literature/philosophy

La reazione ultra-umana di Antigone al relativismo protagoreo

L’ “Antigone” venne messa in scena per la prima volta ad Atene in occasioni delle Grandi Dionisie, nel 442 avanti Cristo. L’ edizione della tragedia coincideva dunque con il periodo di massimo splendore della democrazia ateniese che, sotto la guida di Pericle, si stava sempre più affermando come polis guida dell’ intero Peloponneso . Pochi anni addietro, Protagora veniva incaricato da Pericle in persona di redigere la costituzione di una neonata colonia, Turii,  a dimostrazione dell’ ormai incontestabile vittoria del relativismo filosofico sulle altre dottrine politiche di stampo non così apertamente democratico.  L’ antefatto della vicenda è costituito dalla guerra dei sette contro Tebe, narrata da Eschilo nel 467: Eteocle e Polinice, entrambi figli di Edipo, alla morte del padre si accordarono di spartirsi il potere della città, governando un anno a testa. Ma il fascino del monarca non tardò a sedurre Eteocle che, terminata la sua candidatura, si rifiutò di cedere il posto al fratello; Polinice così, dopo aver stretto un’ alleanza con sette potenti re dell’ Ellade, raduna un esercito per dichiarare guerra alla sua stessa patria. Durante l’ assedio di Tebe, i sette re si fronteggiano con altrettanti combattenti tebani in scontri uno contro uno in prossimità delle porte della città (che erano appunto sette). L’ ultima porta vede il conflitto tra gli stessi Eteocle e Polinice, che si conclude con la tragica morte di entrambi, l’ uno per mano dell’ altro. Sebbene possa sembrare assurdo, per la mentalità greca la colpa di Polinice di aver attaccato la sua stessa patria in armi è troppo grave per essere giustificata, sebbene si trattasse del legittimo erede al trono. Per questo motivo Creonte, governante di Tebe dopo la morte dei due figli di Edipo, figlio di Meneceo e fratello di Giocasta, decise di seppellire il corpo di Eteocle con i massimi onori da parte della città e di lasciare in pasto agli uccelli e ai cani la carcassa di Polinice al di fuori delle mura della sua patria natale, di cui non meritava più i servigi.  Antigone, figlia nonchè sorella di Edipo, decide volontariamente di andare contro i voleri del sovrano, per concedere al fratello defunto una via d’ accesso al regno dei morti attraverso una degna sepoltura e rinunciando consapevolmente alla vita per onorarlo. E’ chiaro che la vicenda di Antigone racconti un conflitto, che Hegel ha interpretato come l’ attrito tra la famiglia e lo Stato, altri come un’ affermazione dei diritti della donna ed altri ancora come l’ emblema di una nuova generazione che surclassa la vecchia ribellandosi ad essa. Da queste visioni nacque la leggenda dell’ Antigone come “eroina romantica”, che non accetta di sottostare alle angherie di un tiranno e fa valere anche a disprezzo della morte la sua individualità e le sue posizioni. Niente di più fuorviante. A dispetto del titolo, Creonte è protagonista della tragedia al pari della nipote, e il conflitto che si consuma tra le due parti è frutto dell’ inevitabile attrito tra due diverse concezioni della politica e della giustizia: la prima tipicamente ateniese e umanistica, la seconda più mistica e divina. La posta in palio della contesa sarà stabilire se il giusto, il mondo umano del nomos, sia veramente un valore universale che garantisca l’ ordine perfetto e immutabile su tutto e tutti. Secondo la suggestiva  interpretazione heideggeriana del primo stasimo, Sofocle ci fornirebbe per mezzo del coro una chiara spiegazione dell’ essenza dell’ essere umano: egli ci viene presentato come  deinotaton, ovvero come l’ essere più prodigioso di tutti. Con il termine deinos i greci indicavano nulla di dissimile dal “sublime” kantiano, ovvero qualcosa che lascia esterefatti e ammutoliti per la sua grandezza ma, al tempo stesso, spaventa terribilmente per la sua complessità. Kant adduce l’ esempio di un vulcano in eruzione o dell’ immensa vastità dell’ universo, Sofocle l’ esempio dell’ uomo, unica tra le creature a non avere un luogo naturale predefinito e che è chiamato a trovarsi da sè stesso, senza l’ ausilio della phusis, un posto nel mondo. Il mito di Protagora, riportato da Platone nel dialogo omonimo, spiega come l’ uomo ritrovi la sua natura più propria nella politica, nella legge, nell’ aggregazione della  polis, nei dibattiti assembleari, nella democrazia. E non manca certo il terrore suscitato dalla potenza con cui questo ci riesce: attraverso il nomos gli esseri umani possono imporre un ordine, voluto e creato da loro stessi, perfino agli animali, agli dei, a tutto il mondo della phusis che ormai passa in secondo piano, soggiogato e schiavo. La figura e la vicenda di Antigone sono interessanti proprio perchè mettono radicalmente in dubbio tutto questo, smascherando la vanità del tentativo protagoreo di spostare definitivamente l’ interesse filosofico sull’ uomo e sulle sue faccende, di trasformare la filosofia in antropologia e la teologia in un umanesimo filoantropico. Alla legge dell’ “uomo misura di tutte le cose”, Antigone contrappone l’ indicibile, l’ ineffabile, il religioso e umile silenzio che deve seguire ai grandi dilemmi dell’ esistenza, a quelle domande che erano, sono e saranno senza risposta. Creonte, fin dall’ inizio della vicenda, ci viene presentato con il termine di strategos, ovvero con la stessa nomina che indicava la carica di Pericle nell’ Atene del tempo. Egli inizialmente non viene infatti delineato come il despota malvagio e tirannico che alla tradizione è piaciuto esaltare ma, come il Pericle del “Discorso” in Tucidide, non è altro che colui che subordina, da bravo capo, il bene individuale al bene comune, colui che non rinnega l’ esistenza degli dei ma assoggetta il loro volere all’ utile della città. Come emerge dal discorso della corona, Creonte non rifiuta di seppellire Polinice per odio o per ripicca, ma perchè ritiene inammissibili le sue gesta e emblematica la sua carcassa putrefatta e stagnante come monito per i  ribelli futuri. Allo stesso modo la condanna a morte di Antigone, da lui proclamata, non è affatto priva di risentimento e amarezza, ma frutto dell’ impossibilità di lasciare impunita colei che non rispetta le leggi della polis , dato che esse sono giuste nella misura in cui determinano la coesione della città e l’ esistenza di un terreno comune valoriale tra gli individui. Niente di nuovo dal positivismo giuridico, anch’ essa una dottrina protagorea. Nel secondo stasimo infatti, il coro dipinge Antigone come autonoma, autò nomos, ovvero senza legge, anarchica, folle ad andare contro gli uomini e il loro mondo perfetto e intoccabile. Ed ecco sopraggiungere la sfida di Sofocle, che sembra chiedere a gran voce attraverso le pagine se veramente l’ uomo sia misura di tutte le cose, o solo di alcune, o di nessuna. Per difendere il bene della polis infatti, Creonte finisce per inaugurare una catena di mali, di sventure e di suicidi irrimediabili, nella vicenda del buon politico che diventa tiranno (culmine della metamorfosi sarà l’ episodio di Tiresia) si compie così la storia tragica. Lo stesso re di Tebe comprende, si ravvede, ma solo dopo avere sofferto, solo nell’ irrazionalità del dolore. Con l’ evolversi della vicenda si assiste a un vero e proprio capovolgimento della situazione: se nel secondo stasimo era Antigone ad essere folle, folle è adesso invece Creonte. Il buon politico, l’ uomo misura di tutte le cose ha voluto controllare, comandare, porre sotto il suo diretto controllo il mistero insolvibile della morte, della discesa agli Inferi, dell’ aldilà, subordinandolo alle leggi convenzionali del mondo umano. Il passaggio tragico non si era innestato con la politica autoritaria di Creonte, ma prende avvio con il suo tentativo di politicizzare tutto, anche ciò che va oltre l’ uomo, oltre la comprensione, oltre la teoria e la prassi, oltre la stessa politica. La morte si presenta fin dall’ inizio della tragedia, i funerali di Eteocle nascondono il suo ghigno beffardo, e ancora con la morte, di Antigone, di Emone e di Euridice, essa si conclude. La parola “Ade” compare in tutti i passaggi chiave elevando la morte a mistero, invisibile, indominabile, unica cosa che non potrà mai essere controllata dalle briglie del nomos. Il drammatico, disperato tracollo della figura di Creonte si erge ad emblema della fragilità dell’ uomo e della convenzionalità delle sue leggi a cospetto del sacro e dell’ irrazionale.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...