literature

Ugo Foscolo fra mito e memoria (da “Dei Sepolcri”)

Nella Troade deserta v’è un luogo dove senza vita riposa il corpo della ninfa Elettra. Il suo sepolcro “eterno splende” poiché ella, prima d’essere chiamata alle danze dei Campi Elisi, pregò Giove di eternare il suo ricordo. Costui, piangendola, scuotendo il capo, fece piovere ambrosia sul suo corpo e sulla sua sepoltura. Nel medesimo luogo sono sepolti gli eroi troiani, lì le donne “deprecavano” dai loro mariti il tragico destino della guerra; lì Cassandra cantò una profezia (“carme amoroso”) sulla distruzione di Troia e sul giorno futuro in cui Omero (“mendico un cieco“) s’aggirerà fra quegli stessi sepolcri interrogando i defunti per rendere eterni i principi greci con il suo canto. Insieme a questi ultimi anche il troiano Ettore, grazie al mendicante cieco e ai suoi versi, verrà compianto “ove sia santo e lagrimato il sangue per la patria versato“.

Con l’acquisizione di una più profonda coscienza di sé e con il riconoscimento di quella altrui, si giunge a pensare alla morte; un cristiano l’accetta credendo nell’immortalità dell’anima e nell’eterna danza di questa intorno a un Dio misericordioso, un musulmano – ben più fortunato – è atteso in un harem da settanta libidinose vergini. E Foscolo?  Uomo laico e tormentato costantemente dal pensiero della morte trova nella memoria una degna consolazione. Grazie a questa è possibile una “corrispondenza d’amorosi sensi” con il defunto perché “per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi”. La lapide, mezzo fondamentale per il sussistere del ricordo, diventa così il luogo del dialogo fra vivo e defunto, il luogo che risplende anche davanti “a’ peregrini” e che eterna così la memoria, la fama, le opere dei nostri cari, d’illustri personaggi e di noi stessi.

Per Foscolo perfino l’amante di Zeus, la ninfa Elettra, muore invocando il dio dell’Olimpo perché il suo nome sia ricordato per sempre fra i vivi: “Onde d’Elena tua resti la fama.”. L’autore assegna un valore tale alla fama al punto che, sempre nei Sepolcri, afferma che su chi muore non può crescere fiore a meno che non sia coltivato con onori e lodi umane; perché la tomba è la testimonianza dei fasti (azioni gloriose) della vita d’un uomo che lo distinguono e lo allontanano dalla bestia. La fama trasforma il sepolcro in un altare per i figli; dove manca a un defunto un passato glorioso e degno  e  invece “sien ministri”  l’opulenza e la paura, vengono innalzati monumenti di marmo come lusso inutile e come immagine di Morte (in netto contrasto con la rozza bara di Nelson scavata da lui stesso nel legno della nave dei nemici sconfitti; essa è immagine d’una vita gloriosa).

Ma perché Foscolo utilizza le due figure di Elettra e Cassandra, figure femminili, per affermare i principi a lui più cari? Il critico G. Amoretti individua in Foscolo e nella sua produzione (nell’Ortis specialmente), secondo la prospettiva psicanalitica, una situazione edipica e da ciò deriverebbero la contrapposizione ambiguamente agonistica nei riguardi del padre e la pulsione affettiva verso la madre; nel romanzo foscoliano emerge netta e costante un’adorazione morbosa e un’idealizzazione della madre, assai in contrasto con la freddezza e il biasimo con cui parla del padre di Teresa e della sua indiscutibile decisione di farle sposare Odoardo. Sempre secondo Amoretti il dramma politico e il dramma affettivo sono vissuti da Foscolo unitariamente; con lo stesso distacco di Jacopo verso il padre di Teresa, all’alba del trattato di Campoformio (1797), Foscolo smetterà di vedere in Napoleone una figura quasi paterna che, sempre secondo Amoretti, sostituiva il padre morto prestissimo. Sulla base dunque di questa discutibile ma non infondata interpretazione, personalmente individuo in Elettra e in Cassandra una scelta basata sulla predilezione, a partire dalla figura materna, per la donna; unica degna portavoce dei principi a lui cari (memoria, fama, ricordo).

 

 

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