philosophy

La prima generazione della sofistica

” Gli uni dicono che altro è  il bene, altro il male; altri invece che sono la stessa cosa; la quale per alcuni sarebbe bene , per altri male; e per lo stesso individuo, sarebbe ora bene ora male. Quanto a me, io mi metto con questi ultimi; e ne ricercherò le prove nella vita umana, le cui cure sono il mangiare, il bere e i piaceri sessuali; poichè questi soddisfacimenti per il malato sono un male, ma per chi è sano e ne ha bisogno, un bene. Pertanto, l’ abuso di essi è un male per gli incontinenti, ma per chi li vende e ci guadagna, un bene. E così la malattia per i malati è un male, ma per i medici un bene. E ancora, la morte per chi muore è un male, ma per gli impresari di pompe funebri  e per i becchini è un bene. E che l’ agricoltura dia abbondanti raccolti, è un bene per gli agricoltori, ma per i commercianti è un male”

I Ragionamenti Doppi (composti probabilmente nella prima metà del IV secolo) sono uno scritto anonimo che si presenta come una summa dell’ insegnamento sofistico, con il probabile intento di tracciarne una genealogia nello stesso periodo della fase  eristica di quest’ ultimo, che determinò la crisi e la dissoluzione del movimento a discapito degli ormai vincenti sistemi platonico-aristotelici. Con Le confutazioni sofistiche Aristotele ufficializzò la concezione stereotipata del sofista come mercante di discorsi vuoti, accentuata dall’ abitudine (incomprensibile per la mentalità dei giovani aristocratici ateniesi) di tramandare la saggezza sotto compenso. Per lo Stagirita il vero e sommo sapere coincide con la disinteressata ricerca dei perchè, dei principi primi, connotati simili  a quelli dell’ amore platonico dei filosofi-re nei confronti della conoscenza . Ma nell’ Organon aristotelico anche la dialettica assume il carattere  di scienza specifica, per quanto dipendente dalla preliminare e generalissima domanda sulle cause dell’ essere, in quanto tecnica dell’ argomentazione corretta. Essa viene utilizzata quotidianamente da ogni uomo, e per questo  cessa di essere di per se stessa autentica scienza che ha per oggetto di studio la realtà – come  era invece per il Platone del Sofista che la elevava a scienza delle relazioni tra le idee- ma rimane semplicemente studio delle relazioni tra i concetti, ossia dei giudizi e dei ragionamenti. Per Aristotele la dialettica è ancora in grado di giungere a verità di un certo spessore filosofico, ma non può fare a meno che muoversi, per via della mancanza del rigore dimostrativo dei sillogismi apofantici, nel campo più fallace delle opinioni : in mancanza di veri e propri principi cui accordarsi, essa assume come premesse delle proprie argomentazioni le endoxa, ovvero le opinioni dotate di particolare affidabilità perchè ritenute valide dai più o da coloro che sono più autorevoli in materia; in questo il sillogismo dialettico differisce da quello vero e proprio con valore scientifico e dimostrativo. Ma il sillogismo dialettico si distanzia anche da un terzo tipo di ragionamento concatenato, ovvero quello eristico o sofistico, che ha di mira soltanto il successo nella discussione ottenuto a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo, e dunque anche con l’ inganno, perciò senza scrupoli nell’ usufruire liberamente di opinioni solo apparenti, che sembrano ammesse da tutti ma in realtà non lo sono. La sofistica viene delineata come una vile contraffazione della dialettica, che è invece una tecnica di argomentazione corretta ed onesta.

Con il movimento dei sofisti, al contrario dei pregiudizi che hanno imperato nei secoli, si assistette in Grecia ad una vera e propria rivoluzione del modo di pensare, fu il parto di una nuova forma mentis. I critici non esitano a parlare a riguardo di un’ “illuminismo ellenico”, che trascinò l’ asse d’ interesse delle questioni filosofiche dal mondo della phusis  a quello della  polis, dai fenomeni naturali all’ uomo.  Il punto d’ incontro con Platone fu trovato nel tentativo di demolire quei falsi e antiquati saperi tramandati dalla tradizione secolare dei poeti, ma l’ antropologismo sofistico si spinse troppo oltre, o troppo poco, per essere accettato dall’ autore dei Dialoghi che mirava all’ edificazione dello stato idelae. Nella concezione sofistica alla distruzione non segue una ricostruzione, nella cruda realtà descritta dagli erranti maestri del sapere non esistono valori universali di Bene o di Male, perchè l’ unica norma è data da ciò che gli uomini stabiliscono e dalle tradizioni che ne derivano. Negli sviluppi della confutazione del relativismo e del soggettivismo protagorei, invece, l’ ambizioso progetto platonico inaugurerà il suo secondo momento, che vedrà il definitivo superamento del metodo socratico puramente demolitorio  a partire dalla tesi secondo cui la realtà sensibile non è provvista dei requisiti richiesti per rispondere alla domanda socratica del “che cosa”, inerente l’ essenza. Ma per dimostrare che la dottrina protagorea non è altro che una forma contradditoria di scetticismo, Platone procede alla ricostruzione della dottrina protagorea stessa, e per questo il Teeteto costituisce una delle fonti principali per risalire al pensiero originario dell’ iniziatore del movimento sofistico. Degli scritti protagorei non si conservò che qualche frammento, il più importante dei quali è parte di un testo composto con il titolo di “La verità”, esso recita: “l’ uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”. Il dialogo platonico inscrive la massima in un contesto epistemologico, che si potrebbe riassumere nella forma : “l’ uomo, in quanto individuo, è misura di tutti i giudizi”. Ciascuno infatti non misura l’ esistenza, la sussistenza delle cose, ma valuta individualmente il modo in cui la realtà stessa si mostra, misura il suo proprio e particolare approccio con cui  entra in contatto con le cose. Conoscere significherà così sentire, provare o patire una aisthesis, così come una cosa si dà a me così essa è. Con l’ avvento del relativismo protagoreo la verità si frantuma nei singoli soggetti, la realtà esiste ma ci sono tante interpretazioni, tutte ugualmente valide, di essa per quanti soggetti esistono. Ognuno diviene così giudice ultimo e inappellabile delle proprie conoscenze, tutto ciò che appare a ciascuno in un determinato modo tale è veramente per lui. Se la Verità dunque esiste, e consiste nel fatto che l’ uomo è misura di tutte le cose, bisognerà però essere in grado di distinguerla dalla sapienza, ovvero saper distinguere l’ utile dallo svantaggioso, saper modificare ontologicamente il rapporto tra due enti attraverso l’ uso persuasivo della retorica. Se, ad esempio, la sensazione di amarezza dei cibi che un malato prova davanti a un banchetto di leccornie è pur sempre valida, essa si configura come vera ma svantaggiosa, perchè avrà come risvolto pratico il deperimento del corpo. Il medico, figura allusiva del sapiente, del retore, del sofista, dovrà saper fare cambiare la sensazione del malato facendogli apparire il cibo amaro, che pure era amaro, dolce, dando vita ad una sensazione ugualmente vera ma vantaggiosa. Il criterio che dunque si sostituisce a quello della verità, che è soggettiva, è quello dell’ utile: nasce da qui il positivismo o convenzionalismo giuridico. La legge è ciò che reca utile alla comunità, ed essa non poggia su nessun fondamento ultra-umano; se la giustizia si configura come ciò che ogni singolo soggetto ritiene essere giusto essa non potrà che coincidere con quanto dicono e prescrivono le leggi, in quanto essa di per sè, con un valore assoluto, non esiste. Ogni comunità ha il diritto di stabilire le leggi e i valori che potranno tutelarla, e compito del sofista sarà “rendere più forte il discorso più debole”, ovvero prendere atto dei valori comunemente ritenuti validi e promuoverli persuadendo chiunque della loro fondatezza per mezzo della retorica. Per questo motivo Protagora affermava con certezza di potere insegnare a tutti la virtù politica. Ma se tutte le opinioni sono dunque valide, il risvolto politico non sarebbe potuto che essere la democrazia; l’ isogoria su cui si fonda qualsiasi regime democratico prevede che tutti abbiano diritto di prendere parte attiva alla formazione di una volontà universale attraverso il dialogo nelle assemblee. Con Protagora si assiste storicamente al primo teorico democratico della democrazia: egli ebbe stretti contatti con il circolo di Pericle e con Pericle stesso, come attesta l’ incarico che il legislatore ateniese gli affidò personalmente di redigere la costituzione dell’ allora neonata colonia panellenica di Turii. Dopo la peste che dilaniò Atene e la morte dell’ Alcmeonide (429 a. C. ) a Protagora fu intentata un’ accusa di empietà da Pitodoro, un oligarca che sarà prossimo promotore del colpo di stato del 411, che lo costrinse all’ esilio politico (così come accadde a Fidia e ad Anassagora). Tale sentenza si fondò sulle confutazioni teologiche di Protagora, che minavano ai culti tradizionali del politeismo antropomorfo pagano, secondo cui degli dei non si sarebbe potuto dire nè se esistano nè se non esistano, per via dell’ oscurità dell’ argomento e della brevità della vita umana che rendono impossibile la risposta a un simile interrogativo. Ma l’ avvento della democrazia, preannunciato storicamente dalla legislatura di Solone, in concomitanza con il mutato contesto storico-politico dell’ Atene del V secolo costituì il presupposto genetico e lo spazio operativo entro cui potè nascere e muoversi liberamente l’ intera corrente sofistica. “Vivere attivamente in democrazia significa partecipare ad assemblee, prendervi la parola, far valere con efficace discorso la propria opinione frammezzo alle altre opinioni; e perciò saper pesare le varie accezioni e sfumature dei vocaboli, avere nell’ orecchio le più felici espressioni dei poeti, riuscire a disporre i periodi in un ordine che incateni l’ attenzione, accenda le fantasie e susciti i consensi: significa, insomma, possedere quel complesso di cognizioni grammaticali, lessicali, sintattiche, stilistiche, letterarie che costituiscono l’ arte dell’ eloquenza” (L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico).  Il possesso dunque, da parte di tutti gli uomini, della virtù politica è presupposto fondamentale per la validità e l’ efficacia di un regime pienamente democratico (sebbene da quello ateniese fossero esclusi i non cittadini, come i mercanti, le donne e gli schiavi). Nel mito della civiltà umana rievocato da Platone nel Protagora, il sofista, appena giunto ad Atene, spiega a Socrate che lo interpellava la motivazione per cui nell’ arte politica non esiste chi sa e chi non sa, chi ha diritto di parlare nelle assemblee e di redigere le costituzioni e chi no, come in tutte le altre tecniche. Ma la confutazione socratica è ben più sottile di una semplice presa di posizione oligarchica, perchè se tutte le opinioni sono effettivamente valide in egual misura, e se dunque non si nega il principio base della democrazia, perchè pagare Protagora, che insegnava ad avere successo nella vita pubblica ? Vi era un tempo in cui esistevano solamente gli dei e nessuna delle altre stirpi mortali. Poichè giunse anche per queste però il tempo della nascita Zeus le plasmò nel cuore della terra mescolando la terra e il fuoco e gli altri elementi, e ordinò a Promèteo ed Epimetèo  di assegnare a ciascuna specie le doti naturali appropriate, in modo che esse potessero perpetuarsi nel tempo e quindi cacciare, difendersi, riprodursi. Ma Epimetèo decise di avviare la distribuzione senza il fratello, ma non si rese conto che stava procedendo troppo di fretta e stava esaurendo le capacità a favore degli esseri privi di parola. L’ uomo è nudo, scalzo, scoperto, inerme, perciò Prometeo si macchiò del celebre furto del fuoco di Efesto, dando inizio alla fase della tecnica. “Poichè l’ uomo fu fatto partecipe di sorte divina, unico tra gli esseri viventi credette per prima cosa negli dèi e iniziò ad innalzare statue e altari in loro onore. […] Tuttavia agli inizi gli uomini abitavano divisi – non esistevano poleis – perciò, essendo molto più deboli degli altri animali feroci, morivano a causa di questi ultimi: le tecniche produttive che possedevano, infatti, li soccorrevano adeguatamente nel procurarsi il cibo, ma non nel combattere le fiere, perchè essi non possedevano l’ arte politica, e così, disperdendosi nuovamente, perivano. A quel punto Zeus, temendo che la nostra stirpe scomparisse del tutto, mandò Ermes a portare agli uomini il senso del rispetto e del giusto, perchè favorissero i vincoli di amicizia. Ermes chiese a Zeus in quale modo dovesse dare agli uomini il senso del giusto e del rispetto, se anch’ essi come erano state distribuite come erano state distribuite le altre tecniche, cioè in modo che uno solo possieda l’ arte medica basti ai molti che non la possiedono, o se li dovesse concedere a tutti. << A tutti >> rispose Zeus ” (Protagora ; 321 d – 322 d ). Dal pudore e dalla giustizia ebbe inizio lo spartiacque tra nomos e phusis, tra mondo umano e mondo animale, e la specie umana viene tratteggiata come del tutto priva di doti naturali, perchè la sua completa realizzazione avviene solo e unicamente nella legge. Nella misura in cui dunque la società, intesa come processo ultimo di realizzazione della superiorità umana, esiste, vi è necessariamente al suo interno una certa dose di giustizia, ma tanta più ve ne sarà, tanto più benessere se ne ricaverà e tanta più umanità sarà realizzata. La necessità dell’ eccellenza ha come sua conclusione ovvia l’ importanza imprescindibile della funzione demagogica dei sofisti. Attraverso il mito, la genealogia, Protagora si riappropria della tradizione didascalica inaugurata dalla Teogonia esiodea, ma si presenta come nuovo maestro.

Ma se con Protagora si assiste a una prima giustificazione teorica e ontologica della democrazia, è Gorgia ad essere il padre della seconda componente di rilievo della corrente sofistica, ovvero della retorica. Con il suo scritto Sul non essere egli si mise in aperta polemica con l’ eleatismo, sia per il titolo dell’ opera che si rifaceva con vena polemica al trattato Sull’ essere di Melisso, sia per la tecnica dimostrativa utilizzata, ovvero quella per assurdo coniata da Zenone, attraverso cui si era schernito della dottrina del numero e del movimento di matrice pitagorica. Parmenide costituiva infatti, con la presunta identità tra essere, pensiero e linguaggio, uno scoglio insormontabile per la valorizzazione teorica di una scienza come la dialettica. Gorgia avanza tre tesi, che mirano a confutare dal basso, dalle loro radici, le caratteristiche dell’ essere che Parmenide delineava come necessarie attraverso il solo ausilio della ragione.

  1. Nulla esiste

Il non essere non è, e non può essere. Ma neppure l’ essere è, perchè se esistesse esso sarebbe o generato o ingenerato, o finito o infinito. Ma se fosse ingenerato non avrebbe un principio, e dunque sarebbe illimitato. E se è illimitato non si trova in nessun luogo, perchè se si trovasse da qualche parte ciò in cui esso è sarebbe cosa distinta da lui, e dunque l’ essere non sarebbe più illimitato. Ma se allora l’ essere avesse dei limiti, se avesse un principio, esso sarebbe nato, o sarebbe stato generato. Ma l’ essere non può essere nato perchè in tal caso sarebbe sorto dal non essere, oppure dall’ essere stesso. Ma se è nato dal nulla non esiste, perchè niente nasce dal nulla, e se fosse nato da se stesso non sarebbe più limitato, e dunque non avrebbe principio. Se inoltre l’ essere è, o sarà uno o sarà molteplice. Concepito come grandezza unitaria risulterà inevitabilmente divisibile, e dunque non sarebbe più uno, se poi venisse concepito come corpo, allora sarà triplamente divisibile, perchè avrà una lunghezza, una larghezza e un’ altezza, dunque l’ essere non è uno. Ma non potrà allora neppure essere molteplice, perchè la pluralità non è altro che somma di singole unità, per cui escluso l’ uno è escluso anche il molteplice.

2. Se anche qualcosa esistesse, sarebbe inconoscibile e inconcepibile per l’ uomo

Le cose pensate non esistono, dunque le cose che esistono non potranno essere pensate e dunque l’ essere non sarà pensabile. Se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono, ma i sogni, le allucinazioni, le fantasticherie, i vagheggiamenti non esistono. Il pensiero di una cosa non determina la sua effettiva sussistenza. Se inoltre si ammettesse che il pensato esiste, si dovrà anche ammettere che l’ inesistente non può essere pensato; perchè i contrari hanno sempre, per definizione, predicati contrari; e il contrario dell’ essere è il non essere. Ma questo è confutato dall’ esperienza, perchè ciò che non è risulta facile da immaginare. E così l’ esistente nè si pensa nè si comprende

3. Se anche qualcosa esistesse e fosse comprensibile per l’ uomo, esso non sarebbe comunicabile

Il mezzo con cui l’ uomo si esprime è la parola; e la parola non è l’ oggetto a cui effettivamente si riferisce, e perciò ciò che esprimiamo è altro dall’ essere. Le cose che sono, in quanto enti appartenenti al mondo esterno e in quanto tali a noi estranei, non potranno diventare la nostra parola, il nostro linguaggio. E in quanto altro dalla parola e dal linguaggio, essi non saranno comunicabili, perchè la parola è espressione delle sensazioni che dagli oggetti provengono e non coincide con gli oggetti stessi.

In questo oscuro contesto gnoseologico ed epistemologico in cui non esistono realtà o verità cui appigliarsi, Gorgia invita a dare senso alla propria esistenza dopo aver compreso il contrasto stridente tra la ragione, il logos e la realtà esterna. Alla filosofia intesa come indagine sull’ essere, ormai ritenuta tanto improbabile quanto vana, si affianca la scienza della retorica: la persuasione non sta infatti negli oggetti del mondo esterno, ma nelle parole, nelle interpretazioni, nelle credenze. Il probabilismo di Nietzsche sarà un ritorno in chiave antipositivista a questa concezione gorgiana: a fare problema non saranno i fatti, che non esistono, ma le interpretazioni di essi che si crea ciascun individuo. Il dramma della condizione umana consiste nel prendere coscienza che non esistono significati già dati, preconfezionati, e non si può che fare il massimo affidamento sull’ interpretazione, pur sapendo che dietro ogni interpretazione soggettiva si cela un inganno. E’ il linguaggio, non la giustizia e il pudore, ciò che costituisce ontologicamente l’ uomo. Il discorso così non serve più a raggiungere una verità universale, ma ad arricchire la capacità individuale di giustificare le proprie, personali, vuote, fallaci opinioni sull’ essere.

 

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