literature/philosophy

L’ Odio (parte II)

L’ evoluzione non è altro che cambiamento, e il mutare non ha mai una direzione, non può mai categoricamente dirsi “in peggio” o “in meglio” per la semplice inconsistenza logica e ontologica dei concetti stessi di peggio e meglio, ovvero di male e di bene. Le cose si danno, non si valutano, il giudizio è la peggiore delle nefandezze umane. Con quale coraggio, con quale presunzione, in nome di quale divinità o ideologia potremmo orientare i nostri pensieri e le nostre azioni ? Un solo argomento a favore di questa tesi e mi riterrò il più reietto degli esseri, il più viscido scarto di un’ umanità depressa e già morta. Crescere dunque non significa altro che essere diverso da ciò che prima si era, e una tale svolta non può che sorgere dall’ insoddisfazione, da una profonda messa in discussione di noi stessi. Chiameremo questa un’ “epochè esistenziale”: la sospensione del giudizio non va applicata nei confronti del reale, del mondo che ci circonda, ma di ciò che noi siamo in profondità, ovvero assolutamente nulla. Bandiamo da oggi le nozioni di “io”, di “soggetto”, di “personalità”, da qualsiasi dizionario o enciclopedia, non sono altro che nozioni inconsistenti nella loro stessa essenza. Già formulando queste idee, scrivendo queste parole io, in quanto me stesso, sono cambiato da prima, ad ogni istante che passa smetto di esistere e ricomincio subito dopo, rigenerato e pronto a una nuova morte istantanea. E’ il lavoro profondo dell’ odio che opera per il mio progresso spirituale. Come potrebbe una persona pienamente soddisfatta, felice al punto da amarsi e di amare la propria vita e le persone che lo circondano, mettersi in discussione ? E mettersi in discussione per altro in maniera indisciplinata, senza convinzioni che aprano una strada battuta alla rinascita ? O di rinascita non si tratterà, ma di eterna ripetizione dell’ uguale. Quando soffro mi faccio schifo, la mia stessa sussistenza mi appare vomitevole e questo ha spinto svariati uomini al suicidio: stupidità repressa ostacolare la rigenerazione ! Al momento della morte autoconcessa, autoinflitta, lo slancio della notte viene bruscamente interrotto, troncato proprio al suo sorgere, prima che l’ apice della sua ascesa ci renda immortali e poi ancora disperati e poi di nuovo immortali, ma in maniera assolutamente diversa. Non si tratta infatti di continue ripetizioni della stessa resurrezione, ma semplicemente di resurrezioni assolutamente non teleologiche, contraddittorie tra loro nel loro essere e assolutamente impossibili da attribuire alla stessa coscienza. Reinterpreterei così il mito di Sisifo : l’ apice della montagna è la gloria perpetua, l’ infinita grandezza, l’ immortalità conquistata a prezzo d’ odio e l’ orrida salita e la discesa ripida, rispettivamente, un’ ascesa e un tracollo capitanate dal risentimento, ciò in cui esattamente consiste l’ epochè : in una messa tra parentesi assoluta, imprescindibile, categorica, della felicità. Il dialogo, parlare dei propri sentimenti più reconditi, è la migliore via di accesso al regno dei rinati. La parola ha un potere autoriflessivo ributtante, che nessun altro strumento linguisto possiede e mai ha posseduto. Ha giocato anche la sua parte consistente nella storia dell’ ominazione, dell’ affinamento evolutivo verso il parto di quel Titano ribelle che è la ragione. Sentire con le nostre stesse orecchie, sensorialmente, tramite percezioni fisiche, la nostra stessa essenza che si oggettivizza in linguaggio, in frasi concrete, ci provoca un disgusto tale da spingerci a non desiderare altro che la dissoluzione. Il disfacimento per lo meno avviene, è assicurato. Disgregarsi e ricomporsi nuovi, in un andirivieni tragico di me stessi, drammaticamente irriconoscibili. Eppure, dietro ogni volto si cela il mistero immenso dell’ esistenza. Ciascuno di noi ha vissuto una vita diversa da quella dell’ altro, una somma di esperienze almeno in qualche frangente del vissuto assolutamente singolare, irripetibile. Ecco la risposta al dramma della verità : se essa non si può andare a cercare in cielo nei valori universali, se essa non risiede in altro che nel relativismo più compiuto, come potremo imparare a vivere ? Vivendo, nient’ altro che vivendo. Chiunque, in quanto diverso, ha qualcosa da insegnare, dietro gli infiniti sguardi che scrutano la Terra si celano altrettanti interpretazioni di essa, altrettanti particolari modi di vederla. E’ vero, abbiamo asserito la superiorità della profondità dell’ interrogativo e dell’ Odio alla semplicità della leggerezza, ma non se ne potrà negare la radicale diversità. Qualcuno avrà più da insegnare, qualcuno meno, ma si tratterà comunque di maestri esperti di campi che poco hanno da spartire, una ramificazione spregiudicata del sapere umano. E’ là fuori che risiede la risposta, nel viaggio, nel mondo, nelle persone. Si è detto anche che una persona di successo sarà inevitabilmente una persona libera, senza legami. E’ chiaro, essa non si ancorerà a nessuna concezione di un gruppo di affetti, non lotterà per preservarli contro l’ imbarazzante ostacolo della lontananza, o dell’ inesorabile scorrere del tempo. Odierà, odierà, e non si farà problemi a sparire, a svoltare l’ angolo ed entrare in una nuova prospettiva. Non esistono prospettive valide, non resta che provarle tutte fino al limite del posssibile, non resta che esaurire il nostro poter-essere in una continua metamorfosi di noi stessi fino allo sfinimento, alla dissoluzione. E questo non potrà avvenire se non tenendo sempre, costantemente bene a mente, appiccicata in testa, l’ assoluta insignificanza dell’ evolversi.

Quest’ oggi è avvenuto un accadimento strano, una parentesi di pace nel mio tormentoso travaglio delle relazioni umane. Aspettavo la metropolitana, di molto in ritardo, completamente assorto nell’ angoscia odiosa che mi si genera nelle interiora alla presenza di una grande folla, tutti ammassati, come bestie, nell’ attesa di un treno in ritardo. I borbottii erano continui, le spinte, gli scossoni, la puzza, alimentavano il mio disprezzo per gli esseri tutti, dal primo all’ ultimo li avrei volentieri fatti sparire. Non ci si può neppure nascondere sottoterra, di questi tempi, l’ uomo te lo trovi ovunque con i suoi stramaledetti sette miliardi di esemplari. Un pazzo si era suicidato lanciandosi sotto un treno che sfrecciava, poche fermate prima di quella a cui aspettavo io, e la metro tardava e la folla si accalcava, e più tardava più si accalcava e così via. Un inferno. I volti si accavallavano sotto i miei sguardi giudicanti, pretenziosi di una qualche superiorità legittima e convinti della loro grandezza. Nessuno sembrava notare questa mia supremazia indiscussa, eccetto il sottoscritto che vi si crogiolava, vi assopiva, dietro la maschera del superuomo, tutti i suoi rancori repressi. Aspettavamo e aspettavamo, tutti insieme, l’ uno al pari dell’ altro si mostrava incazzato per quell’ attesa inaspettata, dovuta a un povero morto che avrebbe potuto sopprimersi in maniera un po’ più discreta, senza venire a romperci le palle e a ostacolare i nostri impegni. Un velo di agitazione ricoprii i volti dei miei vicini, tutti immusoniti per la noia e per il caldo e per le spinte e la puzza e così via. Tutti avvisavano i loro cari dei loro cinque minuti di ritardo, scusandosi come peccatori irredenti davanti alle porte del Purgatorio, pronti a scontare secoli di espiazione per le loro malefatte. Un ritardo di cinque minuti… Di cani sciolti si trattava, non di esseri umani, avrebbero calpestato una folla di bambini in fin di vita pur di giungere alle loro case e riposarsi dopo una giornata di lavoro. Fu un istante, un bagliore soltanto di immensa speranza rivelativa. Per un attimo, un attimo solo, io mi sentii uguale per filo e per segno a tutti loro. Nulla mi interessava del ragazzo che si era tolto la vita, a dire la verità sul momento nemmeno lo sapevo, ma quando ne venni a conoscenza poco cambiò nei miei pensieri. Fu un secondo davvero, niente di più, ma crepasse mia madre se dico il falso, era pura felicità ! Fui sedotto dall’ incanto dell’ esistenza, un’ intuizione rapida e balenante che mi diceva a gran voce “Guardali, tutti ! Guardali a fondo ! Vedrai te stesso in uno specchio, ai loro occhi non sei altro che un essere fra i tanti, come loro per te ! “ Mi ricredetti, sono sempre stato meschino. Il treno arrivò. Un mare di gente vi scese e altre spinte, altre scosse, nuova puzza ma sempre lo stesso viscido strusciare delle carni sulle carni. Gli astanti si ammassarono, come orde di negri affamati cui porgi delle pagnotte dopo giorni di digiuno. Si sarebbero calpestati l’ un l’ altro, se solo avessero potuto dare libero sfogo alle loro voglie più remote e inabissate in luoghi dell’ anima che non erano assolutamente soliti andare ad esplorare. Luoghi pesanti come macigni, difficili da accettare. Un vecchio chiudeva la fila, zoppicava senza forze, non sarebbe stato in grado di raggiungere le file che iniziavano ora ad entrare nello scompartimento. Il vagone si riempì come un pollaio, quei mostri si calpestavano e si accavallavano uno sopra l’ altro, insultandosi, gridandosi di spostare la borsa, di fare attenzione, di non pestargli i piedi, chiedevano permesso per uscire alla fermata successiva e ancora si accavallavano, si pestavano i piedi e chiedevano permesso e si gridavano di fare attenzione. Un euro e cinquanta per la corsa. Anche il vecchio, quello che zoppicava, lo aveva pagato, sventolava il biglietto dicendo di dovere salire anche lui. Non c’ era più posto, non c’ era più tempo. Le porte scorrevoli si chiusero proprio mentre con indicibile pena e fatica si apprestava a salire. “Hai perso l’ attimo, vecchiaccio ! “ sembrava dirgli una signora tutta impellicciata, seduta comodamente , che guardava fuori dal finestrino con una certa altezzosità, “ Tanto la sorte di quel porco che ci ha fatto perdere tanto tempo, presto toccherà anche a te ! Salire su questo treno non cambierà certo la tua vita, sei praticamente già morto, e i morti non hanno nulla da vadere, nessun luogo dove andare “ .

Il paesaggio che si staglia sotto i nostri sguardi, è quello massimamente esotico di un ellenismo secolarizzato, elevato alla decima potenza. Un vastissimo, incalcolabile, guadagno d’ orizzonte. Ora si espande davanti ai nostri occhi sbalorrditi, tumefatti, la strabiliante enormità dell’ universo. Si è abbattuta la frontiera che più ci vincolava alle catene di un’ ortodossia ideologica : la volta del cielo. Le conquiste di Alessandro gettarono la grecità tutta nel baratro di un doloroso ridimensionamento esistenziale. Non esistevano più alleati e barbari, si era tutti della stessa, bassissima, sporchissima razza. Vuota ingenuità il nazionalismo ! E quanta gioia, a palate, sa infondere nelle teste vuote dei suoi credenti e adulatori ! Non ha più senso adesso, esultare : siamo formiche alla volta dell’ immensità. La scoperta dell’ infinitamente piccolo e dell’ infinitamente grande, l’ incalcolabilità e l’ incertezza del primo e la relatività del secondo, hanno avvolto l’ uomo moderno in un tetro manto di piccolezza. Non potremo mai capire niente, ci autodistruggeremo tentando. Comparando le nostre pretese certezze all’ incommensurabilità dell’ ignoto, possiamo ritenerci allo stesso livello delle previsioni astronomiche dei presocratici. Talete ha predetto un’ eclissi, ma che bravo ! Nel 1969 Neil Armstrong mise piede sulla superficie lunare, i miei complimenti ! Non è assurdo pensare che in quella spedizione, lo stato più potente della Terra riuscì con sforzi sovraumani a compiere una spedizione su un satellite che ci gira attorno come una mosca nei pressi di una merda ? Una merda ai margini di un’ infima galassia, il sistema solare, infinitamente piccola comparata alle altre a milioni e milioni di anni luce. Una merda di cui qualche microorganismo intelligente è venuto a scoprire che tutte le leggi che si era dato pena, dopo milleni di sudore sulle carte e sugli esperimenti, di redigere per spiegare la fisica, ad esempio in un buco nero non hanno senso alcuno ? Una merda il cui scorrere del tempo ha scandito tutto, dall’ alternarsi delle stagioni e dei raccolti, alla suddivisione in giorno e notte, per poi venire a sapere, da quei soliti microorganismi rompicoglioni, che non esiste il tempo. Né lo spazio. Sono relativi, basta che si prema un po’ il piede sull’ accelleratore, e si superi la velocità della luce, e l’ uno comprimerà l’ altro, ne stravolgerà i valori. E poi chissà, un tempo si viaggiava a cavallo o in calesse, poi con il treno a vapore, adesso con gli aereoplani, forse un giorno sfrutteremo le stesse scoperte che ci hanno depresso e comprimeremo lo spazio al punto da poter creare in esso delle scorciatoie, per esplorare l’ universo. Forse viaggeremo a velocità immateriali, con l’ aiuto di campi elettromagnetici. Forse…forse…speranza. La speranza è la virtù dei deboli, di chi non ha fiducia nella vita. Si spera in un futuro migliore, non si sfrutta il presente. Ma “ Per l’ allegria il pianeta nostro è poco attrezzato. Bisogna strappare la gioia ai giorni futuri”, nelle lamentose doglianze di questa piccolezza agghiacciante, preghiamo per un domani più radioso, più potente, di cui non vediamo che l’ ombra lontana. La vera gloria non potrà che nascere dallo slancio che il nostro dolore imprimerà all’ umanità, ma bisognerà vincere la leggerezza. La tecnica dovrà ammutinarsi contro di noi, al posto che esserci utile, spiegandoci che non siamo altro che microbi, dimostrandoci la nostra infimità e annichilendoci. Per il momento non fa che suscitare grasse risate e lunghe chiacchierate ai banconi dei bar, alle file dei supermercati, tra le madri che aspettano che i figli escano da scuola, nei ristoranti bene imbanditi. Pettegolezzi, la lussuria delle cinquantenni più depresse. Un tempo si divertivano a usarla per succhiare cazzi, la bocca, adesso non sanno più che farne e le fanno prendere aria, si perdono nelle parole per dimenticare che ora sono vecchie e brutte e il tempo delle scorribande con ricchi ed emergenti imprenditori è ormai finito.

Ho un immenso desiderio e bisogno di liberarmi di me stesso. So di non esistere, so di non essere nessuno, ma so anche che le persone che mi circondano esistono eccome, rappresentano ognuna una determinata personalità per me, anche se è chiaro che la mia visione di loro non sia l’ unica e dunque anch’ essi, in linea di principio, non esistono e non sono nessuno. Ma questo faccio inconsciamente fatica ad accettarlo, per l’ assurda pretesa di dare per confronto, per analogia con i miei simili, una qualche solidità che mai riuscirò a trovare anche all’ idea che ho di me stesso. Ma io chi sono per me stesso ? Nient’ altro che un attore, un drammaturgo di falsità, un personaggio tragico della vicenda tortuosa dell’ esistenza. Non posso trovarmi finchè ho legami, di qualsiasi genere, l’ unica via autentica è la libertà… libertà… che parola vuota la parola “libertà”. Per un bambino essere libero significa poter correre per i prati e sguazzare nel fango ancora cinque minuti prima che la madre austera gli imponga un po’ di contegno, e di tornare a casa. Dovremmo rimanere bambini per sempre, sarebbe l’ unica salvezza plausibile dai nostri malesseri, la definitiva epopea della leggerezza, sarebbe la via più sicura per la felicità. Essere stupidi e ingenui, piagnucolare per capriccio e per cose da niente, identificare i drammi e la sofferenza con cose tanto piccole che, non appena cresciamo, ce ne dimentichiamo completamente, smettiamo di farci caso. E’ che in certi casi non si riesce a prendere quella via, chi ha imparato ad odiare ha imparato a rifuggirla. Sembra una questione genetica, anche se chiaramente non si tratta di niente del genere ma di un frutto della somma di tutte le esperienze passate, del vissuto. Nel mio caso, sembrano aver prodotto un frutto acerbo : un letterato, eterno predicatore del Male. Diceva bene Bataille, non esiste alcun prodotto letterario che non costituisca un crimine, nessuna parola o nessun verso scritto se non con un profondo intento demolitorio. Gli scrittori non sono altro che fannulloni che non hanno le palle di lavorare, quale padre pregherebbe di crescerne uno ? Anche questo Platone lo aveva intuito, e impose la caccia di tutti i poeti dalla città ideale a meno che non si convertissero alla filosofia e smettessero di predicare gli antichi valori della forza e del conflitto e iniziassero ad esaltare la giustizia di kallipolis . L’ utopia, anche in questo caso, si sarebbe dimostrata un totale fallimento. E’ nel DNA dei poeti, preferire gli stupri di Zeus e gli spargimenti di sangue di eroi epici e le guerre fratricide fra centauri e belve e titani alla bonaria ingenuità della città dei maiali. Nel villaggio dei porci non ci sarà spazio per l’ arte, così come non ci sarà spazio per l’ odio. Platone scelse per i suoi cittadini una sottomissione etica, la via della giustizia condusse alla totale, indiscussa supremazia dei valori e la schiavitù divertita degli uomini che non potevano comprenderli.

La morte è il più grande dei misteri che ci si pongono innanzi. Heidegger ha fatto bene a dire che dobbiamo vivere autenticamente in vista di essa, pensare il tempo con gli occhi proiettati verso il futuro. La nostra possibilità ultima, ineluttabile, da cui ci è sempre impossibile scappare o nascondersi rimane la più importante, quella che toglie drammaticamente qualsiasi senso a tutte le altre che la precedono. Cosa vi sarà dietro ai suoi sguardi ? Il nulla ? Un dolce riposo ? L’ oblio ? Non ci è dato saperlo, ma sicuramente tutte le contingenze terrene perderanno completamente la loro importanza. L’ insignificanza assoluta, per definizione. Tutti i nostri affanni, le nostre gioie, i nostri traguardi, le cose per cui abbiamo lottato si dissolveranno, entrando nell’ interminabile campo della memoria. Ci si perde nella memoria, non ne potremo mai essere abbastanza esperti. Quante esistenze si sono susseguite prima di noi? Quanto popolo è morto e rimorto e si rivolta adesso nelle tombe ? Nemmeno, sono spariti. Decomposti. Una catasta di morti si staglia oltre gli orizzonti umani come una macabra torre di Babele, superando i limiti del cielo. Il nulla albeggia ogni volta che si parla dell’ essere, in quanto futuro e in quanto passato, il primo in arrivo e il secondo dissoluto, come acqua bollita. Del passato più prossimo qualche traccia rimane, non certo indelebile, ma scendiamo a ritroso e a ritroso e ancora più indietro fino a una qualche origine o perseveriamo nell’ infinito : non se ne giunge a capo, il gomitolo di Arianna si arresta ben prima di un punto fisso razionalizzabile. Mistero, ancora mistero. Non dimentichiamo mai questi drammi esistenziali, perché essi saranno oggetto della filosofia. E’ il nulla il campo d’ indagine da ravanare e ravanare fino a scorticarlo, e trovarlo del tutto e per tutto vuoto, terribilmente, inesorabilmente vuoto. Un’ inutilità mostruosa, la ricerca, una sorta di parlare a vanvera ! Letterati e filosofi si sono mostrati sempre più reietti e così si sono convertiti, hanno cambiato orizzonte facendo professione di umiltà. La filosofia è giustamente diventata antropologia e mondologia, studio dell’ essente e dei metodi conoscitivi e fondamento di tutte le altre scienze. Non certo l’ essere, ma il nulla è stato obliato. Il razionalismo, con l’ apice che raggiunse con la formulazione delle antinomie, ha dato il colpo di grazia. Chiaramente ci sono cose che non si potranno dimostrare con un metodo chiaro e distinto, e chiaramente la filosofia è un esercizio tanto idiota da focalizzarsi proprio su di esse. E si contraddice, e vaga e si disperde attorcigliandosi e raggomittolandosi sempre, continuamente, su se stessa senza trovare nessun varco nell’ intricatissima coltre delle domande. Non servono a nulla le lettere, per questo di loro ci si può semplicemente estasiare, goderne, ma non certo imparare. E’ attraverso la vita che si cresce, là fuori, nel mondo, nell’ esistenza, non sulle pagine scritte. Esse non sono state altro che un vizio di poveri illusi che si rivoltavano all’ essenza delle cose, che mettevano in dubbio tutto e combattevano con la penna i valori morali cui si chiedeva loro di sottostare. Banalmente, i letterati non hanno mai avuto voglia di lavorare, di accettare un mondo precostituito che non chiedeva altro che di adattarsi ad esso, in modo conforme a natura. Ma la loro superiorità carica d’ odio e di risentimento gli impediva l’ assenso, e li invocava alle armi in maniera distaccata, gridando fuoco e rivolta dalla scrivania, senza muovere un dito. L’ arte non è altro che il linguaggio codificato di questi folli usurpatori dei poteri morali, che si contrapponevano non per forza al potere temporale di una qualche fazione o di un qualche tiranno ma, nel loro distaccamento dalle contingenze prossimo al nulla e alla morte, si arrovellavano per distruggere nelle loro fondamenta le linee guida di un’ epoca, vagheggiando una reimposizione di nuovi valori o sperando nell’ anarchia. Prima Nietzsche e poi, successivamente, Heidegger, tentarono di battere questa seconda strada ancora vergine prima di loro. Ma il filosofo di Friburgo fece un sostanziale errore metodologico, ovvero quello linguistico: l’ intento dei suoi scritti, per lo meno dal punto di vista formale, non poteva che coincidere con la cocente volontà di tornare a fare filosofia in grande stile. Sulle orme di Kant e di Hegel costruì il solido edificio di un sistema espressivo tutto suo, complicato e astruso e che potesse venir compreso solo dopo un lungo indottrinamento. Heidegger voleva seguire le orme dei grandi per iscriversi nella scia dei grandi, per fare parlare di lui con stupore e meraviglia come colui che infranse il silenzio filosofico in cui tergiversava la sua epoca, e lo fece con un grido animale che dilaniò le menti assopite dei suoi contemporanei e dei posteri. Una nuova epistemologia, una nuova ontologia, la riproposizione della domanda sull’ essere con il solito, ridondante, sentito e risentito modo arcaico di fare filosofia : lo schematismo della summa, la precisione minuziosa di un’ analitica nuova, è vero, dal punto di vista contenutistico, in quanto non più analitica del reale ma analitica esistenziale, ma pur sempre analitica. E dire che era stato Cartesio a proporre l’ analitica matematica come modello metodico della ricerca del vero ! Heidegger, tentando di sopprimerla e soffocarla, operò ancora una matematizzazione rigorosa della vita, dell’ esperienza, più che una demolizione totale un nuovo inizio, compiuto attraverso la solita ricerca di leggi inconfutabili e dimostrate con raffinatezza retorica apparentemente inattaccabile, opprimendo così le verità che erano sorte d’ un lampo dalla vita, dall’ Odio.

Del resto, io, non sto facendo altro che attenermi a un principio di nullità. I filosofi, con il passaggio dalla metafisica classica alla metafisica contemporanea, si potrebbe dire con la svolta che portò da Cartesio a Kant, non hanno fatto altro che cercare dei fondamenti gnoseologici che non rientrassero nel campo ormai superato della metafisica. Banalmente, ancora nel ‘600 si poteva accettare tranquillamente che la trasparenza della teologia e dell’ ermeneutica biblica rendesse ragione delle speculazioni filosofiche, ma con la sdivinizzazione che sorse con il secolo dei lumi questo fu ritenuto un sostanziale errore di carattere metodico. La metafisica cominciava a rappresentare non più l’ ancora di salvezza della Ragione, ma un ostacolo al suo operare, e così si optò per toglierla di mezzo. Il pensiero, adesso, così come la natura, poteva autofondarsi, poteva acquisire un senso di per se stesso, e per fare questo si decise di seguire le orme della strada che già Cartesio aveva cominciato timidamente a intraprendere, ma la cui scoperta passò più o meno sotto silenzio per i suoi primi commentatori: la via del principio egologico, della centralità del soggetto nella relazione con il mondo esterno. Ma di questi fondamenti ormai, sia che appartengano al mondo celeste o all’ essenza delle cose stesse, non riesco più a vedere la minima traccia, né sarei capace di trovarne di nuovi. Gran parte della filosofia del ‘900 ha lavorato in questa direzione, ovvero quella di dimostrare come, nel processo tipicamente metafisico di edificare una rappresentazione del mondo, di interpretarlo con gli occhi di un soggetto razionale, si sia sempre dimenticato qualche cosa. La stessa azione rappresentante, che prevede l’ esistenza di un soggetto che osserva un mondo fuori di sé, che sussiste di per se stesso, sottointende l’ omissione di un certo qualche cosa, che Nietzsche chiamerà “dionisiaco”, Husserl “mondo della vita” (Lebenswelt) e Heidegger “essere”. L’ ostacolo quindi davanti cui i miei predecessori mi hanno portato è quello della ricaduta totala nella vaghezza, del disperato ripiegamento della filosofia al suo vagare privo di senso e senza risposte. Mi contraddico. Non riesco a esporre una qualche idea che stia in piedi non appena accompagnata da quella che subito prima la precede o che immediatamente la segue. Persino il linguaggio espressivo è riprovevole, dal punto di vista filosofico nessuno dei miei giudizi potrebbe considerarsi minimamente giustificato. Forse perché non si tratta di altro che di fantasticherie di un giovane… Ancora una volta Heidegger mi ha dato a prestito l’ idea che, nell’ alternarsi di manifestazione e oblio dell’ essere, l’ ente finisce per avere due parti costituenti: l’ ente stesso e ciò che va al di là di lui,oltre la sua corporeità, ovvero il niente. Alla scienza, e alla metafisica in quanto filosofia fondante di tutte le scienze empiriche, competerà lo studio analitico-descrittivo dell’ ente, ovvero di ciò che si manifesta, che ci è svelato. Io non riesco a dare altro che immagini oscure del niente, descrizioni poetiche di una coscienza che vaga nell’ infinità delle circostanze, senza alcuna pretesa di verità. Scrivo per la gloria io, per essere indimenticabile, per avere qualcuno con cui spartire la mia insignificanza, non certo per sperare di tramandare la conoscenza o altre cazzate. Voglio divertire, io, sono un buffone, voglio suscitare orrore e spavento, voglio dare da pensare.

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