philosophy

L’ epoca dell’ immagine del mondo – Martin Heidegger

“L’ epoca dell’ immagine del mondo” è uno dei sei saggi contenuti nei Sentieri Interrotti, risalente al 1936. Il presupposto che riecheggia per l’ intera opera è l’ idea per cui la filosofia moderna, che vide il suo iniziatore in Cartesio, si sarebbe innestata sul nerbo di una ben più antica tradizione metafisica, sviluppandosi come razionalizzazione del dualismo platonico. La possibilità di una compiuta rappresentazione del mondo, con la sua chiarezza, distinzione ed evidenza, è alla base di tutta la filosofia moderna ormai ridotta all’ ente, in quanto garante di verità, ed implica una volontà di dominio di tipo baconiana, galileiana e cartesiana, del soggetto rappresentante sul mondo che lo circonda. Questa volontà di dominio ha trovato la sua più alta manifestazione nell’ idea stessa di giudizio, in quanto rappresentazione logica e indiscutibile della realtà empirica, che ha reso il mondo un semplice oggetto dell’ inferenza razionale di un soggetto giudicante, ha smesso di cogliere il mondo nella sua ampia realtà ontologica ma lo ha entificato in un’ immagine. La metafisica è un percorso che Heidegger intende decostruire, un percorso che è iniziato con Cartesio e ha visto il suo ultimo, grande rappresentante in Edmund Husserl: il grande male che assolutamente per il filosofo di Friburgo non deve verificarsi è proprio la fondazione della “filosofia come scienza rigorosa”. Solo attraverso l’ ermeneutica sarà possibile comprendere la connotazione prettamente storica della filosofia della finitezza, solo comprendendo come e quando effettivamente il razionalismo scientifico-matematico si è sostituito alla domanda spontanea ed estasiata sull’ essere sarà possibile compiere la svolta radicale che imponga un ritorno alla spontaneità anti-illuminista che aveva permesso lo splendore filosofico della Grecia presocratica. Nel dispiegarsi storico del pensiero, la metafisica ha dato fondamento a un’ intera epoca, e questo stesso fondamento ha dominato tutte le manifestazioni del periodo dell’ oblio dell’ essere. Anche il mondo moderno appartiene ancora, se pur pronto per un’ imminente  svolta radicale, all’ epoca dell’ immagine del mondo, e le sue manifestazioni essenziali sono: la scienza moderna, la tecnica meccanica, la riconduzione di tutto ciò che riguarda l’ arte e l’ artistico all’ orizzonte dell’ estetica, l’ agire umano concepito come realizzazione di valori universali e, infine, un lungo processo di sdivinizzazione. Con quest’ ultimo termine Heidegger intende un duplice processo attraverso il quale in un primo momento l’ immagine del mondo si è cristianizzata, e in un secondo momento il cristianesimo, ormai egemone e garante dell’ immagine, ha cominciato a intendere la sua stessa cristianità come visione del mondo, in questo modo modernizzandosi, divenendo anch’ esso una manifestazione del mondo moderno al pari delle altre. Attraverso un’ adeguata indagine di queste manifestazioni si dovrà risalire al loro fondamento metafisico, al fine implicito di dimostrare che anch’ esso non è stato altro se non un sentiero intrapreso dalla storia dell’ essere, che poteva essere seguito o abbandonato, e che di punto in bianco potrebbe d’ un tratto interrompersi. Prendendo ad esempio la scienza greca, essa non fu mai esatta nè mai conobbe l’ esperimento e il metodo tradizionalmente condiviso da Galileo in poi, per il semplice fatto che per sua stessa natura non poteva esserlo. Non avrebbe alcun senso affermare che la scienza moderna sia o possa essere più esatta di quella antica, perchè esse si poggiano (nel senso che trovano fondamento) su diverse interpretazioni dell’ ente e su diversi modi di intendere i processi naturali. Per questo motivo risulterebbe persino ridicolo tentare di cogliere la natura della nuova scienza procedendo gradualmente da quella antica sotto l’ egida dell’ idea di progresso. Si tratta di due cose diverse, non consequenziali l’ una con l’ altra, si tratta del perpetuo conflitto tra il Mondo e la Terra, tra il dispiegarsi e il nascondimento, si tratta ancora una volta di due distinte fasi del venire alla presenza storico e destinale dell’ essere. La scienza, in quanto investigazione, richiede l’ apertura vincolante di un orizzonte in cui possa muoversi liberamente, e se questo vincolo è stato rappresentato nelle domande greche dall’ estasi, dallo stupore, per quel che riguarda la scienza moderna il suo vincolo si è tradotto nel rigido rigore dell’ indagine, in quella “matematizzazione universale” in cui per primo si è imbattuto Cartesio e che è confluita in un metodo rivoluzionario di fare filosofia. “L’ investigazione matematica della natura non è esatta perchè calcola esattamente, ma deve calcolare esattamente perchè ciò che la vincola alla sua regione oggettiva ha il carattere dell’ esattezza”, le scienze dello spirito al contrario dovranno necessariamente essere e restare inesatte per poter restare rigorose, ed emblema su tutte ne è la poesia, carica di metafore allusive ed immagini significanti non dimostrabili, non riconducibili a spiegazioni logiche. La scienza che si è tecnicizzata ha determinato la filosofia come epistemologia, il cui scopo si è ridotto alla conoscenza del mondo, la filosofia moderna si è ridotta a un’ esperienza conoscitiva di un soggetto (anche il principio egologico è stato per la prima volta introdotto dal Cartesio del Discorso) che non è più interessato a cogliere l’ essenza del mondo – la Lebenswelt husserliana- ma si limita a coglierne le forme d’ uso per dominarlo. Il mondo è stato ridotto e ricondotto alla fruizione e al giudizio di un soggetto, di un ego cogitans. Allo stesso modo anche l’ arte è  stata ridotta e ricondotta al mero orizzonte dell’ estetica,ovvero del relativo, del rappresentabile,  in quanto sottoponibile al giudizio di un’ esperienza soggettiva . Per Cartesio all’ infuori della chiarezza, della distinzione e dell’ evidenza non esiste alcun criterio di Verità, e i sensi, al pari dell’ immaginazione, vengono spogliati del ruolo eminente che la tradizione aristotelica gli aveva attribuito e, sulla sua scia, anche quella successiva  leibniziana e lockiana (“nulla è nell’ intelletto che prima non sia stato nei sensi”). Per Cartesio i sensi costituiscono il principale ostacolo epistemologico al pensare : le idee di Dio e di anima non sono mai state nei sensi, e con questa affermazione radicata nel rigido dualismo tra res cogitans e res extensa, viene ferreamente rifiutata una psicologia razionale fondata su basi empiriche. Le verità estetiche, tornando ancora una volta a Platone, non esistono, sono illusorie, sono fuorvianti imitazioni di imitazione, perchè le verità più chiare non ci vengono dal basso, dai sensi o dall’ immaginazione, ma provengono nella loro sostanzialità direttamente dal Creatore e sono per questo innate. Per sottrarci all’ arbitrio oscuro e confuso dei sensi, Cartesio propone l’ analisi e la ricerca delle proprietà oggettive dei corpi, ovvero delle qualità primarie di cui parla Galilei, grazie all’ ausilio del metodo. La verità non è retorica nè persuasiva, la sensibilità lo è, e per ricercarla bisognerà imparare a rappresentare correttamente il mondo, cioè in modo razionale e non estetico: a tutto ciò Heidegger risponderà con l’ “Origine dell’ opera d’ arte”, in cui traccerà i confini del vero intesi come aletheia nel mondo aprentesi dalla contemplazione di un’ opera d’ arte. Tornando al testo del ’36, la scienza moderna è finita dunque per caratterizzarsi come ricerca, che in termini heideggeriani significa l’ esigenza reciproca di progetto e rigore metodologico, che costituiscono l’ essenza di ciò che oggi consideriamo con il termine scienza. Il conoscere come ricerca domina l’ ente calcolandone in anticipo il corso futuro (e per questo è posta la natura) e completandone il corso passato ( e per questo è posta la storia) : natura e storia divengono così drammaticamente oggetti di una chiara rappresentazione esplicativa. Per la mentalità moderna, “solo ciò che diviene oggetto di tale rappresentazione è, vale come essente; la scienza diviene ricerca quando si ripone l’ essere dell’ ente in tale oggettività”.

Così come l’ essenza della scienza moderna, anche il significato dell’ immagine del mondo non può essere chiarita mediante la contrapposizione a quella prima medioevale, e prima ancora greca, perchè “non è che l’ immagine del mondo da medioevale che era divenga moderna, ma è il costituirsi del mondo a immagine ciò che distingue e caratterizza il Mondo Moderno”. L’ immagine  del mondo (Weltbild) è innanzitutto riproduzione, rappresentazione dell’ ente nel suo insieme, dove con rappresentare si intende un “porre-innanzi che mira a presentare ogni ente in modo tale che l’ uomo calcolatore possa essere sicuro dell’ ente”. Immagine significa avere un’ idea fissa, certa, sicura di qualcosa, significa avere una ragione fondante che assicuri che la data cosa stia così esattamente come la vediamo, significa porre innanzi a noi in quanto soggetti giudicanti l’ ente come sistema chiaro, comprensibile: “quando il mondo diviene immagine, l’ ente nel suo insieme è assunto come ciò in cui l’ uomo rappresentante si orienta, ciò di cui è al corrente”. Questa pretesa onnicomprensività è  derivata in parte dal ridursi del mondo a immagine, e in parte dal progressivo farsi strada del principio egologico nato dal cartesiano cogito ergo sum. L’ essenza del soggetto come hypokeimenon, come soggetto, muta in qualcosa che si autofonda, diviene la prima certezza indubitabile che salva la fragile imbarcazione del sapere umano dalla tempesta ostile dello scetticismo e del dubbio metodico, inizia a raccogliere tutto in sè come fondamento. Il soggetto rappresentante, raggiungendo il picco massimo della sua autorità con la rivoluzione copernicana e con le antinomie della Critica della Ragion Pura, “fonda se stesso come criterio di ogni misura con cui viene misurato e calcolato ciò che deve valere come certo, cioè come vero, cioè come essente”. L’ uomo non può più ormai svincolarsi dal destino che la modernità gli ha affidato, ovvero il destino di essere un soggetto, ma può e anzi deve comprendere che “l’ essere-soggetto da parte dell’ umanità non è stata e non sarà l’ unica possibilità dell’ uomo storico”. Nel medioevo ad esempio l’ uomo in quanto ente era ens creatum, ovvero frutto dell’ azione creatrice di Dio inteso come causa prima e suprema e incontestabile. Nel mondo moderno l’ atteggiamento principale e fondamentale dell’ uomo ridotto a soggetto di fronte al mondo ha preso la forma di una visione del mondo (Weltanshaung), peculiarità che gran parte della filosofia del ‘900 ha tentato di dimostrare. L’ errore da evitare è quello dell’ ultima proposizione del Tractatus in cui è miseramente caduto Ludwig Wittgenstein: “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. La modernità ha concepito il mondo come un’ immagine, e rappresentandolo ha dimenticato qualche cosa : Nietzsche chiamerà questo qualche cosa “dionisiaco”, Husserl “filosofia della vita”, e Heidegger “essere”. A detta di quest’ ultimo, la speculazione del maestro ebreo della Crisi delle Scienze Europee non era certo sbagliata, ma mancava di positività: Husserl si sarebbe limitato alla critica negativa della sua epoca, senza suggerire una via di fuga, quello che adesso bisogna fare adesso è distruggere, ricostruire risemantizzando, tornare indietro al senso originale dell’ essere greco. Il ritorno a un’ epoca pre-moderna, arcaica, alla volontà di potenza degli eroi omerici, alla relazione tormentata, errante e domandante tra l ‘ Esserci e l’ essere non potrà essere propugnato dalla filosofia, ma sarà il compito del poetare, del Diktein incomprensibile ed irriducibile ad una rappresentazione.

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