literature/philosophy

L’ odio ( parte I )

Amo vedere i bambini piangere, frignare, immagino provino un dolore immenso. Quelle lacrime sono i loro primi sbocchi sulla vita, aperture di senso, stimoli per la crescita. In questa vita la sofferenza è tutto, non se ne può fare a meno per ottenere la grandezza. Se si parla di felicità, allora il discorso è tutto alla rovescia, cambia radicalmente, ma la felicità non coincide con il successo, con il progresso, e il successo e il progresso sono le uniche cose che contano in questo mondo infame, è un dato di fatto. E’ combattendo la battaglia dell’ esistenza che ci si involve fino alla gloria e la guerra non risparmia vittime e il sacrificio prescelto dal destino è proprio l’ eudaimonia. La ricerca della felicità deve essere lasciata da parte, trascurata in un angolo buio della nostra anima insensibile e apatica, è tempo ora di crescere, evolversi, e per farlo è necessario  ricorrere all’ esperienza, alla vita, per quanto a volte possa sembrare infima e ladra : bisogna fare di tutto, provare tutto ciò che il mondo ci infligge senza distinzioni o esclusioni. Esistono infinite vie da vivere, e nessuno dei sentieri che si aprono e si diramano davanti ai nostri occhi increduli ed esitanti deve essere percorso a fondo, senza deviazioni. Bisogna cambiare e ricambiare e cambiare ancora al punto di non esistere più, non bisogna mai fermarsi, mai riposare un istante. L’ uomo che compie il suo destino di gloria è un uomo in movimento frenetico, pazzo. Non esiste una sola persona al contempo geniale e felice. L’ allegria è simbolo di stupidità, di esseri effimeri, vanitosi, viziati. Bisogna avere sempre ben presente l’ aut-aut : una via è quella che porta alla pace perpetua, all’ assenza di dolore e turbamento, l’ altra, parallela , è quella della virtù, del genio. Le illuminazioni che hanno portato alcuni uomini all’ immortalità non sono state altro che sublimazioni di una sofferenza profonda, radicata nell’ essere di quegli individui immensi e miserabili. Si tratta di una scelta istintiva, per lo più inconscia, che avviene al nostro interno, negli inesplorati antri dell’ anima, svincolata dall’ egida pusillanime della ragione, è una forma mentis come tante altre, quella sofferta, depressa, senza speranza, capace dell’ odio più puro e fecondo. Si può essere filantropi o essere immensi, superiori agli esseri rassegnati e sorridenti. . Il tedio che avviluppa questi esseri orribilmente soli nel cosmo è spasimante, un pepretuo fiato sul collo di questi semi-dei fuggiaschi. Continuare a domandare è la peggiore delle angosce, un viaggio interminabile in un vicolo cieco, girando spaesati su noi stessi. E la filosofia consiste precisamente in questa nausea vorticosa. Bisognerebbe, è chiaro, volere amare, curarsi del bene del prossimo, essere altruisti e annichilrsi pur di apparire dolci, mansueti, amichevoli, buoni con tutti, ma sarà la bestia che è in noi a svincolarci dagli altri. Trionferà, l’ animale feroce che si nasconde nelle nostra interiora ? Riuscirà nel supremo sforzo di abbagliare gli sguardi altrui, giudicanti e giudicati ? Li spegnerà con il suo viso truce da lupo famelico d’ esistenza ? Dovrà imparare a mordere, ad affilarsi le unghie per colpire e dilaniare le prede. E’ la folle tragedia dell’ uomo : la ragione o l’ istinto, il sapiente o la belva. Un solo imperativo: liberarsi di tutto, non avere oggetti o amici o donne a cui dover immolare il Tempo, non avere famiglia, non abitare in nessun luogo, non avere affeti né ricordi, impoverirsi a tal punto da essere costretti a imparare a nuotare con le nostre esili braccia nell’ oceano sterminato della possibilità, nella scoperta allibita dei nostri naufragi.

 

I bambini oggi, per lo meno in Occidente,  non conoscono la guerra, sono la prima generazione d’ uomini ad averla scampata. Bella scorciatoia ! L’ inesorabile declino degli intelletti per qualche migliaia di carcasse in meno da sotterrare e da dare in pasto ai vermi. Tutto per uno stupido sentore egualitario di orrida beneficenza, di perbenismo laico, di debolezza. I deboli hanno imposto il loro dominio sulla Terra, e la loro autoconservazione è assicurata: niente più tempeste, non è più tempo dell’ agghiacciante  fragore del tuono che squarcia in un delirio istantaneo la volta del cielo e la storia del Tempo. E’ un periodo di bonaccia, e l’ assenza di forti venti che sferzino le vele tese verso l’ orizzonte non è un buono stimolo per la navigazione. Le frustate stimolano gli schiavi a remare, i liberi sono stimolati  dalla voglia di imporsi dopo essere stati a lungo umiliati e calpestati e derisi per la propria effimera piccolezza. E’ la derisione, lo scherno, il più atroce dei mali e la più cruda delle delusioni  a spingere gli uomini a compiere azioni folli, e rasentando la follia si elevano al di sopra delle bestie e fanno a cazzotti con gli dei celesti e onnipotenti. Anche l’ uomo è onnipotente, purchè sia completamente disperato. L’ irrazionale è ciò che sublima l’ essere umano, che lo rende forte ed egemone dell’ universo, anche se la tradizione ha sempre visto e interpretato  questa indicibile sovranità del cosmo come  un progressivo elevarsi della Ragione a divinità,   idolatrata, venerata con ingordigia e santificata e beata tra tutte le arti. Fu la nascita di un neo-paganesimo protoscientifico e schematico, perfetto, inconfutabile, dottrinale. Ma ciò che è razionale non è che un misero scarto dell’ arte, l’ ineffabile è oggetto di culto dei poeti maledetti e l’ Inferno è l’ eden paradisiaco delle anime superiori. Al di là della morte non ci sono che folgori e fiamme per i poeti, per aver svelato l’ occulto e innominabile mistero della bellezza sconteranno la pena dell’ Eternità tra ceppi roventi al centro incandescente della Terra, torturati e sferzati dai diavoli con verghe indistruttibili e pesanti sulle schiene piegate e intrise di sangue coagulato dai secoli. La loro colpa fu di scoprire l’ unica dottrina che è esistenzialmente dato e valido seguire: il relativismo dottrinale. La magnificenza dell’ infinito, il vuoto cosmico che ci avvolge in un misterioso alone di silenzio non può che spingere il singolo individuo alla professione di umiltà. Non esiste filosofo o scienziato che abbia detto una sola parola saggia, per il semplice fatto che la saggezza non esiste, così come la morale o i sistemi ben costruiti e apparentemente validi. Non esiste nulla di tutto ciò, la propagazione del suono e delle parole non è che un fenomeno prettamente sub-lunare, esclusivamente nostro e ancora ci vantiamo dei suoi presunti valori inconfutabili e assoluti. Riuscissero almeno ad accordarsi tra di loro, gli uomini, e deliberare a un tavolo mondiale di trattative che questo è giusto, questo è sbagliato e quest’ altro ancora indifferete. Ma

I Massageti squartano i genitori e se li mangiano, perché pensano che l’esser sepolti nei propri figli sia la più bella sepoltura; invece se qualcuno lo facesse in Grecia, cacciato in bando morirebbe con infamia, come autore di cose turpi e terribili” (Erodoto) .

 Il viziamento e la lussuria delle generazioni che si sono susseguite da allora hanno portato alla presunzione che il proprio modo di vedere il mondo e  le cose del mondo  potessero essere oggettivabili e ordinabili  in un qualche schema  ideale e  vano che lo giustifichi nella sua essenza sovra-umana. Mi viene la nausea e da scoppiare a ridere. Ho masticato e rimasticato immensi bocconi d’ odio mal digeriti, che mi hanno condotto a queste pagine. Il dolore sgorga come sangue da una ferita appena aperta, e da questa improbabile agonia succhierò la linfa vitale necessaria per l’ ascesa. Piangi bambino, piangi ! rantolati in questa immane e disperata insignificanza. Non esiste persona al mondo che ti ami, tua madre persino avrebbe preferito un bravo scolaretto diligente che ubbidisse alle regole e ai richiami e studiasse come un angioletto e aiutasse nei lavori domestici. E invece ha sparato fuori dal culo te, lurido scarto di sperma rancido, e le tue illusioni scapigliate e i tuoi sogni infranti da un padre troppo severo. E ha sparato anche fuori dal culo le droghe con cui fuggi da questo lato placido del cosmo, le nottate sballato a gironzolare disperato senza compagnia alcuna per vicoli bui e malfamati. Tu e la tua penna, tu e la tua angoscia. Tu solo supererai tutte le mezze checche che ti ripudiano come un appestato o un untore, per preservare intatta la loro noia strabordante e la loro tranquilla inesistenza. Tu vivrai, figliolo, ancora una maledizione pronunciata a denti stretti  e la tua anima la stringerà Satana in persona nel suo pugno  forte e peloso. Assaggerai una vera e depravata lussuria, potrai pestare tua madre fino a ucciderla per averti messo tra le braccia di un destino tanto grande e desolato, ormai l’ odio è in te e rimbomba fin dal profondo della tua anima incorruttibile. Sei stato sedotto dal caos, e il caos tuonerà il giorno dell’ Apocalisse a invocare i suoi alienati seguaci e innalzarli fino alle vette del divenire. Tutto va, tutto si distrugge, tutto nasce e cambia e muore e s’ involve e ritorna, ma non i reietti,non i moribondi, non gli appestati. A loro un miserabile dio ha prescritto una vita di stenti e come premio per la loro immane desolazione ha posto una sedia ai banchetti del Tempo. L’ esperienza, la vita da untori e da fuggiaschi gli avrà insegnato a servirsi a sazietà non appena se ne presenta  l’ occasione, e a non indugiare in nome di formalismi o smancerie, anzi persino a superare e a rubare e a prevaricare gli altri con l’ inganno quando meno se lo aspettano, ad affondare la lama nella carne che si dilania come burro al tatto del caldo coltello al primo istante possibile, al culmine della distrazione dell’ avversario. Perché loro, i miserabili, è dalla vita che imparano, e dall’ esperienza, perché non hanno abbastanza amore nel petto per fidarsi di un filosofo o di uno scrittore e studiare con venerazione i suoi libri: questa è attività da monsignori, da gentiluomini, da raffinati che pranzano con quattro forchette e tre coltelli discorrendo dell’ essere e del non-essere e di ciò che diviene e di ciò che è immutabile. Bisogna imparare a prendere a piene mani questa raffinatezza e ingurgitarla per poi cacarla esultanti dalla cima di un baratro nero e interminabile: evitare l’ oblio ad ogni costo, vendere l’ anima per una sola persona che ci ricordi dopo la morte, questo è stato concesso all’ uomo, null’ altro.

 

Divertirsi follemente è troppo importante per vivere una vita vera. La realtà è quotidiana, monotona, abitudinaria, scorre senza che ce ne accorgiamo e senza evoluzioni, piroette, danze : è un moto rettilineo uniforme del fluire dell’ esistenza. La meta ultima è la morte, questo non va mai scordato. Sono gli eventi a intervallare questa noia, e gli eventi si configurano sempre come fughe dalla quotidianità, dalla monotonia e dall’ abitudine. E’ con gli eventi che si cambia, si cresce o si regredisce ma ci si evolve, modificando la noia delirante della realtà. Sempre di noia infeconda si tratta, ma la noia prima e la noia dopo un evento è sempre un po’ diversa e questo permette agli uomini privi di emozioni di non accorgersi del loro inutile sussistere. Consiglio il suicidio non a chi soffre, ma a chi è felice, perché la felicità, l’ assenza di turbamento risiede nell’ avvolgente quotidianità che, disperatamente vuota, fa apparire la vita in qualche modo sensata, orientata. Ecco, quando ci si accorge che la nostra vita prende un senso ben preciso, un orientamento, beh tanto meglio a quel punto avere la forza di donarsi la fine con una pallottola o ancor meglio trovare la salvifica volontà di spezzare la retta che conduce al nostro scopo. Stravolgere tutto, scappare follemente da noi stessi. L’ ordine è la fine dell’ uomo, è il tragico ammutinamento del divino che è in noi contro noi stessi. La schematizzazione della realtà preclude parti di vita, segna un confine netto tra ciò che mi piace e ciò che non mi piace, tra ciò che faccio sempre e ciò che non faccio mai, e questo è l’ unico ostacolo alla crescita inesorabile della propria personalità. Ognuno di noi non è un dio, ma porta in sé una divinità in potenza che può nascere solo grazie all’ ebrezza di un’ esistenza insensata, folle, dinamica, che sprizzi energia da ogni suo poro, ad ogni suo sguardo.  Diverte proprio ciò che è inusuale, insolito, inaspettato: non avere alcuna abitudine è l’ unico modo per divertirsi sempre. La vita deve preservare sorprese, perché le sorprese nascondono emozioni e le emozioni ci permettono di migliorarci. Sono la unica cosa che ci interessa in verità, l’ unico obiettivo di chiunque. Soddisfare l’ irrazionale vuoto che ci tormenta di continuo è tutto ciò cui gli uomini mirano: possono essere le donne, il denaro, la gloria, ma dietro ai grassi seni voluttuosi di una troia e dietro alle banconote sporche che stringe orgogliosamente il lupo di wall street  e dietro ai libri di storia che commemorano le nostre gesta non ci sono altro che piccole, insignificanti, deliziose emozioni. Solo il divertimento è apatico, la rottura del circolo delle cose che facciamo è puramente fine a se stesso, come l’ arte. Il disinteresse racchiude il germe di una grandezza più pura ancora dell’ odio, del rancore, del risentimento verso tutto e tutti. Una sbronza vale più di una promozione o di un matrimonio, ti fa venire molta più voglia d’ esistere. Capirò d’ essere morto quando preferirò una calma domenica passata tra il tepore di calde mura domestiche a una passeggiata delirante per le vie di una metropoli tracannando whiskey fino al vomito insaziabile dell’ alba. Avrò perso tutto il mio spirito, tutta la mia rivolta, ogni mia goccia di ribellione alla realtà ordinata e provvidenziale e armonica descritta da decine di coglioni. La poesia è nella vita, ad ogni angolo di strada percorsa, ad ogni incontro, ad ogni secondo passato a stretto contatto con il Mondo, e la poesia va succhiata avidamente fin dal midollo più sgranocchiato che ci è posto dal fato. Bisogna imparare a vederla la poesia, a coglierla, e questo costa molto strazio. Una volta toccato il fondo non è possibile altro che l’ ascesa, e dopo lunghi anni di oscurità torneremo a irradiarci di nuova luce raggiante al punto da costringerci ad abbassare lo sguardo e complimentarci della scalata immane.  La poesia non è un’ ideologia, è vaga, indeterminata, interroga l’ occulto senza ricevere risposta, ama quello che non può avere e per questo soffre, perché non ha senso alcuno. E’ stupidissima cosa imporre delle regole alla poesia, dei metri, dei canoni, dei ritmi, essa dev’ essere sciolta dalle catene del linguaggio, può essere un verso, una sillaba,  un silenzio impronunciabile. Ma a ben pensarci, quanto dev’ essere bello avere un’ ideologia ! E’ una risposta fissa, certa, sempre pronta a soccorrerci. Ci preserva dalle responsabilità delle scelte, dai turbamenti che ne derivano, ci mette sempre la parola giusta sulle labbra al momento opportuno per pronunciarla e godersi gli applausi della folla estasiata. Tutti sbavano dietro alle ideologie, sono identità precostituite che alleviano il tedio, la costrizione di dover essere qualcuno. L’ ideologia non è nessuno, e abbraccia dolcemente tutti i suoi seguaci tra le sue braccia materne e porge ai suoi pargoli grasse poppe gonfie di latte pronte ad essere succhiate con voluttà. La poesia, al contrario,  è una magra puttana, con gli occhi scavati dallo sfruttamento, dall’ insonnia, dalle droghe, dalla disperazione. Chiede molto e da poco in cambio, non dispone di nulla. La folla grida imbestialita per la sua insignificanza, un tempo la sfruttava come una schiava di poco conto ed ora, terminati i suoi servigi, l’ ha abbandonata al suo destino drammatico.

 

 

Per secoli i filosofi si sono arrovellati sullo spinoso problema della Verità. Prima Platone e poi, per la prima volta in senso moderno, Cartesio, hanno navigato a gonfie vele nel vasto pellegrinaggio dello scetticismo. Una scappatella in questo deserto di acque e tempesta, una gita innocua nella sua immensa insignificanza orribilmente spaesante. L’ iperuranio, l’ extrasensibile li ha trascinati fuori, li ha salvati dall’ oblio del pensiero, gli ha impedito l’ anarchia rivoluzionaria e gli ha permesso il contro movimento razionale, metodico, ordinato. Una contraddizione in termini, soprattutto dopo la morte e l’ oblio di Dio che ora, dalla tomba, non può più ergersi a garante di un porto sicuro in cui ormeggiare la fragile imbarcazione della filosofia. Il pensiero filosofico inteso come scientifico, programmatico, inconfutabile e dimostrativo è tracollato al pari del nostro Signore Padre e al pari della Metafisica da lui protetta e glorificata. Ora è tutto il contrario, un tempo l’ uomo vedeva e ammirava e provava a spiegare l’ armonia della natura, si adattava al suo ordine perfetto, adesso la domina e la distrugge, può sopraffarla : è il nuovo padrone del cosmo. Zeus ha reciso il fallo di Crono, Dio quello di Zeus, l’ uomo quello di Dio, ed ogni nuovo tiranno del Tutto ha imposto una nuova legge ad arbitrare la phusis. Originariamente l’ uomo faceva parte anche lui della natura, ed in perfetto accordo con essa era un’ armonica parte del tutto che ben si coordinava con le infinitissime altre. La natura è perfetta, ha un ordine rigoroso che prevede l’ adattamento come unica regola per la sopravvivenza. Tutte le specie mutano e si evolvono in conformità a questo principio: avere le armi giuste per combattere, per difendersi, per tutelare la propria autoconservazione. Nessuno ha mai pianto per una gazzella dilaniata dalle fauci di un lupo feroce, dolce assassino dagli occhi e dalle fauci iniettate di sangue, o per la scomparsa di un raro fiore bellissimo inadatto a sopportare il gelo dell’ inverno. E’ tutto stabilito, il più consono prevarica chi gli è inferiore, il più debole, e tutto questo è giusto ed è vero. Ma la ragione ha stravolto tutto, ha sconquassato l’ armonia che intonavano in coro animali e piante e terra e fuoco e aria e cielo e giorno e notte. La specie dell’ uomo non si è affinata fisicamente, ma razionalmente, e grazie a questa nuova arma mai sperimentata prima ha dominato e asservito l’ universo, calpestandolo con la tecnica,con la civiltà. La prima istituzione di un villaggio fu il primo atto di violenza contro la natura, la prima anarchia, uno stupro violento della bella selvaggia dai capelli sciolti al vento e dalla pelle olivastra. La componente bestiale dell’ uomo, che riaffiorava di continuo nelle guerre, negli spargimenti di sangue, nella prevaricazione dei deboli da parte dei forti, negli sfruttamenti, nei genocidi, nell’ odio è quanto di più ordinato e razionale esista. La ragione ha implicato la nascita dell’ assurdo, dell’ irrazionale. Anche queste pagine non hanno senso, sono solo parole e non fatti. Piangere la morte di un uomo, rivendicare i soprusi, richiedere a gran voce costituzioni e uguaglianza è l’ epitome del nuovo governo del caos. La tecnica lo ha legittimato, l’ irrazionalità della ragione ha trovato questo infallibile strumento di supremazia e l’ ha idolatrato fino a sopprimere l’ ordine, la perfezione, fino a inabissare la natura ed elevare l’ indicibile a nuova musa ispiratrice del Tutto. Ma non esiste per questo verità razionale, si tratta solo di modi diversi di interpretare, prospettive diametralmente opposte da cui ammirare lo spettacolo di ciò che è e di ciò che avviene. La natura chiede di  adattarsi ad essa, la ragione di trovare  una fuga, attraverso il pensiero, da questa lotta per la sopravvivenza, una facile scappatoia che conduca d’ un balzo dalla servitù all’ egemonia, dall’ inferiorità al governo, tutto qui. L’ unica Verità plausibile  è quella infinitamente frantumata nei soggetti, è, ancora una volta, il relativismo, l’ uomo misura di tutte le cose. Ma la gran parte di queste asserzioni, di queste presunte certezze non nascono in sé, sono date, consegnate agli individui dal Tempo, dall’ epoca storica e dai costumi, dalla tradizione, dalle credenze popolari, dal luogo e dall’ ambiente in cui si è nati e cresciuti. Questo vale  per gli individui infimi, quelli che amano e accolgono le parole del padre e della madre con affetto e venerazione, che ben si inseriscono nella società condividendone gli ideali, ma esistono appestati, esseri capaci di odio che non si possono fidare di nulla, accecati dalla loro rabbia, e si creano da sé delle convinzioni : quelle, e solo quelle, le assumeremo come valide, come vere, le altre sono opinioni. Il sentito dire è un metro di giudizio non valido, insulso, insignificante, tutto si può affermare purchè nasca come un’ araba fenice dalle ceneri del vissuto, dell’ esperienza, purchè sia un soggetto a intuirlo da sé e per sé solo, egoisticamente, nichilisticamente, nella maniera più scettica possibile. Si ripropone nuovamente l’ aut-aut : essere ordinati, in conformità con il tutto, perfettamente armonici e quindi bestiali o accettare la ragione e divenire dei mostri ? Accettare la ragione significherà eliminare il solo principio che era, è, è e  sarà certamente ed eternamente in vigore, ovvero la legge del più forte per quanto riguarda il mondo naturale, significherà il delirio più assoluto, la fine di un’ epoca, vorrà dire essere nelle mani di noi stessi e della nostra rappresentazione del mondo. Perché non esiste più una componente immutabile, divina che garantisca un’ oggettività ai giudizi, non esistono più valori universali, quello che io stabilirò razionalmente essere vero sarà vero, quello che io vorrò fare per il mio utile o per il mio altruismo sarò perfettamente libero di farlo, in perfetto accordo con la mia coscienza che, ora, tace inesorabilmente, non ha più nulla da dire delle mie nefandezze, purchè mi giovino allo spirito, purchè mi rallegrino.

 

Nel ventunesimo secolo siamo stati fatti partecipi di un nuovo declino: la leggerezza, la stupidità, la felicità. Prendiamo ad esempio la tecnica. Originariamente permise all’ uomo di imporre il suo giogo fatale sull’ Eternità, permise la metamorfosi dell’ umano in divino, il viziamento degli esseri che iniziarono a  sedere e a guardare schiavi inanimati che compivano il loro volere e i loro lavori in vece dei comodi padroni. Lo stesso viziamento, la stessa lussuria che ci permise l’ ascesa, che ci rese immortali ci ha ora trascinati nel vuoto amplesso del nulla. Ammiriamo l’ ingombrante peso del mondo, il fardello del male con un continuo sorriso idiota e delirante stampato sul volto. Ci piace apparire così, adesso, allegri, giulivi, fischiettando le bellezze inutili dei reality, dei mondi virtuali. Prima abbiamo dominato un mondo esistente governandolo a nostro piacere, ora ne abbiamo creato uno diverso e parallelo in cui non esistesse la sofferenza, in cui poter sguazzare liberi dal dolore e dallo splendore. Una nullità insomma, la leggerezza ! La scelta del più ignobile anonimato per scampare l’ amarezza del pianto, la crudità dell’ angoscia. Quando si parla di disastri, evidenze della gravosa incombenza di esistere, è dolce rimedio girare il volto da un’ altra parte, contemplare il ridicolo e il terribilmente vuoto presentatore che fotte i cervelli attraverso la televisione, strumento tanto grandioso quanto umilmente sprecato. La leggerezza ha invaso tutto, ogni singolo campo: da scrittori bonaccioni e falliti che scrivono sdolcinati e mielosi romanzi rosa di intrattenimento per vecchie coglione, a politici che hanno trionfato e comandato per via della loro popolarità volgare, nel basso popolo, a troiette arricchite per aver mostrato le loro forme a stupidi arrapati depressi. Le complicazioni non piacciono agli uomini di oggi, meglio evitare i problemi che affrontarli. Pensiamo solamente alla questione delle droghe in Italia. Esse non si può cero dire che siano illegali: chiunque può usufruirne (e di qualsiasi genere o quasi) e in molte zone fisse della città si può essere ben certi di trovarne ad ogni ora del giorno e della notte, esattamente come in un negozio o in un coffee shop olandese. Eppure i milioni e milioni di euro  del contrabbando continuano a fluire nelle tasche della criminalità organizzata, finanziando assassinii e corruzioni di ogni sorta e condannando decine e decine di giovani a stare male – e a divenire dunque un costo sociale, essendo la sanità pubblica – per via della scarsa qualità del taglio della merce. Nessuna seria campagna antidroga, nessuna lotta contro lo spaccio, nessun controllo su chi ne usufruisce regolarmente : solamente un totale, leggerissimo, disinteresse. Nel frattempo stati oltreoceano, come ad esempio la Colombia, continuano ad essere praticamente governati più che dagli stati legittimi dai narcotrafficanti, che hanno acquisito tanti soldi da avere una potenza praticamente illimitata, ma questo è un nuovo problema, e per di più lontano e che ci riguarda indirettamente, quindi di ancor minore interesse. Nessuno affronta la questione delle droghe, né con una svolta conservatrice e reazionaria che imponga un’ illegalità di fatto, cosa per giunta impossibile visto il ridicolo fallimento di pressoché qualsiasi esempio di proibizionismo, né con una svolta progressista e liberale e una conseguente legalizzazione. Nel mondo della leggerezza tutto è calmo, sedentario, una perpetua noia abitudinaria che diverte i più e deprime fino al culmine della disperazione gli intelletti più raffinati. Ho perso qualsiasi fiducia nella politica, qualsiasi speranza nella democrazia, per via della demenza del popolo, per via dell’ impero di ciò che pesa meno di una piuma, di ciò che è completamente indifferente e volteggia davanti ai nostri occhi assopiti trascinato da dolci correnti alterne. Né male né bene, purchè non turbi gli animi, purchè sia preservata questa indiscreta e apparente serenità, questo involvente oblio della grandezza dell’ essere umano. Questa mentalità paralizzante è sorta dalla bonarietà, dal perbenismo di una società finalmente felice, distratta, divertita. Il benessere ha imposto la necessità della stasi, impedisce di osare, rischiare è il peggiore dei mali per una civiltà viziata che sguazza nella sua futilità come un porco nel fango. Calma, basta restare calmi e tranquilli  e tutto si aggiusterà, meglio porgere l’ altra guancia e adattarsi a questo folle gregge che lascia zampillare maree di ignoranza e di depravazione in ogni via commerciale delle metropoli. Mille volte meglio un assassino a un fashion blogger, mille volte meglio uno stupratore a un saggio conversatore nei salotti mondani di questa società intirizzita,  arida, inesorabilmente vuota e indifferente. Sempre prendere una posizione, al momento della scelta la scelta sarà giusta per definizione, sarà corretta in quanto autonoma, svincolata dal conformismo obbligatorio che suscita risa e allegria nei cervelli annichiliti dall’ idiozia. L’ odio dei popoli islamici è ben più grande della nostra calma, soccomberemo se non ci decideremo a intervenire, si invertiranno i rapporti di forza perché i padroni, ora, non hanno più stimoli, dormono su giacigli troppo comodi per accorgersi dei pericoli imminenti dietro le spalle, l’ assenza di sofferenza porta inesorabilmente alla debolezza più misera, più vulnerabile.

 

E’ fondamentalmente necessario trovare un modo esaltante di condurre l’ esistenza. La vita non è fatta di azioni, di avvenimenti concreti e in questo i libri, le biografie, fanno un sostanziale errore metodologico. Non esiste nulla che non possa essere fatto o detto, nulla che sia meglio fare rispetto a qualcos’  altro. In questo nuovo culto del mistero, tracollate le idee dal mondo iperuranio, non esistono più i fatti, ma solamente interpretazioni di essi e modalità emotive con  cui compierli concretamente, attuarli. La fatticità del fatto non risiede in sé stessa, nell’ evento, ma in ciò che lo precede, lo motiva, lo causa, nel soggetto che intenziona il suo agire in una determinata direzione. Le categorie d’ uomini sono fittizie proprio per questo motivo: non esiste lo scrittore in sé, né il banchiere in sé, né il ribelle o lo spazzino o il politico o il viaggiatore, né tantomeno l’ Americano o l’ Italiano o il Tedesco o, ancora, l’ ateo o il cristiano o l’ islamico o l’ ebreo. Tutte quelle elencate, e la lista potrebbe proseguire più o meno all’ infinito, sono nient’ altro che semplici cose che si possono fare, mestieri, posti in cui si nasce e dunque culture in cui si è gettati, sono vie, sentieri verso la dissoluzione. Ognuno può liberamente scegliere su quale incamminarsi, senza distinzioni etiche di alcun genere: il politico non sarà migliore del filosofo e viceversa. Tutte queste cose, però, possono essere compiute in modi diversi e qui sta il punto della questione, dentro di noi, potremo, sulla nostra strada, guidare la massa o farne parte, condurre lo stormo d’ uomini al di là dei confini della notte o dormire sonni tranquilli e riposanti. Esistono soltanto due autentiche categorie di uomini: i ricchi e i poveri. Come già detto, tutte le altre sono fittizie, trascurabili, non sono altro che modi di fare e abitudini che un uomo si sceglie per non cadere in una depressione definitiva e infuggibile, niente di più di semplici atteggiamenti nei confronti della vita. Si potranno amare le donne, e vivere in vista di esse, o la musica, le lettere, la famiglia, il lavoro, le cose più idiote che possano essere pensate, non cambia assolutamente nulla. Qualsiasi cosa si può fare o non fare con i più disparati atteggiamenti, la si può fare con stile indiscreto e vergognato o sublime ed evidente, si rimane un’ infinità di soggetti non raggruppabili in sottoinsiemi affini. Ma nel caso dei beni materiali no, il possesso è un marchio indelebile che ti si legge negli occhi a un primo sguardo veloce, lo dice la tua espressione, il tuo volto, i tuoi stessi connotati, se sei ricco o povero. Qualsiasi società ha i suoi padroni e i suoi miserabili, i suoi oppressori e i suoi oppressi. La validità di questa distinzione si basa su una sola e semplicissima differenza: le dimensioni della gamma di possibilità. Un ricco potrà insozzarsi fino a marcire nel peggiore dei bordelli per tutta la durata della notte, per poi dormire accucciato su una panchina come un senzatetto alle prese coi crampi dell’ alchool solo per divertimento, per avere esperienza della sua stessa ripugnanza. Oppure potrà stappare bottiglie di champagne con belle femmine al suo fianco che lo adulano per il denaro, in un sobborgo antico del centro della città spendendo centinaia di euro per una sola scopata: al povero è preclusa questa seconda possibilità, non ne ha i mezzi, non può materialmente permettersela.  Non gli resta che arrendersi all’ evidenza, la metà dei sentieri percorribili per lui è interrotta in partenza, per aprirsi un varco dovrà diventare ricco. Fare il povero è gratis, come soffrire, sono le uniche cose che permettono, grazie allo slancio che ci affida la rabbia,  un’ effettiva crescita dell’ individuo. Ma la povertà, se la si vive a fondo e non in maniera distaccata, sporadica, di passaggio, ti avvolge interamente, ti sopraffà, è esattamente lo stesso discorso che si faceva sull’ odio. Rancore e miseria sono imprescindibili, necessari, ma presi da soli sono un fardello troppo gravoso e pericoloso per una sola schiena piegata dalla fatica, l’ esito certo del trasporto sarà la distruzione. Adoro vedere marcire le periferie nella loro miseria, cullarsi nella putridità della loro invidia selvaggia: è l’ essere umano che rantola davanti alla sua stessa fragilità, in bella mostra davanti agli occhi indiscreti di tutti. Se solo i suddetti “tutti” non esistessero, solo allora gli esseri potranno essere loro stessi, potranno vivere in maniera autentica e personale. Il concetto stesso di io, di soggetto, è una bestialità filosofica. Nessuno di noi esiste in maniera singolare, sotto le nostre pelli rosee si nascondono una miriade di individui, molto diversi tra loro, non siamo altro che i desideri di altre persone, nessuno ci conoscerà mai come noi stessi quando siamo assolutamente soli, isolati nel nostro odio e nelle nostre pene. Esiste un Me sociale, un Me che si rapporta ai genitori, un’ altro che si rapporta agli amici, un’ altro ancora che interagisce con le amanti, uno che lavora con i suoi capi e colleghi, e nessuno di essi potrebbe riconoscersi nello stesso corpo. Eppure convivono drammaticamente, e si scontrano di continuo e cercano di capire ingenuamente, senza risposta, quale di loro sia il più adatto a tenere le redini della conversazione, dell’ azione. L’ istinto potrebbe essere una risposta, ma infondata, indimostrabile, incapace di soddisfare la nostra ingordigia insaziabile di Verità. Un giorno capiremo quanto tutto questo non abbia senso alcuno, quanta presunzione si nasconda dietro lo schematismo analitico che conduce la nostra esigenza di risposte, questa folle idea di comprendere e di deliberare con esattezza e precisione. Soltanto i fatti potranno parlare, con le parole non si può fare altro che formulare domande, sono i soli strumenti del metodo, del rigore fenomenologico, dell’ arte divina della filosofia.

 

Non posso affermare di credere in un dio, sarebbe estremamente ridicolo di questi tempi. La scienza ha trasformato l’ essenza della natura da idolo a strumento, da profonda estasi contemplativa a semplice utilizzabile. Le macchine sono state le vere assassine di Dio, non la croce e nemmeno gli ebrei. Le divinità sono nate così, in maniera estremamente naturale dallo spettacolo del mondo, sono state un’ ovvia risposta di un essere ancora pre-tecnologico. L’ assenza di una componente di fede, di speranza, di mistero irrisolto è strettamente connessa all’ orda di leggerezza che sconvolge la nostra epoca.  Gli uomini hanno smarrito la loro spiritualità, fino all’ ultima goccia, divenendo superiori degli dei, sbarazzandosene al prezzo di un’ indicibile ridimensionamento emotivo. Si è passati così, in un’ istante, da esseri prediletti da uno spirito immanente, creati in vista del Paradiso, della rinascita, a miseri scarti del cosmo. L’ infinita vastità dell’ universo ha colpito l’ uomo nel profondo della sua dignità, lo ha reso schiavo della sua indicibile piccolezza, la scoperta dello spazio non può che avere cambiato nei singoli individui l’ immagine che prima avevano del cielo sopra le loro teste: l’ azzurra volta è divenuta un nero baratro interminabile, un’ assurda immensità di tenebre ignote. E non esiste più dio che la sostenga, che la regga e la spieghi, perché la natura, con l’ avvento dell’ era tecnocratica, si è iniziata a spiegare da sola, grazie alla scienza la sua lingua è divenuta finalmente comprensibile alle orecchie umane. Dove si fermerà questa oscena ricerca ? E’ uno stupro della vita, spogliare l’ ignoto del suo fascino inconoscibile.  Un giorno forse scopriremo di essere nient’ altro che macchine, e quando creeremo artificialmente le scariche elettriche dell’ amore, della passione, della gioia e del piacere nei nostri cervelli-ricettori, allora il prezzo della Verità sarà la fine dell’ esistenza. Una morte comprata a colpi di assiomi, teoremi e sillogismi, una morte metodica, schematica, ben pianificata. Ognuno di noi sarà pienamente felice, attaccato alla macchina che gli dona la linfa vitale del sentimento, e questo segnerà la fine ineluttabile della felicità stessa: dire che ognuno  è  speciale equivale a dire che nessuno effettivamente lo è .  Il desiderio è sempre desiderio di qualcosa che non si ha, e il desiderio più immenso è sempre desiderio di qualcosa che addirittura non esiste: l’ immortalità fisica. Il corpo si consuma, si logora, antichi splendori degni degli sguardi più voluttuosi e arrapati marciscono oggi tra i solchi depressi delle rughe. La vecchiaia è il peggiore insulto contro se stessi, bisognerebbe impedirne l’ esistenza per una semplice questione di dignità. Nessuno potrebbe amare veramente, sinceramente, disinteressatamente un vecchio all’ infuori di un dio. Meglio prenderli a bastonate, i vecchi, o quanto meno fare finta che le loro storie ci interessino e che le loro sembianze non ci ripugnino a tal punto da costringerci al riso o all’ orrore, sempre ben simulato e nascosto dentro di noi, è sottointeso. La falsità è la migliore caratteristica dell’ uomo, nessuna dote è stata a tal punto affinata evolutivamente quanto la falsità nel caso dell’ uomo. Siamo tutti indiscretamente bravi a simulare, a fingere, a mentire, a far credere agli altri della solidità della nostra più sincera amicizia, del nostro perpetuo affetto misericordioso. Per quanto riguarda la sfera degli affetti non siamo altro che cani dotati di parola, passiamo l’ eternità ad annusarci il culo con i discorsi più vuoti che ci vengano in mente e, quando si tratta di scopare, pur di infilare il nostro grasso cazzo sudato in mezzo a una bella coppia di cosce siamo perfino disposti, con la più oscena delle nostre maschere, ad amare. Nessuno ha mai donato se stesso, sinceramente, per un altro perché, sotto sotto, anche il più idiota degli esseri umani sa che privo di compagnia sarebbe, solo allora, infinitamente libero, perpetuamente colmato e ricolmato di potere  dallo scettro regale dell’ Odio.

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