literature/philosophy

Il realismo politico greco

  • ANTIFONTE

La figura di Antifonte è molto oscura e controversa, e le testimonianze antiche sembrano, a una prima e superficiale lettura, confutarsi a vicenda presentandoci due figure del filosofo se non antitetiche quanto meno in forte contrasto tra loro. Tucidide ci parla di un retore, chiamato Antifonte di Ramnunte, futuro promotore del colpo di stato oligarchico che cercò di rovesciare la democrazia ateniese nel 411. Le “Tetralogie” costituiscono una parte dell’ orazione pronunciata da lui stesso in sua difesa davanti al tribunale di Atene dopo il fallimento del colpo di stato, che Tucidide non esita a definire come “la miglior difesa sostenuta fino ad allora” e che però non bastò ad avergli salva la vita. Dei frammenti papiracei del 1915 ci presentano invece un Antifonte teorico dell’ uguaglianza di tutti gli uomini, perfino tra greci e barbari, e aspramente critico delle differenza sociali che li separano all’ interno delle poleis.  Se la critica ha generalmente teso a separare le due figure come quelle di due omonimi che predicavano dottrine diverse e in contrasto tra loro, in verità si tratta di una sola persona, che nel V secolo a.C. diede via alla tradizione realista incentrata sulla netta separazione del piano della phusis dal piano del nomos, e dall’ analisi dettagliata di questo contrasto crolleranno inevitabilmente tutte le infondate letture democratiche del sofista. Se il primo rappresenta il modo in cui le cose sono, la realtà così come essa è indipendentemente dall’ uomo, le leggi e la giustizia nascono invece come fuga da questa realtà conflittuale, in cui il più forte prevalica sul più debole e lo schiaccia senza pietà nè sensi di colpa, in cui il leone sbrana la gazzella senza pretendere di giustificare eticamente la sua azione. Il piano del nomos è costituito da tutto ciò che gli uomini determinano convenzionalmente e ritengono universalmente valido. Il fatto che gli ambiti concettuali delle due categorie risultino ben distinti tra loro non ne impedisce il continuo rapporto conflittuale: ciò che è richiesto in base alle norme esteriori è sempre avverso a ciò che si percepisce come esigenza naturale, se gli uomini risultano per natura tutti uguali questa stessa uguaglianza porta inevitabilmente allo scontro e alla lotta perchè tutti desiderano necessariamente le stesse cose. Le leggi servono proprio a disinnescare questo conflitto, a permettere all’ uomo una pacifica convivenza al prezzo della disuguaglianza, del potere decisionale nelle mani di alcuni e della servile obbedienza di altri. Non solo esse così risulteranno convenzionali, ma la loro stessa convenzionalità le farà perdere il loro presunto valore etico ed universale : l’ obbedienza alle leggi non sarà più qualcosa di necessario o di eticamente giusto, ma sarà limitata a strumento per ottenere prestigio sociale e, poichè osservandole si va inevitabilmente contro i propri interessi naturali, la loro osservanza sarà richiesta unicamente in pubblico. Torna, dopo il Solone dell’ “Elegia alle Muse”, l’ ideale dell’ uomo perfettamente ingiusto in una società perfettamente giusta come esempio di vero e compiuto raggiungimento della felicità. Gli interessi di ciascuno risultano, in Antifonte, sempre e naturalmente individuali prima che collettivi, essi riguardano unicamente l’ uomo e non il cittadino e questo in aperta polemica anti-protagorea e, di conseguenza, anti-democratica. La conquista della propria umanità rimane però non una semplice adesione acritica al mondo della phusis, in quanto viene delineato come il fine più arduo e più importante da raggiungere nella propria esistenza: si tratterà dunque di sapersi muovere con intelligenza tra le due sfere concettuali, pavoneggiando la giustizia e la bontà d’ animo nei contesti pubblici  e sociali per godere di una buona reputazione e stima e senza, quindi, rendersi vulnerabilmente schiavi delle proprie passioni più immediate.

 

  • TUCIDIDE

Con “la guerra del Peloponneso”  si giunge alla piena giustificazione teorica del realismo politico e al massimo del suo splendore come movimento di pensiero. Tucidide studia la patologia della storia, studia la guerra per capire cosa sia l’ uomo, ovvero l’ artefice della storia stessa. Così come il medico parte nelle sue analisi dalle ferite, dalle malattie per debellarle e studiarle, allo stesso modo lo storico greco si propone di individuare alcune situazione particolari, ovvero le guerre, che permettano di vedere l’ uomo nella sua nudità al di là dei filtri etici attraverso cui le convenzioni sociali mascherano il vero volto del cittadino. Se Sofocle, contro Protagora, aveva lanciato una dura sfida proponendo una soluzione alternativa, Tucidide invece accetta il mondo protagoreo, l’ uomo misura di tutte le cose, e tenta di verificarlo fattualmente dando vita a un mondo umano, solo umano, troppo umano. Nel discorso di Pericle del II libro si assiste all’ esaltazione di questo modello di stampo umanistico e filoantropico, che poi nell’ evolversi delle vicende assisterà al suo tanto insanabile quanto drammatico tracollo. Pericle è chiamato a tenere un discorso commemorativo per i caduti in battaglia ma si rifiuterà di parlare degli stessi morti, celebrando invece Atene, la democrazia, il presente in nome di cui i padri avevano perso la vita immolandola alla grandezza futura della polis. La democrazia non è il potere del popolo o dei deboli, ma il potere di tutti, perchè tutti hanno non solo il diritto ma anzi il dovere di partecipare alla vita pubblica, chi se ne sente esentato non è una persona tranquilla, in ampia polemica con il governo di stampo oligarchico in vigore a Sparta, ma una persona inutile. Atene ha strettamente saldato l’ interesse del singolo con il bene della comunità elevandosi a scuola di tutta la Grecia, l’ ambizione con cui ha costruito e sta costruendo la grandezza della democrazia basta per l’ eternità: non importa se i padri sono morti, perchè la loro immortalità è assicurata dalla nobile causa per cui hanno rinunciato alla vita, ovvero l’ intento di realizzare un mondo umano, che non necessitasse nè degli dei nè di Omero. Bisogna dunque considerare lo splendore di Atene e innamorarsene. Tornando invece indietro al I libro, assistiamo al discorso degli ateniesi a Sparta, che precede di poco lo scoppio del conflitto tra le due forze egemoni dell’ Ellade. Gli ambasciatori ateniesi non si cureranno nemmeno di rispondere alle accuse mosse dai Corinti davanti all’ assemblea spartana, ma cercheranno di intimorire e dissuadere Sparta dal compiere azioni avventate: subentrano così in politica i rapporti di forza, in quanto è tra pari che si prendono decisioni, senza ovviamente dare ascolto alle ridicole rivendicazioni di chi non è abbastanza potente da ottenere da sè ciò che desidera.  Durante le guerre persiane, Atene ha combattuto valorosamente per l’ interesse di tutti, per l’ utile e il vantaggio di tutti ed ora il suo prepotente espansionismo e il suo tirannico imperialismo risultano più che naturali. Il potere che ora eleva Atene a faro della Grecia non è stato voluto nè premeditato, ma è direttamente conseguito dal ruolo egemone che la polis svolse nei conflitti contro l’ esercito di Serse ed ora non possono, Salamina e Maratona, essere d’ un tratto dimenticate o tenute in poco conto. Quando ti trovi casualmente tra le mani un potente impero, è logicamente giusto tutelarlo rafforzandolo quanto più possibile. La polemica qui è indirettamente rivolta contro l’ altro grande storiografo greco, ovvero Erodoto, che aveva esaltato i conflitti tra Greci e barbari come guerre per la libertà, vittorie di pochi uomini liberi su uno sterminato esercito di schiavi ; adesso in Tucidide la guerra non può che essere combattuta per vantaggio, l’ utile essendo l’ unico argomento che conta in politica. Protagora aveva saldamente tenuto insieme utile e giustizia, con la guerra del Peloponneso questo legame crolla invece inesorabilmente: le forza agenti in politica sono esclusivamente tre, ovvero la paura, per la necessità di sicurezza, l’ onore, per il bisogno di dare significato alle proprie azioni e l’ utile, alla giustizia non è riservato spazio alcuno. Le azioni di Atene si configurano così come perfettamente conformi alla natura umana, in perfetto accordo con essa, dal momento che nessuno ha mai rinunciato  a un vantaggio in nome della giustizia quando aveva la forza per ottenerlo. Ma Atene è più che forte, la sua potenza ed egemonia va al di là di quanto minimamente potessero pensare i Corinti, e per questo può permettersi di concedere qualche piccola indulgenza e libertà alle popolazioni su cui esercita il suo comando: solo gli stolti possono interpretare le concessioni ricevute come segni di debolezza. Il fatto stesso di poter dire la verità, affermare le proprie posizioni così come esse sono realmente è un ulteriore simbolo di forza. La vena puramente provocatoria di questo discorso porterà gli oligarchi spartani alla dichiarazione di guerra. Dopo sedici anni di conflitto, nel 415 a. C., Atene continuava la sua politica navale, con la quale sperava di dichiarare scacco a Sparta: una sola isola mancava al dominio ateniese, Melo, popolata da coloni spartani che fino a quel momento avevano mantenuto l’ indipendenza e la neutralità. Il discorso tra ateniesi e meli, a porte chiuse  per via del regime oligarchico in vigore sull’ isola, può essere considerato come l’ apice dell’ importanza assegnata alla forza nelle dispute politiche, l’ esaltazione della realtà dei fatti che vede degli sparvieri, ovvero gli ambasciatori ateniesi, tentare di persuadere indifesi usignoli alla resa prima di essere straziati dai lunghi e affilati artigli dei predatori, per riprendere una metafora esiodea. Gli ateniesi, non essendo stati condotti davanti al popolo, decidono di evitare la retorica, con la quale certamente lo avrebbero convinto, ma di attenersi alla cruda evidenza della situazione: partendo dall’ assunto iniziale che la giustizia non esiste, per la realtà dei fatti i Meli si trovano costretti  scegliere se essere distrutti o graziati. Per via della totale disparità di forze spiegate, gli ambasciatori ateniesi si proclamano fin da subito come, allo stesso tempo, parte in causa e giudici del processo decisionale, è infatti più che naturale che i più forti esigano e i più deboli ubbidiscano. Solamente nel caso in cui vi siano interessi e necessità condivise, comuni nella ricerca di un accordo tra le parti allora si potrà parlare di diritto, ma questo non è il caso dei Meli contro i quali è già schierato un imponente esercito pronto, da un momento all’ altro, a radere al suolo la città. Gli oligarchi controbattono che il fatto che esistano norme che regolino il diritto internazionale oggi è utile a Melo, un domani potrà essere utile ad Atene ed è dunque non solo giusto, non contando nulla la giustizia in politica, ma perfino utile che gli ateniesi rispettino questi valori universali di rispetto reciproco. Ma in questa situazione l’ unica potenza che Atene è chiamata a temere è quella dei suoi stessi sudditi, interna all’ impero: nessuna isola potrà essere graziata e rimanere autonoma, se no tutte vorranno diventarlo e saranno chiamate alle armi da folli e pericolose rivendicazioni di libertà. Viene nuovamente ribadita quindi la differenza siderale tra i rapporti che intercorrono tra due potenze di uguale portata e tra deboli e forti: nella guerra con Sparta sarà così necessario seguire delle regole per prevenire la reciproca distruzione delle due poleis, ma l’ amicizia di Melo sarebbe addirittura svantaggiosa in quanto segno di debolezza, ben più utile sarà per Atene il suo odio, che servirà da monito per tutte le altre città assoggettate. Il piano dell’ argomentazione si sposta così in maniera siderale per quanto riguarda i Meli, che se prima provavano a dimostrare l’ utilità che Atene avrebbe ricavato dall’ abbandonare l’ isola indenne, ora si trovano costretti a spiegare come per Melo sia, giunti a questo punto del discorso, più vantaggioso provare disperatamente a resistere piuttosto che issare bandiera bianca. Gli ateniesi avevano infatti pur sempre concesso che qualche volta in politica è non solo necessario ma fondamentale osare, tentare l ‘ impossibile, e a volte, anche se raramente, sono i più deboli ad avere la meglio. Arrendendosi Melo rinuncerebbe alle sue poche, minime speranze di salvezza. Inoltre i Meli senza colpa si trovano a dover fronteggiare l’ ingiusta prepotenza di Atene e Sparta sarà costrett all’ intervento dalle circostanze, sia per i legami di sangue, sia per la difesa di quell’ ordine che Atene violerebbe con l’ assalto, sia infine per la vergogna che deriverebbe dall’ indifferenza e dall’ inattività. Sarà dunque utile resistere in nome dell’ esistenza di valori universali da difendere. Niente di più ridicolo per l’ uomo misura di tutte le cose tipicamente ateniese. La speranza di Melo rientra infatti nella sfera dell’ irrazionale, ogni tanto è necessario osare ma quando il rischio è di perdere qualcosa, non di perdere tutto e, inoltre, gli dei non potranno certo essere ostili all’ avanzata imperialista di Atene. Sopraffare il più debole è infatti l’ indole naturale dell’ uomo, ed è quindi stata creata e concessa dalle divinità in persona. Lo stesso vale necessariamente per la legge del potere, secondo cui ognuno ottiene quello che le sue forze gli permettono di ottenere: essendo gli dei onnipotenti, essi impongono  e ottengono tutto quello che vogliono. La “Teogonia” lo dimostra, Zeus ha vinto perchè più forte di Crono e ha imposto un mondo giusto perchè la giustizia è l’ utile del più forte. I Meli stanno ora cercando un vantaggio, l’ indipendenza, che va ben al di là delle loro forze e per questo sono stupidi, sbagliano un semplice calcolo matematico. Al termine della disputa, i Meli rifiuteranno l’ alleanza con Atene. Alla notizia dell’ assedio di Melo, gli spartani proveranno a intervenire in difesa dei compagni ma, poichè l’ oracolo predicava un esito sfavorevole dell’ intervento, rinunceranno in partenza ad infrangere la tregua che in quel periodo li tranquillizzava dalla guerra con Atene. Sarà la tragica fine di Melo, brutalmente rasa al suolo e colonizzata da Atene. Per trarre infine un resoconto del pensiero tucidideo, possiamo affidarci all’ unica volta in cui l’ autore fa delle considerazioni in prima persona all’ interno della sua opera, ovvero i commenti dopo la guerra civile di Corcira. Generalmente, nella concezione tradizionalmente greca, la guerra, il conflitto, polemos erano considerate come ordinarie, comuni, già Eraclito le elevava a “padre di tutte le cose”, ma la stasis, ovvero la guerra civile, era vista come il peggiore dei crimini e il più grave dei pericoli, come la sopraffazione dell’ elemento bestiale dell’ uomo sulla ragione che invece lo stimola all’ aggregazione nelle poleis. In Tucidide invece polemos e stasis risultano essere la stessa cosa, ovvero kunesis, movimento, e la contrapposizione tra le due cose avviene solo sul piano linguistico in quanto la prima trova il suo necessario compimento nella seconda. Tutto è movimento, l’ uomo è movimento, il movimento produce la guerra e la guerra produce la guerra civile che ci permette di capire veramente a fondo che cosa siano l’ uomo e il movimento. Nelle difficoltà l’ uomo ha infatti imparato ad uccidere, ad essere violento, la guerra ha insegnato all’ uomo il male che lui stesso porta sempre dentro e che viene assopito, incatenato dalle convenzioni sociali imposte dalla legge attraverso il linguaggio: la guerra civile è in grado così di svelare all’ uomo la sua stessa essenza. Quello che conta, che sta alla base del movimento, è il cinico perseguimento del proprio utile  e la società nasce per vincolare tutto questo. Il conflitto è infatti regolamentato dal linguaggio, che imprime alle azioni dei parametri valoriali, che stabilisce cosa è positivo e cosa negativo, controllare le parole e soprattutto i loro significati è l’ obbiettivo primario della politica in quanto le parole e i loro significati rappresentano concretamente i rapporti di forza esistenti all’ interno di una società.

 

  • TRASIMACO

La maggiore testimonianza su Trasimaco è il primo libro della Repubblica, dialogo probabilmente edito da Platone nel periodo della giovinezza, quando ancora il suo pensiero  risultava molto ancorato e dipendente dall’ eredità socratica del metodo puramente demolitorio e quando ancora non aveva iniziato il suo progetto di ricostruzione di un nuovo sapere anti-tradizionale in vista della creazione di kallipolis. Il “Trasimaco”, per via della sua netta dipendenza concettuale dai successivi nove libri, sarà poi probabilmente stato riscritto e riadattato alla sua nuova funzione di introduzione all’ imponente opera platonica. In perfetto accordo con Tucidide, alla domanda socratica sulla giustizia Trasimaco risponde definendola come l’ utile del più forte: il potere politico, qualunque esso sia, stabilisce le leggi in base al proprio interesse e giusto sarà ciò di cui le leggi impongono l’ osservanza, così come per il positivismo giuridico protagoreo. Quello che però Protagora non aveva previsto era l’ uso che i potenti fanno delle leggi, ovvero il fatto che essi le stipulino al solo fine di preservare il loro potere consolidandolo ed istituzionalizzandolo. La comunità trasimachea non è altro che il risultato dei rapporti di forza insiti nella società stessa, secondo cui può prevalere il popolo e allora si avrà una democrazia, possono prevalere in pochi e allora si avrà un’ aristocrazia o potrà prevalere uno solo e allora si avrà una tirannide. Chiunque sia il vincitore dello scontro, in ogni caso il risultato sarà l’ imposizione di una giustizia come strumento di oppressione e di controllo. Socrate, come suo solito, risponde adducendo gli esempi che trae dalle techne: il medico ha il potere, governa sul paziente ma per il bene del governato, così come il capitano può decidere sulla vita o sulla morte della ciurma e della nave, ma in vista di una buona navigazione e quindi per il bene della comunità. La giustizia sarà così l’ utile del governato. Segue alla confutazione socratica una nuova definizione trasimachea di giustizia, che si configura ora come il bene di un altro. Vengono così nettamente separate la sfera dell’ eudaimonia, del pieno conseguimento della felicità e quella del perseguimento della giustizia sul piano etico-valoriale. Il tiranno, ingiusto, è il pastore di un popolo e come un pastore si occupa e accudisce il gregge per il suo proprio interesse. L’ ingiusto sarà felice, perchè persegue il suo bene, mentre il giusto sarà uno stupido, oggetto di scherno e derisione, perchè persegue il bene altrui. Per chi governa secondo giustizia, infatti, il potere sarà il massimo dei danni perchè non potrà trarne vantaggio personale, e al contempo si inimicherà amici e parenti perchè non potrà, in nome dei suoi ideali, perdersi in favoritismi e agevolazioni. Il tiranno invece, nella sua malvagità, nel suo egocentrismo, sarà per la sua stessa malvagità e per il suo stesso egocentrismo l’ uomo più felice e beato di tutti.

 

  • CALLICLE

Nel “Gorgia” Socrate, rispondendo alle tesi esposte da Polo, allievo di Gorgia, aveva sostenuto che commettere ingiustizia fosse più svantaggioso che subirla e aveva ribadito la stretta connessione tra giustizia e felicità. Si era perfino spinto ad affermare che se per sventura ti dovesse capitare di commettere ingiustizia, la cosa più vantaggiosa che potrebbe capitarti consisterebbe nell’ essere severamente punito: il vero amico si configura come colui che ti aiuta, denunciandoti, a incorrere nella punizione per l’ ingiustizia che hai commesso. Non si può dimenticare, in vista del progetto platonico di sovversione di tutti i valori, che il precetto fondamentale dell’ epica greca consisteva nell’ esatto opposto della tesi socratica, ovvero nella massima omerica dell’ aiutare gli amici e combattere i nemici. Queste affermazioni suscitano il riso di Callicle, secondo cui se Socrate fosse realmente serio e non stesse scherzando, ciò significherebbe che tutti gli standards di vita dell’ Atene del tempo andrebbero cambiati radicalmente (in questo consisteva precisamente il progetto platonico). Ma Socrate ha fatto un errore nelle sue argomentazioni, ovvero fondere il piano pratico del bene, che riguarda l’ interesse reale del singolo e quindi l’ evidenza del fatto che l’ ingiustizia renda ben più felici e sia ben più vantaggiosa della giustizia, con il piano estetico del bello, che si interessa della reputazione pubblica e quindi proclama ideali e valori etici che abbiano carattere universale secondo cui orientare il nostro agire concreto. La verità è che, come nella Corcira descritta da Tucidide, chi segue la giustizia non è che uno stupido che si nasconde dietro il vomos e non vede, o rifiuta di vedere, le realtà della phusis . Le leggi sono ciò che decidono i deboli, i vili, la massa con l’ implicito fine di tutelarsi dal legittimo dominio dei forti. Come se un’ assemblea di  cerbiatti varasse delle leggi che regolino i rapporti tra animali della savana, predicando l’ uguaglianza, la democrazia e impedendo la caccia ai famelici leoni. Nel regno della phusis infatti l’ unico imperativo è la legge del più forte, secondo cui chi vale di più ha di più, secondo cui le diverse capacità devono essere diversamente ricompensate: questo è un fatto ed è bello e giusto che così avvenga. L’ unico criterio valoriale possibile viene così ad essere il potere, la forza, la potenza. Il nomos serve appunto ad addomesticare i leoni e renderli mansueti graie alle convenzioni istituite dai cerbiatti, che li temono. Ad esempio giusto è stato il furto dei buoi di Gerione da parte di Eracle, perchè egli era più forte e aveva il diritto di prenderseli. La filosofia, in quanto oggetto d’ amore di Socrate, viene brutalmente derisa in quanto non pratica, mera speculazione su vani concetti senza fondamenta. Si tratta di buone parole, di moralismi per nascondere la realtà dei fatti, essa è dannosa perchè estranea dalla realtà non occupandosi dei concreti rapporti di forza, di potere, dei reali piaceri e desideri della gente. Può essere praticata unicamente come sapere strumentale, ovvero come esercizio di retorica in vista delle vere battaglie, che per il sofista non possono che essere le discussioni assembleari. Guarda caso, se Socrate venisse condannato per un crimine che non ha commesso, a detta di Callicle sarebbe indubbiamente condannato a morte, perchè per via dell sua ingenuità non saprebbe come difendersi. A questo punto dell’ argomentazione Socrate obietta che se i migliori dovranno governare sugli altri, dovranno prima essere in grado di governare su loro stessi. Ma ancora una volta non trova l’ assenso di Callicle, secondo cui chi frena i propri desideri e le proprie passioni sono gli stupidi e gli infelici. La felicità, infatti, consiste nell’ avere sempre nuovi desideri, nel puntare a sempre nuove conquiste: sono i deboli, i cerbiatti a non avere il coraggio di desiderare. Grazie a questo impulso, il leone saprà svincolarsi dalle catene impostegli dalle convenzioni e dalle leggi, e scrollandosi di dosso le dottrine che gli predicavano i maestri saprà, come l’ Ubermensch nietzschiano, tornare a dominare e comandare così come gli spetta per diritto naturale. Quando Nietzsche infatti parla di “bestia bionda” non si riferisce certo alla razza ariana, come è stato erroneamente supposto, ma all’ “oltre-uomo” callicleo.

 

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