poetry

Memorie di Morganne

L’imene me lo squarciò il primo vile,

maschietto di provincia.

Ci giocai ridendo,

al macabro rito del sesso.

La mia vagina,

Era il mezzo più semplice

per entrare al mondo dalla porta d’ingresso.

Qualcuno per questo m’elevò a regina?

Mi promise gloria e onori,

indefinite prelibatezze?

No.

Arrivò dopo

Il ludibrio d’una pista da ballo,

il culo ondeggiante e uno

due

tre

fanciulli arrapati

a guardarmelo fare.

Compresi presto che il senno e il pudore

Son criminali decaduti,

anziani strozzini alcolizzati.

Il Destino mette i nostri giorni sul banco

Per vedere le carte del Caso,

per poi tornarsene a casa

povero e vinto.

Al primo schiaffo pregai il Cristo,

come unica alternativa al senso perduto.

Ma da quando un bacio lo condannò,

ce l’ha a morte coi vezzeggiamenti.

Scelsi dunque il ritiro,

dalla vita di corte,

dal rito bacchico

con cui fui battezzata.

Non mi piacquero più

I bassifondi metropolitani,

il ragazzo agli arresti,

le seghe nei bagni

e le corse inaudite a cercarmi

in un mondo non mio e inadatto

al mio viso pallido.

L’insicurezza m’avvinghiò stretta,

quando conobbi lei,

e il suo mondo rapace, fallace

sudato e infimo.

Venerandola crebbi,

per poi cadere sconfitta.

Scappai follemente lontano

Da quell’idolo perduto.

Addirittura, cercai rifugio nel buon senso

E diventai una seria

Buona

Brava ragazzina

Accompagnata da un serio

Buon

Bravo ragazzino.

Ma più d’un anno non resistetti,

alla fine scappai di nuovo,

per aver troppo sofferto chiusa fra l’ali

d’un maschio perbene.

Tornò presto l’angoscia,

la nausea,

il conato dell’insoddisfazione.

Volevo di più,

dal mio corpicino irrequieto,

volevo essere guardata, ammirata,

volevo spiccare il salto e diventare

anche io

la nera regina della lussuria,

il genio malato e perverso;

espormi tutta quanta,

rivelarmi al mondo.

Poi di nuovo

Un altro uomo,

che amai subito

ma con cui

più tardi,

in fiumi di lacrime

non riuscii più a riconoscermi.

Avevo chiuso il sipario,

ricacciato dentro la mia lingua

indiscreta e lo sguardo felino

di chi vuole il comando.

Zitta. Buona. Educata. DOTTA E FELICE.

Non ressi a lungo.

Ben presto iniziai a piangere

E l’ingordigia del mio dolore, del mio rimpianto,

la nuova maschera cominciò a starmi stretta,

a tagliarmi la pelle.

Ma con lui fu rivoluzione;

questa volta non scappai,

tutt’a un colpo

nuda e impaziente e cruda e puttana

riemersi

e fui incoronata.

 

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