poetry

Le paranoie di un pazzo eccitato sognante ai piedi del suo letto

Acquattato in cameretta e mutande scrivendo pazzie
Vagheggio un ‘ infinità depressa e indiscussa nel vuoto sobbalzare oscillante
Delle mie memorie turpi d’ un porco masturbatore davanti al computer
Nell’ angolo buio del bordello che al cosmo si strazia sotto due tette oscillanti
Arrapato viaggiando per notti da folle inculato a ritmo di musica inascoltabile e
assordante
Dal palo della fica bagnata che la lussuria oscilla tra le mie mani vuote nell’
iperspazio impalpabile della fantasia.
Benedetti siano dal signore Santo padre del cielo queste allucinazioni porche che mi
accompagnavano giù per le vie
Giù per le periferie perse delle metropoli asfissiate e smagrite per il digiuno
prolifico della miseria infranta
Al di là delle ore che la notte riscatta per i servigi che offre ai moribondi che
come me si attaccavano alla bottiglia cercando socialità
Donne amici esperienze di viaggi e di masturbate in case da ricchi nobili con
estratto conto in banca florido
Da far bagnare le fiche lussuose sotto minigonne ascellari che supplicavan macchine
da corsa al di fuori del tempo
Per essere portate a casa dai genitori in grande stile compiaciuti dall’ estrazione
sociale
Di quell’ umile pervertito che avrebbe venduto la casa e la macchina e l’ estratto
conto in banca e i viaggi
Per scoparsi la figlia dalla fichetta biondina nella scomodità spigolosa di un’
utilitaria ammaccata.
E benedetta sia quella vita che sussultava ad ogni risveglio umiliato
Svergognato che se ne stava lì crogiolandosi invano di ricordare come si era
trascinato a casa la notte prima
Dopo i bicchieri che si alzavano l’ un l’ altro a meraviglia tintinnante che poi
scendeva giù
E il whiskey dorato di Scozia bruciava e rendeva tutti felici e amici e per sempre
fratelli
E rhum domenicano inibiva la sordida e vuota razionalità che sempre ha inculcato la
bontà negli uomini
Che li faceva d’ un tratto fiammeggianti ritornare a quella bestia che si nasconde
sotto le loro spoglia tirate a lucido
E che ruggisce dal cazzo gonfio e dalla voglia di fare a botte e mordere e graffiare
l’ avversario rotolandosi per terra zozzi nel sudiciume del cemento
Che ci trascina a pisciare in mezzo alla via illuminata sotto gli sguardi attoniti
di rigidi moralisti
Che passeggiavano lì fischiettando come se nulla accadesse nel mondo pronti a
sconvolgersi per un ragazzo scapigliato
Che ha alzato il gomito a sufficienza per avere il diritto di incoronarsi come nuovo
e felice
E pronto a insultare l’ enormità dell’ universo ancora una volta in ginocchio al
cospetto dei cieli.
E dalla solita stanza piena di fumo trangugiando sigarette una dietro l’ altra
Tra la foschia al di là del mio naso ripercorro estasiato il Tempo facendolo
ritornare su se stesso
E rivoltandolo come una donna che soffre terribilmente di crampi al fegato e si
rivolta e si volta per poi rivoltarsi ancora
Dal ritmo incalzante rock di un gruppo noise che stride sulla puntina gracchiante
del giradischi
Rimbalzandomi da una cantina jazz negli anni cinquanta in America con Ornette
Coleman, Charles Mingus, Miles Davis e John Coltrane
E nuove checche avanguardie negre della musica sperimentale d’ oltreoceano
riportandomi poi coi piedi per terra
Anzi al di là della terra, nel post-rock freddo d’ Islanda cullato d’ orgasmi
sognanti al combinare perfetto di musica e droga
Per poi finire esultante e avvilito in un rumore assordante di cantina rock
sperimentale tra l’ avanguardia di New York e i concerti hippie di San Francisco.
Vagheggiando un coast to coast permanente viaggiando butterei l’ eternità fugace
della mia vita
Al giudizio dei posteri con stizza irrequieta e voglia di vivere e libertà imposta
dal mio vagare straziato e solitario
E pensante e terribilmente introspettivo e folle di scoprire chi ero e cosa dovevo
fare e chi sarei stato e cosa avrei fatto
Supplicando i marciapiedi avviliti di sostenere il mio passo esultante che faticava
a comprendere
E a comprendersi e a imparare dagli altri e che cocciuto si ostinava ad essere se
stesso e a piangere di se stesso
E che ostinato credendosi in qualche modo superiore agli altri per una qualche
erudizione vaga al di là dell’ immaginabile
Pregava vecchi dèi dimenticati d’ immolarlo come loro pastore di questo nulla
poetico in cui mi sono perso da tempo.
E il cosmo si perde dietro di me e tutto d’ un tratto non ho più compagni.
Sperando nella rivolta permanente che il futuro mi ceda il suo passo e mi veda dalla
sua lontananza impalpabile
Come qualcuno che ha visto qualcosa e aveva qualcosa da dire e in un certo senso si
può dire che abbia vissuto una vita felice.
Ma i manuali non scrivono tutto.
Potrà mai perdersi nell’ oblio al di la dello straziante ricordo spogliato di me
stesso
Questa mia sofferenza e noia tragica che perpetuamente mi affligge e mi dà da
pensare e mi fa sempre ritrovare qui solo a scrivere cazzate ?
Forse un giorno legalizzeranno esprimere anche questa folle tragicità questa folle
noia che l’ esistenza affranto mi porta a combattere
Oltre le solite moine poetiche e sdolcinate di cui tutti parlano tra bicchieri di
vino imbanditi a festa
Spumeggianti tra i sorrisi delle famiglie colte e scolastiche e quanto mai morte a
quei tavoli di vita immobile
Che la mondanità mostruosa divoratrice folle della mia pera di vita
Imperdonabile e orribile e maledetta astinenza che mi dilania il corpo voluttuoso
tutto dal capo ai piedi
Che invoca e prega di avere e supplica esistenza a palate dai tetti altissimi
vertiginosi pubici cazzi di metallo moderni
Inclinati verso l’ infinità e la conquista dello spazio immenso sopra le nostre
teste.
Sognando d’ essere un Ginsberg folle girovagante per i corridoi assorti della
Columbia con un taccuino inciso dalle mie urla interiori
O un Majakovskij ruggendo tra il vento freddo della Rivoluzione spargendo versi per
i giorni a venire che mi osanneranno come un nuovo arcangelo immortale
E non avendo tra le mani altro che la mia monotonia borghese e placida in questa
povera povera poverissima Italia
Arretrata e retrograda nel suo provincialismo giungendo in assurdo ritardo perdendo
quel treno magico che mi avrebbe condotto alla felicità
E forse
Chissà
Anche alla gloria.

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