philosophy

Discorso sul metodo – Renè Descartes

Il punto di partenza del Discorso è senza dubbio quello di mostrare un nuovo modello educativo : la precedente paideia, radicata nella solida tradizione aristotelica e nel monopolio delle scuole da parte dei gesuiti, era fondata su un presupposto linguistico, il latino, e su un presupposto argomentativo, la retorica. Cartesio scrive il Discorso sul Metodo concependolo come un’ introduzione ai trattati “La diottrica”, “Le meteore” e “La geometria”, e lo scrive in basso bretone, ovvero in lingua volgare, rivolto non a un pubblico elitario di dotti. A questa componente divulgativa si deve anche lo stile poco pomposo e raffinato che caratterizza le argomentazioni del saggio: uno stile profondamente antiretorico che ben si adatta a quella che senza fallo si potrebbe considerare un’ autobiografia di uno scienziato. La retorica viene infatti delineata come un’ argomentazione sul verosimile, e non sul vero, e fin qui  Aristotele non avrebbe obiettato pressochè nulla, ma a questo si deve aggiungere la concezione cartesiana prettamente razionalistica della verità, che si inscrive nel suo rigido dualismo argomentato nelle Meditazioni ma che nel Discorso riecheggia allusivamente in svariati passi, che spinse Cartesio a reputare “pressochè falso tutto ciò che era soltanto verosimile”. Presentazione di un nuovo modello educativo che si spinse non solo alla critica della vacuità degli insegnamenti in vigore nelle scuole cui lo stesso Cartesio studiò con ottimi risultati, ma che tentò di intraprendere una nuova via che assicurasse all’ umana conoscenza delle fondamenta più solide di quelle “di sabbia e di fango” su cui la letteratura classica e pagana aveva edificato i suoi edifici superbi e magnifici, tanto affascinanti quanto pronti a crollare al minimo alito di vento scatenato dal soffio perpetuo del dubbio scettico. “Al di sopra di tutto mi piacevano le scienza matematiche per la certezza e l’ evidenza delle loro ragioni” e “mi meravigliavo del fatto che, essendo i loro fondamenti così stabili e solidi, non si fosse costruito su di essi niente di più elevato”, e questo a causa dell’ eccessiva astrattezza dei loro argomenti, come vedremo in seguito. Partendo dal presupposto che il buon senso è tra tutte le cose quella meglio distribuita agli uomini da Dio (primo accenno all’ innatismo cartesiano, contro cui si scaglierà l’ empirismo inglese inaugurato da Locke), la verità si configura come una questione di metodo e di oggetto: le opinioni divergono perchè ogni uomo segue vie diverse nei suoi pensieri e non considera esattamente gli stessi oggetti degli altri. Il filosofo, grazie al suo ingegno inteso come capacità di mettere insieme i dati del buon senso, di ben ordinare il senso delle cose (espirit, witz, wit), dovrà mostrare verso cosa il metodo si deve applicare, e questo innanzi tutto a partire dalla rappresentazione di un percorso formativo personale, autobiografico. Un secondo presupposto fondamentale per comprendere gli argomenti cartesiani è infatti lo scetticismo, inteso come un sapere di non sapere socratico e risemantizzato fino ad acquisire i caratteri di un metodo,di uno strumento. La scuola non insegna a conoscere perchè prima di tutto non insegna a conoscersi, e anche in questa affermazione è indubbio il riferimento alla massimo socratica “conosci te stesso! “, il presupposto di una reale indagine conoscitiva rimane l’ esperienza personale, il provare, il tentare, il sentire. Bisogna sempre tenere a mente sfogliando le pagine del Discorso che l’ obiettivo rincorso per tutta la durata dello scritto è la liberazione totale da tutti i pregiudizi che la tradizione secolare si porta ormai dietro come capisaldi indubitabili del sapere, quegli stessi capisaldi che spinsero illustri scienziati a rifiutarsi di guardare nel cannocchiale del Galilei per evitare di vedere confutata la perfezione del sistema aristotelico-tolemaico. Nelle pagine relative al dubbio, che spinse Descartes a considerare “che tutti i pensieri che abbiamo da svegli non fossero più veri delle illusioni dei sogni, l’ antecedente teorico è indubbiamente Montaigne: negli “Essays” il sapere viene a coincidere con il tentare, il provare, con l’ avere esperienza del mondo, l’ uomo non può fidarsi di altro se non del suo stesso essayer, della sua stessa esperienza, l’ uomo deve agire nel mondo facendo uso del suo buon senso. Cartesio parte esattamente da qui per fondare la sua nuova concezione di filosofia, da un buon senso scettico elevato a metodo : la fondazione del senso che si dovrà rinvenire nella filosofia prima, la metafisica stessa deve partire da una dimensione dubitante, lo scetticismo si configura così come allo stesso tempo il grande pericolo e la grande risorsa della filosofia. Nel Discorso Cartesio riesce a riunire in un’ unica architettura sistematica gran parte dei vecchi concetti della tradizione filosofica classica, sotto il neonato vessillo di una tradizione metafisica. E’ per questo motivo che Heidegger vede proprio in Cartesio l’ iniziatore di quell’ “epoca dell’ immagine del mondo”, che ha conferito alla metafisica occidentale i caratteri del rigore metodologico, del calcolo, della tecnicizzazione e della matematizzazione, nonchè la rivoluzionaria scoperta di un principio egologico che vide la metamorfosi dell’ uomo greco e medioevale in subjectum rappresentante. Rivestendo in questo i panni del perfetto scienziato, infatti, Cartesio propone, attraverso il metodo, la possibilità di rappresentare il mondo con chiarezza, distinzione, evidenza e con il rigore inconfutabile delle dimostrazioni matematiche e dei teoremi geometrici. Per questo, però,come già si accennava, bisogna comprendere che la capacità di ben ragionare non può essere connessa alle fantasie proprie della tradizione umanistica, ed è tempo perciò di aprire una strada alternativa che porti alla matematizzazione universale e al compiuto raggiungimento di qualche Verità: prima di tutto l’ esperienza che io faccio del mondo, il viaggiare, in quanto per poter ben rappresentare il mondo bisogna averne o quantomeno averne avuto esperienza diretta (Bacone, Montaigne), ma per poter porre su solide basi l’ esperienza personale è necessario prima renderla metodicamente organizzata. “Deciso a non ricercare altra scienza se non quella che poteva trovarsi in me stesso o nel gran libro del mondo, trascorsi quanto rimaneva della mia giovinezza a viaggiare…limitandomi a osservare i costumi degli altri uomini”: alla stregua del dubbio, anche l’ esperienza del viaggio viene a delinearsi come pharmakon contro il sommo male dei pre-giudizi, al fine di instaurare una sorta di relativismo culturale che non dimentichi mai però del fatto che, nonostante i diversi usi e costumi che le civiltà hanno adottato nei secoli, esiste pur sempre una Ragione che ha le sue leggi al di là della tradizioni storico-culturali. Il compito del filosofo sarà proprio quello di comprendere quel principio razionale che rende tutti gli uomini uguali davanti alla verità e insegnare un uso corretto della ragione, che appartiene indiscriminatamente a tutti in quanto principio metafisico ed innato che è stato posto direttamente da Dio in noi. Tre saranno dunque le discipline che dovranno fornire il modello al nuovo metodo, prima delle quali la  logica, contrapposta alla retorica, il cui scopo è la consequenzialità del ragionamento creando catene causali, organizzando le parti in un tutto. Essa insegna che, dato un fenomeno, bisogna essere in grado di risalire alle sue origini; a questo si aggiunga la concezione cartesiana di mondo come sequenza razionale di cause ed effetti, come culla delle leggi fisiche imposte da Dio per dare ordine alla materia, del tutto privo di irrazionalità o incomprensibilità. A differenza della retorica, la logica non deve convincere, ma deve mostrare. Le altre due discipline-modello sono l’ analisi geometrica, che consente di scomporre un problema in tante parti minori, e l’ algebra, che consente di calcolare ed enumerare quelle stesse piccole e semplici parti in cui la geometria aveva precedentemente scomposto l’ apparentemente insormontabile problema.Si noti che nessuna di queste tre materie veniva insegnata nelle scholaeIl metodo inizia così a configurarsi nei suoi primi aspetti di rilievo, in quanto consequenzialistico, analitico e calcolante, ma per non perdere di originalità, non sarà certo sufficiente sostituire lo studio delle tradizionali materie care ai gesuiti con le nuove introdotte come modello del metodo: la logica infatti non è in grado di scoprire, ma si limita a parlare di ciò che già sappiamo, la geometria e l’ algebra hanno invece il vizio di allontanare la speculazione teoretica dall’ evidenza della realtà delle cose, si tratta di due discipline tanto affascinanti e veritiere quanto tremendamente astratte. Le scienze, pur restano un modello per il nuovo apparato metodico, non possono costituire modello per se stesse, e tantomeno sarebbero in grado di autofondarsi senza una componente filosofico-metafisica che gli disveli la loro ragion d’ essere. Il metodo non può essere ridotto all’ operatività di una singola scienza, ma dovrà essere valido in sè, extra-oggettuale e, in quanto ordine consequenziale delle cose, dovrà includere il vantaggio delle discipline scientifiche rinnovandosi, al fine di divenire esperienziale. Ecco dunque qui riportate testualmente le quattro regole del motodo:

1)  l’ evidenza o chiarezza e distinzione: “non accogliere mai nulla per vero, che non conoscessi evidentemente essere tale; cioè evitare accuratamente la precipitazione e la prevenzione e non comprendere nei miei giudizi niente di più di quello che si presentasse così chiaramente e distintamente alla mia mente, che io non avessi alcuna possibilità di metterlo in dubbio”

2) l’ analisi : “dividere ciascuna delle difficoltà che esaminassi in tante parti quante fosse possibile e in quante fosse richiesto per risolvere le difficoltà stesse”

3) la sintesi: “condurre con ordine i miei pensieri, cominciando dagli oggetti più semplici e più facili a conoscere, per salire a poco a poco, come per gradi, sino alla conoscenza dei più composti; e supponendo pure un ordine tra quelli che non si precedono naturalmente l’ un l’ altro”

4) l’ enumerazione completa: “far dappertutto delle enumerazioni così complete e delle rassegne così generali in modo da esser sicuro di non omettere nulla”

La domanda che naturalmente sorge, a questo punto, spontanea è : perchè queste regole, oltre quella generalissima dell’ evidenza ? Perchè proprio queste e non altre ? Perchè esse sono le regole più generali che Cartesio si era trovato ad applicare con profitto in quella che era stata, fino ad allora, la sua attività di ricerca scientifica, attività di carattere essenzialmente matematico e così regole di carattere matematico. Partendo dal dato confuso, carico di immaginazione, scioglierlo nei suoi elementi irriducibili, nelle sue “nature semplici”, e da qui risalire fino a ridare, chiaramente e distintamente ordinata, tutta la ricchezza del punto di partenza, assicurandosi perciò di non avere omesso nulla di quanto di veritiero vi era contenuto: questo, dunque, il metodo del Discorso. L’ apparente banalità di questi quattro passaggi si giustifica anche nel contesto più ampio del sopracitato dualismo cartesiano: la matematizzazione universale si spiega e si fonda solo nella netta separazione tra l’ ordine spirituale e quello materiale. Quest’ ultimo era concepito come materia inanimata retta da leggi puramente meccaniche, quindi l’ universo corporeo veniva a ridursi in una gran macchina da calcolare, macchine gli stessi animali, macchina persino il corpo umano. L’ esatto contrario dicasi per lo spirito, con le sue idee chiare e distinte e la sua liberà volontà nella sua sfera superiore, nella sua sfera inferiore invece gioco di passioni, l’ una dall’ altra così ben distinte come gli ingranaggi di una macchina. Gran parte di questi elementi confluirono poi nello spinozismo. Occupiamoci invece adesso del complesso problema che pone al centro la relazione tormentata tra scienza e filosofia: se tutte le scienze dovranno seguire le quattro regole di cui sopra, tutte dovranno necessariamente derivare dalla filosofia, che sola può offrire le regole del metodo. Ma su che cosa è ontologicamente fondata la filosofia ? Mettendosi in questo sulla scia della tradizione che voleva, a partire dall’ Organon aristotelico, un rapporto di dipendenza della filosofia seconda dalla filosofia prima, allo stesso mondo la filosofia cartesiana, prima di fondare se stessa, dovrà trovare quegli appigli sicuri che le consentano di non naufragare nel mare immenso del dubbio scettico, dovrà affondare le sue radici robuste nella metafisica. Ma quando Cartesio si poneva queste domande e rifletteva sugli argomenti di cui sopra, si rendeva allo stesso conto di essere ancora immaturo per l’ ardua ricerca del senso nei campi inesplorati della metafisica, aveva ancora da vivere parecchio prima di trovare delle risposte sicure delle quali non gli fosse possibile dubitare. Per questo motivo, sebbene dovrà poi essere, ancora una volta, la metafisica, la scienza di Dio e della cause ultime, ad istituire una morale, l’ autore ancora ventitreenne si rende conto di necessitare di un modo preciso per comportarsi nel mondo, di un ethos che lo accompagnasse nella crescita (spirituale) per riuscire a fondare una metafisica per poi fondare a sua volta il metodo. Ogni uomo vive secondo delle norme e, perciò, attua una morale. Tocca alla ragione decidere quali tra queste norme debbano o non debbano essere eseguite ma, ricapitolando il circolo, la ragione decide solo attraverso la filosofia che, oltre a richiedere lunghi tempi di ricerca e di elaborazione per seguire rigorosamente il metodo, è per giunta ancor priva di fondamenti che le diano il carattere di scienza esatta. Per quel che mi riguarda, a più riprese ho l’ impressione forte che in queste pagine riecheggino con voce altisonante le paure di un grande scienziato del XVII secolo, che ha appena visto lo stimatissimo Galilei esser costretto ad abiurare dal Cardinal Bellarmino,  che aveva tenuto per anni il suo massimo trattato fisico “Sul Mondo” in un cassetto senza intenzione di pubblicarlo, e che di certo non voleva vedere il suo Discorso messo all’ indice. Se ne ricava infatti, da ognuna delle quattro massime provvisorie, un atteggiamento di profondo razionalismo (questo non dovrebbe spaventarci visti i capisaldi della filosofia cartesiana) e di inaudita freddezza, quasi rassegnata.

  1. obbedire alle leggi e ai costumi del mio paese, osservando costantemente la religione, e questo non perchè la tradizione cristiana sia da considerarsi migliore o peggiore di quella ad esempio persiana o cinese, ma perchè è più utile regolarsi sul modello di coloro con i quali si deve vivere
  2. essere più fermo e risoluto possibile nelle azioni e nelle opinioni ritenute sicurissime, nel caso non fosse possibile discernere il vero dal falso seguire quelle che tra le opinioni risultano le più probabili e, anche se non si trovasse maggiore probabilità nelle une o nelle altre, determinarsi comunque per alcune
  3. sforzarsi sempre di vincere se stessi piuttosto che la fortuna, provare a cambiare i propri desideri piuttosto che l’ ordine del mondo

Se si confronta quanto detto nella terza parte del Discorso con un passo delle Meditazioni, si riesce senza difficoltà a estrapolare un’ eudaimonia cartesiana che molto deve, come la terza massima della morale provvisoria, alla tradizione stoica. Il dualismo di Cartesio non si limita a suddividere il reale in res cogitans e res extensa, ma, nella seconda sostanza, opera una seconda biforcazione per quel che riguarda le passioni dell’ animo umano, cui Cartesio non assegna nessun valore conoscitivo, al pari dei sensi, considerati la massima fonte di errore dell’ essere umano. Le passioni del corpo sono infatti rifiutate tout court, esse non sono altro che una certa fonte di errore in quanto non sono assolutamente concettualizzabili in modo chiaro e distinto, in quanto appartengono a quella componente bestiale dell’ uomo che li avvicina alla macchinosità animale e lo allontanano dalla sostanza puramente spirituale, da Dio. Le passioni dell’ anima, invece, vengono delineate come elementi di contatto, di legame tra la sostanza spirituale e quella corporea, esse non risultano dunque pericolose o dannose di per sè perchè insegnano a esercitare correttamente la volontà, cioè a esercitare il libero arbitrio (donato da Dio) in maniera razionale. In quest’ ottica profondamente rigida ma non per questo ascetica, il fine ultimo dell’ esercizio delle passioni dell’ anima consiste proprio nella felicità, in quanto controllo delle passioni e vittoria sul male metafisico per eccellenza, ovvero l’ inerzia.

Con l’ inizio della parte IV lo scenario del Discorso cambia radicalmente: con l’ ingresso nel campo della metafisica non risulta più possibile essere scettici, con la definitiva messa da canto del dubbio il tono si evolve da un ritmo narrativo ad uno argomentativo, dalla favola (descrizione retorica basata sull’ esperienza pesonale) alla rappresentazione razionale del mondo. Non va però per questo dimenticato che il Dio di cui parla Cartesio, dando credito alla critica che di lì a poco ne farà Pascal, non sembra rispondere a una reale e convinta fede religiosa, nè tantomeno viene descritto con i medesimi connotati (sebbene essi siano impliciti per la paura di fare la fine di Galilei a cui si accennava prima) del Dio cristiano rivelato nelle Sacre Scritture : la metafisica rimane sempre finalizzata a fondare ontologicamente e gnoseologicamente un discorso di carattere fisico. Ancora una volta Cartesio allude al dualismo che aveva esposto nelle Meditazioni e si pone in aperta polemica con l’ aristotelismo, in quanto viene affermato con sicurezza che l’ anima non ha e non può avere funzioni animali. Quell’ essere razionale che è l’ uomo è tale proprio grazie alla sostanzialità della sua anima: la res cogitans è infatti materiale, solo essendo sostanza il pensiero potrà essere anche verità concreta, ma la sostanza di cui è fatto non è quella estesa, ma quella medesima di cui è composto Dio. Il pensiero non è più dunque, come voleva la tradizione aristotelica, funzione dell’ anima, ma coincide con l’ anima stessa. Se risulta così l’ unico accesso a quella verità che è una, perfettamente razionale, in quanto voluta e imposta da Dio, al contrario i sensi saranno la fonte di errore più comune dei giudizi umani, non tanto perchè falsi in sè, ma perchè mai in alcun modo indubitabili. Per Cartesio, dunque, sulla scia della critica all’ arte platonica come imitatio, non sarà possibile nessun accesso a una dimensione veritativa per quanto riguarda le rappresentazioni estetiche. L’ unico modo per evitare il verosimile offerto dai sensi e mettersi sulla strada metodica della ricerca del vero è l’ epochè, ovvero ritenere come assolutamente falso tutto ciò su cui è possibile dubitare. Ma al di sotto della messa tra parentesi, in quanto condizione necessaria dell’ esercizio del dubbio iperbolico, vi deve necessariamente, evidentemente, intuitivamente essere un soggeto che dubita, e che dubitando metta alla prova la sua razionalità, eserciti il suo pensiero : cogito ergo sum. Alla scoperta del principio egologico si potrebbe obiettare che Cartesio, al fine di dimostrare l’ invalidità metodica dell’ immaginazione, faccia pur sempre uso dell’ immaginazione stessa, elevando al quadrato il dubbio  sul reale introducendo la componente illusoria del demone maligno, e che di fatto nella realtà di tutti i giorni l’ uomo non si comporti certo in maniera così scettica, sta di fatto che l’ imposizione di questo principio costituì una svolta alla storia del pensiero, che da medioevale divenne moderno. Le verità logiche non vengono più considerate come valide di per se stesse, o quanto meno non autofondantesi, sopra il giudizio, d’ ora in poi, dovrà pur sempre esserci un io che giudica. Questo non toglie che il cogito non deve essere considerata come l’ unica asserzione salda e certa, esso rimane solamente il modello dell’ asserzione indubitabile: da questo principio, infatti, ne scaturisco a catena altri due come dirette conseguenze. Il primo consiste nel fatto che questo mio stesso pensare costituisce la mia autentica essenza, in quanto l’ io autocosciente coincide con la sostanzialità del suo pensiero e, forse, per esistere non avrebbe bisogno di alcun luogo. Siamo di fronte a una violenta e quanto mai platonica svalutazione totale della sensibilità, della materialità, della corporeità e degli istinti umani, in quanto la res cogitans abita sì nel corpo, ma non sembra trovarsi fisicamente in esso. Il secondo principio consiste infatti nel fatto che anche se il corpo non esistesse, l’ anima non mancherebbe di essere tutto ciò che è : l’ anima non è più delineata come il motore del corpo (Aristotele), ma diviene sostanzialmente indipendente da esso -Merleau-Ponty parlerà a riguardo di una “persecuzione platonica”-. Sebbene anima e corpo siano dunque due sostanze diverse, indipendenti l’ una dall’ altra e ognuna con leggi proprie, la res cogitans ha comunque un primato ontologico in quanto la sostanza spirituale è fondata su un piano metafisico, ed è essa stessa a fondare le leggi che regolano la sostanza estesa. In conclusione, il succo del Discorso potrebbe ridursi a queste poche parole: tutte le cose che concepiamo in modo chiaro e distinto sono vere, e il cogito è il modello di questa verità proposizionale in cui trovano fondamento tutte le altre. Il metodo, che è una regola basata sul cogito ha lo scopo di trovare altre verità, ma nemmeno le certezze del metodo e del cogito possono autofondarsi perciò l’ uomo, essendo perfettamente in grado di cogliere intuitivamente la chiarezza ma non la distinzione, è imperfetto, limitato, essendo la verità per definizione perfetta. La consapevolezza di questo limite non dovrà però riportarmi tra le braccia insicure dello scetticismo, ma mi condurrà a quella stessa proposizione che mi ha detto che il pensiero esiste perchè io sto pensando, e  la sostanza che valida ontologicamente il mio pensiero è Dio. Per esercitare il mio pensiero, per dimostrare l’ assurda potenza del cogito che, pur essendo imperfetto, può pensare il perfetto per l’ analogia sostanziale tra il pensiero e l’ Essere Supremo, dovrò provare l’ esistenza di Dio. L’ imperfezione umana non è infatti data dalla sostanza pensante, ma per l’ incoincidenza inevitabile tra esistenza e pensiero, per la nostra localizzazione spaziale e temporale, mentre Dio è in ogni tempo e in ogni luogo ed è puro essere e puro pensiero. Vengono quindi riproposte, più o meno pedissequamente e con poca innovatività, le tre prove classiche dell’ esistenza di Dio: due prove a posteriori e una, quella ontologica, a priori, quella tradizionalmente anselmiana. Non risultano certo importanti in sè queste prove, in quanto banalmente ereditate dalla tradizione, ma esse dimostrano l’ intento cartesiano di asserire che tutti coloro che non ricercano i fondamenti, il senso ontologico del loro pensiero, ovvero che non tentano di provare l’ esistenza di Dio, sono semplicemente stupidi, troppo legati alle cose sensibili e a non considerare le cose se non immaginandole, sono schiavi della sensibilità. Frattura insanabile, questa, con l’ Aristotele del De Anima, che saràpoi riesumato in chiave appunto anticartesiana da Leibniz e da Locke: “nulla è nell’ intelletto che prima non sia stato nei sensi”. Cartesio afferma al contrario che i sensi costituiscono il vero e più comune ostacolo epistemologico al pensare, e che le idee di anima e di Dio non sono mai state nei sensi, rifiutando così di netto una psicologia razionale fondata però su basi empiriche. Come già detto dunque, le verità estetiche non esistono, ma non solo: le idee più chiare non venendoci dai sensi (dal basso, come vuole la tradizione aristotelica) o dall’ immaginazione, ma provengono al contrario dall’ alto, sono innate, provengono nella loro sostanzialità direttamente da Dio. Le idee che non derivano da Dio non solo non sono vere, ma sono confuse e oscure; la conoscenza viene così delineata come un progressivo percorso di un’ anima razionale dalla confusione, dall’ oscurità, alla chiarezza e alla distinzione, dalla sensibilità a, con evidenti echi della tradizione neoplatonica, quella componente divina che è in noi. Per sottrarsi all’ arbitrio dei sensi, dovremo trovare nella natura proprietà quanitative oggettive (le qualià primarie di cui parlava Galileo) grazie all’ aiuto del metodo, dovremo imparare a rappresentare correttamente il mondo, cioè in modo razionale, non estetico. La verità si configura innovativamente come un’ oggettivizzazione matematica chiara e distinta di quelle varie sensazioni retoriche cui la tradizione aveva dato tanto credito, di quelle sensazioni retoriche e soggettive. Con Cartesio vengono poste le pasi anche per una secondo componente imprescindibile dell’ “epoca dell’ immagine del mondo” : con il Discorso inizia un  percorso della storia della filosofia occidentale di progressiva de-empirizzazione metafisica del soggetto, che porterà al culmine del suo sviluppo all’ io penso kantiano. L’ ego cogitans è infatti una coscienza autoriflessiva della stessa sostanza di Dio, è quella componente spirituale/pensante dell’ uomo il cui corpo, invece, al pari di quello animale, è costruito sul modello di una macchina. A questo riguardo va evidenziato che l’ anima, da un punto di vista storico, non è sempre stata necessariamente connessa all’ autocoscienza o allo spirito, ma alla capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio. Nel ‘ 600 il concetto di psicologia viene così risemantizzato, e Cartesio può a pieno titolo considerarsi il fondatore di questa nuova idea di scienza dell’ anima, ora condizione necessaria per una intenzionare una rappresentazione del mondo.

Una volta edificate le solide basi architettoniche del sistema, Cartesio può ritornare a quello che  fin da principio costituiva il suo obiettivo principale, ovvero raccogliere il sapere sulle cose materiali, ovvero “costruire il mondo”, nel senso di ricondurre la sostanza estesa, cioè tutto ciò che ha un corpo e non necessariamente un tempo, all’ ordine della sostanza pensante, sotto le regole razionali imposte da quest’ ultima. La fisica viene a costituirsi così come la scienza della sostanza estesa, a cui un io deve saper dare un tempo. La legge rappresentazionale si radica su un concetto chiave nella filosofia cartesiana, l’ ordine, in quanto la materia, per quanto imperfetta, non è caos, anche se non potrà autoconoscersi e per questo motivo necessiterà di un ordine imposto dal di fuori: le leggi meccaniche imposte da Dio, che legano tutte le componenti della sostanza estesa in una complessa architettura di nessi causa-effetto. Sarà Husserl a sottolineare, a questo riguardo, una forte aporia nel discorso cartesiano. Il cogito è infatti un io libero, una voluntas , gode del libero arbitrio di rappresentare il mondo a suo piacimento, avendo un’ autocoscienza come modo della sostanza divina, ma quest’ atto libero rappresentativo non si può certo dire che abbia la libertà di rappresentare il mondo come vuole, perchè l’ atto conoscitivo del soggetto si rivolge pur sempre a un mondo che non è fatto della sua stessa sostanza, è res extensa ordinata, vincolata, creata dal “grande orologiaio” secondo le leggi meccaniche del divenire.

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