literature/philosophy

L’ odio (parte III)

Mi trascino lentamente, a passi felpati, all’ interno di me stesso. La filosofia nacque come un’ interrogazione del mondo circostante, ancora incompreso e misterioso, per poi evolversi in un rapporto tra un soggetto e un oggetto e spostarsi sempre più precipitosamente tra le braccia dell’ osservatore, del creatore, ovvero tra le braccia del primo in quanto artefice del secondo. Solo con il mutare del mondo in immagine, in rappresentazione, si è potuti giungere alla filosofia intesa come antropologia, come dottrina analitica dell’ uomo. Ora l’ uomo si assottiglia, smagrisce, e dallo studio dell’ umanità tout court non è rimasta che una vaga introspezione, una sonda squallida degli antri più remoti dell’ autore protagonista. Non mi rimane che questo, immerso nel relativismo. Fino ad ora non ho potuto fare altro che parlare di me. E delle mie speranze, dei miei sogni di superiorità per il rancore che provo per gli altri uomini, vermi schifosi ! L’ autore è la sua opera, l’ opera il suo autore e le sue maschere. Perché del resto, noi non siamo altro che maschere. Siamo padroni della finzione, nel magistrale spettacolo del mondo. Del resto, perché dovremmo cercare qualcosa al di fuori di noi, se noi siamo sempre qui presenti a noi stessi ? Dove dobbiamo andare di così importante, perché arrovellarci ? Eccoci qui al cospetto del nostro sguardo, eccoci finalmente autentici e superflui. Completamente superflui, nullità. Perché senza la vita non avremmo nulla di cui parlare, è una sintesi ciò di cui si deve andare in cerca : prima la vita, poi l’ introspezione, che eleverà la vita ad oggetto di apprendimento, che ci permetterà la riflessione reale di noi stessi sulle nostre azioni quando sono le maschere ad avere il sopravvento, ovvero in qualunque nostra relazione con il prossimo. Conoscere le maschere che di continuo ci coprono il volto per poi conoscere ciò che tra loro permane sempre uguale, il sostrato, che potrebbe rivelarsi nient’ altro che nulla. Interrogare a questo punto senza risposta, affranti, smarriti, senza senso alcuno, questo stesso nulla, al solo scopo di trovarlo sempre, assolutamente, drammaticamente identico: del tutto incomprensibile, vago. L’ odio, l’ amore, la socialità, l’ essere timidi e schivi, non sono altro che modi di interazione che non ci appartengono, non sono altro che il nostro corpo che appare ad altri esseri come noi, che non conosceranno mai nessun’ altro al di fuori di loro stessi. Nessuno è in grado di vedere oltre il proprio naso, qualsiasi azione o gesto è indissolubilmente legato alla conquista della propria stessa approvazione. Il che potrà rivelarsi nella bontà più ingenua, nella violenza più bestiale, nella scorbutica insofferenza il quanto più indiscreta possibile o in infiniti altri modi. Del resto, non si può possedere una persona, nemmeno vincolandola prigioniera alla nostra egemonia e piegandola al nostro volere. Sono fuggevoli, le persone, quanto mai vane.  Eppure costituiscono quanto di più importante abbiamo : le nostre maschere, i nostri costumi, i nostri travestimenti che soli ci concedono una tregua dal perpetuo conflitto con questa noia incalcolabile. Col volto coperto dal Terrore, vili e impauriti, non ci resta altro che una pascaliana fuga dalla noia. Noia che tutto ricopre, divina noia e maledetta noia ! Ma perché continuo a scrivere ? Non ho alcun interesse che voi mi conosciate, anzi mi turba, mi sento come nudo davanti a una piazza gremita di gente, come scuoiato della mia stessa pelle e esposto allo sferzar del vento che turbina sul mio sangue sensibile, sui miei muscoli tesi. E’ il futuro ad attrarmi, sopravvivere, sopravvivere ad ogni costo : è il più alto istinto dell’ uomo, di qualsiasi bestia, e in quanto tale il più inutile, il più insensato di tutti. Presto saremo nient’ altro che terra, pasto caldo per vermi, e poco sollievo ci darà la gloria, non ci interesseremo più di nulla. Certo è ben comprensibile e spiegabile perché desiderare del cibo quando si ha fame e dell’ acqua quando si ha sete, o desiderare godere nel dolce su e giù del sesso. Il piacere è sempre desiderabile. Ma perché non desiderare la morte ? Dopotutto, quando si è stanchi la notte ristora, e si desidera un caldo giaciglio in cui dormire e riposarsi più di ogni altra cosa. E se vi dicessi che questa pace potrebbe essere perpetua ? Non avrà mai fine la quiete, se solo si superasse la follia del conato di autoconservazione, ma questo è molto difficile se non a volte impossibile. Io sono queste pagine, e se queste pagine non morranno sopravvivrò anche io al di fuori del mio corpo, nell’ unica via possibile al di fuori dell’ esistenza : quella della storia, essere ricordato in quanto propagatore di un’ epoca nel linguaggio criptato dell’ arte. “Avanguardia” è la parola d’ ordine, il marchio indelebile che contraddistingue l’ artistico. Non esiste opera d’ arte all’ infuori dell’ avanguardia, se si ammette di intendere con questo termine una rivolta contro le regole precostituite, una folle messa in discussione dell’ ordine in vigore imposto dai grandi nomi del passato. L’ arte procede così: per sostituzione ciclica di pregiudizi, per parricidi. Un genio impone un canone distruggendo quello a lui precedente, in vista della sua stessa distruzione. Un pendolo, un andirivieni tragico di insensatezza, un giro dell’ oca tra le valli scoscese dell’ inconoscibile. Emozioni, istinto, nulla di razionale.

 

Ho avuto un’ educazione cattolica e borghese, ponderata. La strada era ormai battuta per il successo, le vie della felicità mi erano spianate e nulla sembrava che avrebbe potuto ostacolarmi a intraprendere il mio cammino radioso e anonimo. Un bravo ragazzo, nulla di  più, non esitavo a inginocchiarmi ai piedi della Croce, né a studiare con diligenza, né a rincasare presto per non fare arrabbiare mamma e papà. Ubbidiente, scaltro, schiacciato dalle regole che mi venivano imposte, umile servo di pastori cui ancora davo ascolto asservito e sottomesso come un cagnolino da coccolare. Perfettamente adattato, perfettamente in regola. In questa vita ho imparato ad essere rigoroso, ad avere una volontà che ogni tanto si imponesse, ad adattarmi e ad essere raffinato. Poi venne la vita a mettere tutto in dubbio. Le prime vere, grasse risate, le prime emozioni forti, le prime corse oltre la notte al di là dello scorrere del tempo. Socialità, socialità a non finire, amicizia, tacita intesa nel degrado del divertimento. E quindi sbronze e fichette tirate sotto minigonne che mi invitavano a dare qualche segno di comando, di libertà, le prime canne nei parchetti sulle panche verdi che se ne cadevano a pezzi, le prime albe trascorse strafatti tacendo, al cospetto della chioma bionda del cielo che si irradiava di rosso, pungente. Per la prima volta provavo ad infrangere le regole e gustavo l’ ebrezza selvaggia di andare contro corrente, l’ adrenalina della fuga e del delitto mi affascinava. Da questa seconda vita ho imparato a divertirmi, ad essere eccentrico e a voler guidare il gruppo verso la spericolatezza, mi sono trasformato in un diavoletto tentatore, in un osannatore del peccato e in un profeta della perversione. Poi furono le lettere a mettere tutto, nuovamente, in discussione, a farmi credere che tutto quello che avevo fatto sino ad allora fosse terribilmente vuoto e superficiale, del tutto superfluo. Mi chiusi nei libri, alienato, divenni persino più rigidamente morale e morbosamente dotto della mia prima infanzia impomatata e irrigidita. Avevo un’ ideale, orientavo le mie azioni verso un’ unico vicolo cieco, mi chiudevo nella limitatezza della sola erudizione. Mi pavoneggiavo persino della mia cultura integerrima, non pronunciavo frase senza citare un poeta che avesse espresso un’ idea simile, e guai a dire qualsiasi cosa che non fosse di assoluta e indiscussa  profondità ! Al mondo, preferivo la solitudine, pensando e meditando molto ho perso gran parte delle conoscenze che mi ero dato tanta pena di saldare. Da questa terza vita ho imparato la bellezza, ho appreso le regole dell’ universo trascorso del passato, mi sono perso nei secoli dietro di me ripercorrendoli estasiato e curioso. Ma nulla di quello che un uomo ha fatto e visto potrà mai essere completamente lasciato alle spalle. La vita è tornata a bussare alle porte del mio destino come le prime note della quinta di Beethoven. Del resto, quando si parla di esistenza, non si tratta certo di un eterno ritorno dell’ uguale, ma di un proporsi e riproporsi ciclico di situazioni, viste sempre da una prospettiva differente, indossando una maschera continuamente nuova. E si torna e si ritorna sugli stessi aspetti del reale mutando, evolvendosi. Ho capito di non essere autenticamente un uomo che soffre, ho capito che ero pur sempre privilegiato e alieno alla disperazione. Mi affascinava, la disperazione, ma non mi assorbiva, la guardavo dall’ esterno come uno spettatore davanti a uno schermo a quattro dimensioni. Ne avevo esperienza, ma non la vivevo, l’ amavo senza possederla, la corteggiavo come un qualsiasi adulatore impacciato: eludendone i difetti, facendo finta di non coglierli, voltando lo sguardo davanti ai suoi orrori. Così sono giunto in un mondo nuovo, d’ avanguardia. Su queste fondamenta di fango e di sabbia ho edificato un grattacielo che varcasse la volta delle nubi, per infrangersi nell’ immensità, per perdersi oltre l’ orizzonte. Nessun progetto, chissà come andrà a finire. Soltanto la mia vita, non ho  nient’ altro in mano, non esiste una mia dottrina, o una mia morale, o un mio messaggio: non sto certo scrivendo un trattato.

 

E’ tutto già successo, un tempo lontano, se pure in un altro contesto e sotto un’ ottica più antiquata e secolare. Il ripiegamento della filosofia ellenista, e dell’ arte greca di quel periodo in generale, sull’ etica, sull’ introspezione e sull’ eudaimonia, è stato l’ esempio spettrale del ridimensionamento emotivo in cui gli uomini delle  poleis si abbatterono con loro folle sconforto.  Tutta la realtà, la fisica, la cosmologia, venivano erette in vista del messaggio di salvezza che le scuole si riproponevano di tramandare. Fu una prima, primordiale esperienza di cosmopolitismo, di abbattimento delle frontiere, un villaggio globale ante litteram. Adesso non si ha più nemmeno nulla da tramandare ai posteri, ne è passata di acqua sotto i ponti. Adesso l’ arte è intrattenimento, venduta sul mercato della folla rapace come un bene di consumo di prima necessità. La messa in discussione di Platone e di Aristotele è stato un primo crollo dell’ aureola baudelairiana, insozzata dal fango che i calesse del Boulevard Saint-German schizzavano al loro passaggio. Il cristianesimo tentò di salvare i due martiri del dispiegamento di orizzonti, i due araldi paesani che ancora credevano, dalla grandezza dell’ acropoli della loro florida Atene egemone del globo, di potere spiegare con la logica e la razionalità qualsiasi aspetto del mondo. Ma nulla di ciò che ci si è lasciati alle spalle tarda a tornare, e l’ universo si staglia ora ai piedi di internet e della conquista dei cieli, e si prostra benevolo nella sua incommensurabilità. Si lascia scrutare, timidamente, dopo millenni ha vinto la sua vergogna e la sua pudicizia. Siamo in cammino verso una globalizzazione indiscriminata del suolo terrestre, la prospettiva di una cultura unica mi attanaglia. Non esiste luogo al mondo che non sia sotto il controllo di uno Stato, e questo a partire dalla fine del colonialismo,  la velocità immensa delle comunicazioni sta permettendo il divagare sconfinato delle frontiere, il loro espandersi come macchie d’ olio. L’ uomo ce l’ ha fatta, probabilmente sta per raggiungere il suo obiettivo primario: una comodità meschina. Se si dà anche una sola occhiata veloce al grafico dell’ aumento demografico, esso sta aumentando esponenzialmente senza perdite gravi da decenni. Se si osserva la linea dei morti annui per fame, della percentuale di individui al di sotto della soglia della povertà, di certo si sta progredendo come mai prima d’ ora. Del resto, uno stato totalizzante è certo il modo più sicuro e pacifico di vivere sulla Terra. Eliminati gli scontri a sangue sulle piazze e sulle frontiere, si cominceranno  bandire anche gli scontri ideologici: questo è l’ importante, assolutamente nessuno spargimento di sangue, O.k., questa è la natura. E ahimè non si può fermare la natura, la storia si dispiega nel suo corso e noi abbiamo le mani legate, ma che pensarne ? Certo l’ arte ha sempre costituito una rivolta, una protesta a questo fluire degli eventi, ma di scarsa eco, la parola non è mai certo stata un vero condottiero della forza umana. I soldi lo sono, invece. Tutto ciò che è culturale, avanguardistico, sublime è nato da uno scontro, di qualsiasi genere, tendenzialmente tra un individuo e il suo contesto, il suo ambiente, ma lo scontro sarebbe potuto anche avvenire su un piano di più vasta portata, due culture diverse che cozzano violentemente e danno vita fondendosi a un movimento. La dinamica è chiara: via i problemi, via l’animalità, via tutto ciò che è scomodo, via i dissidenti. Pace ! Pace! Finalmente pace ! Ma a che prezzo ? Non l’ ha notata nessuno, l’ aridità statica della nostra epoca dal punto di vista culturale ? E’ questo è strano, assai strano, perché il progresso culturale è sempre andato storicamente a braccetto con il progresso economico di un paese, e di benessere come ce n’ è adesso sicuramente non ce ne è mai stato. Che cosa sta succedendo? Uno spunto di riflessione, come sempre, nient’ altro.

 

Voglio analizzare più a fondo quello strano fenomeno della leggerezza che sta ora infestando la gran parte delle menti umane occidentali. Non tanto perché io creda in qualche modo di spiegarlo, di individuarne un’ origine o una causa, e nemmeno perché io creda fermamente che un’ analitica di questo terribile morbo possa debellarlo, possa essere di aiuto a qualcuno, possa essere una ricerca che abbia qualche fondamento per il suo sviluppo e per le sue conclusioni. No, semplicemente io la odio, la leggerezza, la odio terribilmente. Mi fa venire il vomito ogni volta che mi si prostra davanti, ogni volta che mi si mostra con il suo ghigno beffardo di vittoria e presunzione. Glielo prenderei a calci, quel grugno, ma sono molto più debole delle circostanze in cui il mondo mi scaraventa alla cieca, con cui mi avviluppa come l’ ombra della sera che avvolge i miei passi scuri, sempre più scuri, che si allontanano, si rincorrono. Sono nudo al suo confronto, e striscio come un verme sotto i suoi piedi che mi umiliano, mi insozzano le vesti pulite con cui speravo di potermi dare un ritegno, una dignità. Nulla è più forte della maggioranza, nulla può vincere una folla che rotola gridando per le strade. Quante stronzate ! Quante fantasie ! Forte non è chi mena le mani, ma chi ha abbastanza soldi e potere per avere altri, molti altri che menino le mani per lui. Forte è il padrone che quando qualche misero reietto gli manca di rispetto, quando qualche microbo s’ azzarda a rispondere alle sue offese, si vede quello stesso reietto prostrato ai suoi piedi con le gambe spezzate dalle bastonate, chiedere scusa piangendo e implorando di avere salva la vita. O forte è colui che con il dollaro può vivere nel mondo del dollaro, e nel mondo del dollaro non esiste misero o reietto che ti possa in alcun modo mancare di rispetto. Solo loro potranno, cartesianamente, infrangere la terza e ultima massima della morale provvisoria, potranno vincere il mondo intero piuttosto che i loro desideri. Potranno fare i capricci ed essere viziati, verranno coccolati da tutti. Ma torniamo alla leggerezza, a quella gran puttana gonfiata e rigonfiata da tutti, satura di aborti e di schizzate, svergognata fin nella sua più umile lacrima, spudorata e sguaiata e d’ una villania ingorda di pettegolezzi e tradimenti. Saprebbe far rimpiangere quel Dio sporco che per due millenni ha tirato il freno a mano a quel formidabile processo che è il progresso umano, che per due millenni ha frenato i folli impulsi che avrebbero potuto portare l’ uomo al di là della notte ben prima di adesso, ha ostacolato le mirabili passioni della carne per cui si sgobba, si sacrifica, si risparmia, si dona, si regala, si riceve, ci si sazia, si ha ancora fame, ci si riserve e ci si risazia, si ha ancora fame. Nelle mie digressioni precedenti, come sempre frutto della mia vaga immaginazione, non ho tenuto conto che forse non tutti potrebbero essere degni di sciogliersi dalla morale, di svincolarsi dai valori assoluti. Forse soltanto i “Napoleone”, per usare una metafora di Dostoevskij nell’ articolo che scrive Raskolnik’ ov in Delitto e Castigo , possono essere crudeli, possono smarrire la coscienza o forse fin da sempre non averla mai udita o, anche se fosse, mai ascoltata con attenzione, facendosi scrupoli. Certo è che tutti agiscono in accordo con i loro interessi esistenziali, ovvero per ottenere la propria stessa approvazione, ovvero per essere felici con se stessi. Ma cosa bisognerà mai fare per ottenere questo altro scopo ? Come sempre, dipende, dipende da persona a persona. Ci sono stupidi babbei individuano la risposta perfino nel bene altrui, nel bene della città, nella politica, e grazie al cielo che esistono simili idioti ! Altri la cercano e talvolta la trovano nella socialità, nei soldi, nella famiglia, nelle feste, nella droga, nella musica, nella letteratura, nel piacere, nel mangiare e potrei andare avanti per molte pagine. Ma chi, veramente, ceca la risposta veramente, profondamente dentro se stesso ? Quanti non pensano ad altri, ad assolutamente nessun altro se non a se stessi ? La gloria è un’ ulteriore possibilità, l’ immortalità oltre la decomposizione della carne, l’ immortalità oltre la corruzione dello spirito.

 

Obiettivamente, cosa vuol dire che sulla Terra c’ è l’ uomo ? E cosa significa che io sono qui, in questa città, in questo secolo ? Cosa significa tutto ciò ? Un individuo non conta assolutamente nulla nel grande cerchio della storia naturale, eppure per se stesso conta assai, il suo essere-qui è la cosa più importante che ogni uomo abbia. Effettivamente noi non sappiamo altro se non lo sconcertante dato di fatto che noi siamo qui. Ma proviamo un po’ a ragionare, per diletto, in quei termini matematici e con quei caratteri di scienza rigorosa che sono stati nei secoli idolatrati dai filosofi più superbi, proviamo a ragionare in termini probabilistici. La possibilità che io fossi qui adesso sotto un’ ottica statistica è a dir poco ridicola: da principio non ero altro che uno spermatozoo tra le tante migliaia che ha sborrato mio padre, in ogni sua sega, in ogni sua scopata. E mio padre lo stesso, sarebbe bastato che un mio avo di secoli e secoli fa schizzasse poco prima o poco dopo la vagina pulsante che ha generato suo figlio, perché io, mio padre, mio nonno, non nascessimo affatto. Guardiamo le cose ancora un pochino più dall’ alto: quante erano effettivamente le probabilità che quella prima forma di vita unicellulare che si generò nell’ acqua circa quattro miliardi di anni fa,  che quell’ infimo e primordiale prototipo della cellula si evolvesse, nell’ arco di milioni e milioni di anni, nella specie homo sapiens ? Nessuna, drammaticamente nessuna, tutto questo fa rabbrividire. Domandare, non ci resta altro che domandare. E la tecnica ? Essa è natura o artificio ? E’ violenza contro il pianeta, o è figlia del pianeta stesso, fa parte di lui ? Propendo, logicamente, più per il conflitto tra uomo e natura, tendo a intravedere la grandezza progressista delle metropoli e degli aereoplani come risultato di quell’ eterno conflitto tra ragione e natura, tendo a considerare le macchine e gli insediamenti urbani come un profondo atto di violenza contro la nostra progenitrice Madre Natura, come la nostra vittoria ultima almeno nei confini infimi e ristretti della nostra galassia. Ma se pensassimo che oltre alla nostra galassia, ce ne sono altre migliaia e migliaia, nella loro sterminatezza ? Se solo ci si sottoponesse più spesso a questo supplizio, se solo, come i filosofi più autentici e meno fottutamente razionalisti, si amasse e venerasse sinceramente il sapere, questo campo esistenziale sarebbe il primo da sondare. Nell’ ottica sterminata dell’ universo, dello spazio tutto, noi non siamo altro che nulla, potrebbero esserci altre civiltà più evolute, anche se la distanza espressa in migliaia o milioni di anni luce certo mai ci consentirebbe di entrarvi in contatto. Potrebbero esserci persino altri uomini, questo è certo poco probabile ma, ahimè, abbracciando il metodo rigoroso del dubbio si tratta di un’ ipotesi che non saremmo certo in grado di escludere chiaramente, distintamente, con evidenza e precisione analitica e rigore dimostrativo. Siamo scarti del cosmo, eppure la Terra sussulta di piacere contemplando la grandezza dei suoi figli al cospetto di tutte le altre specie viventi fino ad ora conosciute. Fa parte della tensione naturale, dell’ istinto animale provare a combattere non solo adattandosi, ma tentando di imporre il proprio dominio nella lotta per la sopravvivenza. Guardatevi intorno: l’ uomo lo ha fatto con una maestria indiscutibile, lo ha fatto con le ferrovie, i grattacieli, le strade asfaltate, le macchine sfreccianti, le trivelle, le gallerie, i cellulari, i computer, e benedette siano le ferrovie, santi i grattacieli, eternamente beate le strade ! Ma sorge un nuovo problema, adesso. La lentezza o la totale assenza delle comunicazioni ha permesso alla storia dell’ uomo di evolversi su piani differenti, ha permesso alle culture di stratificarsi, differenziarsi, le civiltà hanno percorso sentieri diversi nella lotta verso il progresso e si sono suddivise in vari sottogruppi che abbiamo deciso di chiamare “culture”. Ecco, credo che queste stesso culture siano destinate a scomparire, a omologarsi in una sola, non vedo altra soluzione. Adesso, la comunicazione tra due esseri ai due poli opposti del globo avviene in qualche frazione di secondo, e questo determinerà il definitivo trionfo del progresso. Sarà un’ apoteosi dell’ uomo, grazie ai social network e ai mass media una rivoluzione tecnica, sociale, alimentare, di qualsiasi genere, che sarà scoperta in Cina verrà subito brevettata a catena anche dagli Stati Uniti, dall’ Europa Unita (perché per l’ inesorabile declino cui sta andando in contro l’ Occidente certo l’ Europa dovrà unirsi in un’ unica nazione per poter continuare a contare qualcosa su scala globale, la direzione intrapresa dalla storia destinale del venire alla presenza è certo questa). Addio alle differenze, addio ai conflitti, tutti uguali e immortali, tutti ci eleveremo al comodo tenore di vita che conducevano pacificamente gli dei dall’ alto dell’ Olimpo. Ma ricordiamoci di una cosa: persino gli dei provavano invidia, nella noia profonda in cui ti getta angosciosamente l’ immortalità, dei mortali eroi omerici, delle loro passioni folli. Il peccato di ubris nella concezione antropologica/teologica greca nasceva esattamente da questo : l’ imperativo era il metron, evitare le forti passioni al fine di non suscitare la pericolosa vendetta degli dei. Ma adesso gli dei li abbiamo scaraventati a claci  giù dall’ Olimpo tirandoli per i piedi, li abbiamo malmenati a sangue per prenderci lo scettro cosmico e il seggio dorato di Zeus, adesso non ci resta che scopare, divertirci, ubriacarci fino alla nausea, pascerci d’ ambrosia tra sontuosi banchetti e perderci, perderci indissolubilmente nella tragica noia della calma, abbiamo rinunciato all’ Odio per una tranquillità depressa, e ora non possiamo che piangerci addosso. Forse un giorno in poche ore potremo spostarci da New York a Parigi e da Pargi a Pechino e da Pechino a Sidney e troveremo tutto, tutti apocalitticamente identici. Del resto un grattacielo non cambia da New York a Sidney, del resto la musica commerciale che viene ora prodotta in oriente non è altro che una misera copia degli artisti pop americani, di scarso spessore per giunta. Ma non sono le singole manifestazioni, è il canone, il ventaglio di possibilità che orienta la creazione artistica ad essere ora, miseramente, infimamente ridotto, uguale per tutti. Si può ancora auspicare una rivoluzione, o la storia ha ormai preso questo corso ?

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