Essi non erano che un esile frammento tra impressioni contigue che formavano la nostra vita di allora; il ricordo di una certa immagine non è che il rimpianto di un certo istante; e le case, le strade, i viali sono fugaci, ahimè!, come gli anni.” (Dalla parte di Swan, pag. 551, traduzione di Maria Teresa Nessi Somaini).

Allo stesso modo in cui i personaggi proustiani, nonostante la logica dei processi attraverso cui mutano, sono soggetti a cambiamenti continui per poi svanire, dissolversi disfatti dalla malattia o dall’ età, così l’ amore da cui tanto speriamo muta e ci viene meno e così la società, che in un primo momento ci appare tanto stabile, nel giro di alcuni anni ricostituisce i suoi gruppi, mescola e trasforma le sue classi. Proust inoltre ha, in modo più ricco, variato il colore, il tono e il ritmo che scandisce la sua prosa per accordarla ai diversi periodi della vita del suo eroe. Alle balenanti fantasticherie adolescenziali di “All’ ombra delle fanciulle in fiore” seguono il brusio, la socievolezza e la vivacità della gioventù e ad esse, con quella straordinaria aurora che non porta all’ autore lo splendore del mattino ma l’ albeggiante intelligenza dell’ umana corruzione e crudeltà, segue un incubo di passioni, un turbinoso vortice di sentimenti che, al suo apice, nella scena quasi demoniaca in cui i Verdurin oppongono Morel a Charlus, sembra percorso da un arido vento infernale. Non è un caso che egli dia a questo volume il titolo biblico di “Sodoma e Gomorra” e ci trasmetta l’ inquietante sensazione che tutti i personaggi siano dannati, sebbene i vizi di cui tratta lo affascinino, lo coinvolgano in prima persona e sebbene sia maestro nel farne commedia. La nonna e Swann ormai sono morti, muore anche Bergotte e la sua scomparsa ci suggerisce, come già le note della sonata di Viteuil attraverso cui emerge l’ ancora shopenhaueriana concezione della musica come sovrana di tutte le altre arti, che soltanto nella creazione artistica possiamo sperare di trovare un compenso all’ anarchia, alla perversità, alla sterilità e alle mortificazioni del mondo. “Lo seppellirono, ma tutta la notte funebre, nelle vetrine illuminate,i suoi libri, disposti a tre a tre, vegliavano come angeli dalle ali spiegate e sembravano per colui che non era più il simbolo della sua resurrezione” ( La prigioniera, traduzione di Giovanni Raboni) .

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