philosophy

Immanuel Kant, “Critica del Giudizio” – Analitica del bello

Genesi, contesto e scopi della “Critica del Giudizio” in generale

La Critica del Giudizio viene a completare il quadro che ha avuto inizio con la Critica della Ragion Pura ed è confluito nella Critica della Ragion Pratica,  ed è in rapporto ad essa che Kant stesso dichiara esplicitamente di essere finalmente giunto al punto ultimo e culminante del suo assunto critico. L’ intento critico all’ infuori del quale non può dunque essere data comprensione del testo implica il vaglio di tutto quel settore della facoltà conoscitiva umana che poggia su elementi a priori, quei principi che il soggetto non attinge dall’ esperienza concreta ma che invece già da sempre filtrano e ordinano la dimensione stessa del suo vissuto, che il soggetto sempre contiene in sè quali costrutti, schemi, che gli consentono di accogliere i dati parziali delle singole impressioni e di organizzarli mediante nessi, relazioni. Per quanto riguarda la ragione nel suo uso teoretico, il compito che Kant si era posto nella prima Critica era quello di tracciarne gli elementi costitutivi, la possibilità e l’ estensione, al fine di individuare i limiti invalicabili della conoscenza umana al di fuori del quale non è possibile scienza alcuna, ma all’ interno dei quali lo spettro scettico humiano non ha alcuna ragion d’ essere. Per quanto riguarda invece il vaglio critico e sistematico a cui dev’ essere sottoposta la ragione nel suo uso pratico, Kant si propone di portare allo scoperto le condizioni a priori dell’ agire umano e del comportamento etico. Queste condizioni risultano essere rispettivamente la libertà e la legge morale che, per il suo carattere universale e incondizionato, è ciò che rende consapevoli di essere liberi. Alla Critica del Giudizio, infine, Kant assegna un ruolo di rilievo all’ interno dell’ assetto critico, ma a questo ruolo non corrisponde uno spazio specifico nell’ esposizione sistematica per via della natura particolare dell’ oggetto messo in questione dalla terza Critica: questo non è infatti più la ragione, ma la facoltà di giudicare (Urteilskraft). In una lettera datata 28 dicembre 1787 indirizzata a C.L. Reinhold, Kant spiega infatti di avere scoperto un nuovo tipo di principi a priori, relativo non alla facoltà di conoscere o a quella di desiderare, ma alla teleologia. L’ indagine kantiana condotta prima della terza critica è caratterizzata dal fatto di isolare e contrapporre due ordini di realtà: il mondo della natura e della scienza da un lato e quello della libertà e dell’ etica dall’ altro. L’ uomo si configura nelle sue pagine come portatore, da un lato, di esperienze che si lasciano determinare nei termini di una causalità necessaria, ma dall’ altro egli si dimostra anche in grado di accedere all’ assoluta libertà del puro pensiero. Solo una riflessione di tipo analitico, teoretico, può isolare i due ordini e portare allo scoperto gli elementi ultimi che consentono al soggetto di avere conoscenza del primo ordine di realtà e di muoversi da individuo responsabile, santo, nel secondo. Il cuore problematico della Critica del Giudizio è rappresentato dall’ intrinseca relazione tra questi due ordini, dal passaggio dinamico dal determinismo riscontrabile nel mondo fisico, fenomenico, spiegabile mediante le rigorose leggi newtoniane, alla libertà che sta a fondamento delle azioni umane. La terza Critica pone a tema l’ Ubergang  tra necessità e libertà e radica questo passaggio in una prospettiva trascendentale: in essa infatti non si tratta di una scienza del bello, ma ciò di cui si fa questione è il rapporto che le facoltà conoscitive del soggetto intrattengono con la bellezza. Lo scopo è quello di chiarire come avvenga nell’ uomo il radicale passaggio da un modo di pensare secondo principi che valgono rigorosamente, razionalmente, nel mondo fenomenico, a un modo di pensare secondo principi validi nell’ esistenza noumenica delle cose in sè, nella realtà che non ci è mai data attraverso i sensi e che sussiste oltre i limiti della nostra conoscenza. Kant intende gettare un ponte tra il dominio teoretico, sottoposto alla legislazione dell’ intelletto, e il dominio pratico, posto sotto il controllo della ragione. Questo significherà tentare di spiegare come un essere finito e condizionato, radicato nella sensibilità e quindi gettato tra le braccia della temporalità, ovvero l’ uomo, possa fare esperienza di valori che si sottraggono di per sè a condizionamenti spazio-temporali e che si presentano a noi sotto il segno non delle forme a priori, ma dell’ assolutezza e dell’ incondizionatezza. Come vedremo, più nell’ Analitica del Sublime piuttosto che nell’ Analitica del Bello, la metafisica che era stata cacciata dalla porta nella prima critica rientra ora dalla finestra al centro delle argomentazioni critiche del filosofo di Konigsberg. Come già accennato,esistono capacità dell’ animo umano, funzioni o potenzialità, che vengono di volta in volta attivate nel soggetto da oggetti diversi in ambiti diversi: la natura, ossia l’ insieme di tutti i fenomeni suscettibili di essere misurati secondo leggi costanti, e quindi conosciuti grazie all’ intelletto; l’ arte, ovvero la capacità tecnica che sta alla base del produrre, e la libertà, che attiva la facoltà di volere.A questi tre ambiti corrispondono tre diverse facoltà dell’ animo umano: la facoltà del conoscere, il sentimento di piacere e dispiacere e la facoltà di desiderare. Il XVIII secolo aveva visto fiorire, soprattutto in Inghilterra e Scozia, una rivalutazione generale della sfera sentimentale nei confronti della ragione scientifica, sfere che da Cartesio in poi erano nettamente divise l’ una dall’ altra e di cui si predicavano come ovvie l’ inesorabile falsità della prima e l’ indiscussa supremazia della seconda. La rivalutazione dei sentimenti nasce da un’ idea di una benevolenza comune o simpatia, che sta alla base del mondo che gli uomini creano in comunità : Shaftesbury, Hume, Smith e in generale la scuola scozzese del common sense concordano nel riconoscere negli uomini una componente altruistica, un sentimento del bene e dell’ interesse collettivo che sta alla base di ogni accordo intersoggettivo. In quest’ ottica lo scetticismo cui si perveniva in campo pratico dalla constatazione dell’ assoluta infondatezza oggettiva dei cosiddetti valori morali, viene mitigato in Hume dalla persuasione di un sentimento morale comune a tutta l’ umanità, che raccomanda lo stesso oggetto all’ approvazione generale pur senza alcuna pretesa di obiettività. Kant si distanzia, pur prendendo notevoli spunti di riflessione, dalle tesi dei moralisti inglesi, nella misura in cui fa del sentimento una facoltà dell’ animo in tutto e per tutto autonoma rispetto alla facoltà di conoscere e a quella di desiderare, per via dell’ impossibilità di stabilire, sulla base della passione, se qualcosa sia vero oppure falso, sia bene oppure male. Ma una delle novità fondamentali proprie della terza critica è proprio quell’ analisi trascendentale della capacità che il soggetto ha di provare sentimenti. L’ ambito di interessi che attiva questa facoltà è, appunto, l’ arte. L’ universo soggettivo in cui l’ uomo è creatore di forme belle ha come corrispettivo quegli aspetti della natura che sembrano sfuggire all’ interpretazione razionalistica e meccanicistica della scienza e che sembrano obbedire a una sorta di finalità. Nè l’ intelletto nè la ragione possono conoscere alcunchè in relazione a questo mondo, e tuttavia l’ arte indubitabilmente attiva nel soggetto sentimenti di piacere e dispiacere che smuovono l’ animo umano fino alla più profonda commozione. L’ indagine trascendentale cui Kant si accinge è quella di individuare la facoltà conoscitiva e i principi a priori che si connettono all’ attivarsi del sentimento in relazione all’ arte: questa facoltà conoscitiva verrà identificata con la capacità, comune a tutti gli esseri razionali, di formulare giudizi, la Urteilskraft. Non sarà certo sufficiente fermarsi alla nota distinzione, introdotta nella Critica della Ragion Pura, tra giudizi analitici e giudizi sintetici, i quali a loro volta si distinguono in a priori e a posteriori, perchè tutti questi sono singoli prodotti della stessa facoltà di giudicare, la cui analisi aprirebbe un campo senza fine. Già nella prima critica questa facoltà viene definita come “la facoltà di sussumere sotto regole, cioè di distinguere se qualche cosa stia o no sotto una regola data”, e viene presentata come “un talento particolare, che non si può insegnare ma soltanto esercitare, al cui difetto nessuna scuola può supplire”. Come elemento dell’ ingegno naturale, una sorta di buon demone che si identifica in fin dei conti con il buon senso, il giudizio consente di approdare alla soluzione di un problema anche senza rendersi analiticamente conto dei processi che stanno all’ origine della soluzione stessa. Si tratta in ogni caso di avere a che fare con un caso particolaree di dover decidere in che rapporto questo singolo esempio dato si pone nei confronti di un principio universale, che può essere sia noto che ignoto. In questo secondo caso il giudizio è chiamato ad assolvere il suo compito esercitando la sua capacità inventiva, dovendo porre da se stesso una regola universale sotto cui sussumere poi il caso particolare, grazie all’ ausilio del genio.

 

L’ analitica del bello

Il bello qualifica un oggetto che ha la caratteristica di piacere in modo universale, senza alcun interesse nè dei sensi nè della ragione. La capacità di giudicare del bello si dice gusto (Geshmack); con questo termine Kant si inserisce a pieno titolo nel lungo filone dell’ estetica settecentesca, dal momento che, prima di allora, esso non sarebbe potuto essere nemmeno concepito. L’ “uomo di gusto” medievale era infatti un ingordo, un sollazzatore, un peccatore che amava riempirsi di cibo e di vino a dispetto della moderazione nel piacere imposta dalla vigente morale ecclesiastica; soltanto a partire dal secolo dei lumi nascerà la figura del raffinato, del colto dandy che si eleva dal puro godimento e inizia a scegliere con accuratezza, snobismo, con gusto appunto, i piaceri di cui pascersi. La vera rivoluzione kantiana  rispetto ai predecessori è costituita invece dall’ impostazione della sua indagine tipicamente trascendentale: l’ analitica del bello non tratta infatti di oggetti belli, ma del giudizio che un soggetto esprime su di essi. Il problema di Kant è proprio quello di riuscire a cogliere e sfruttare, attraverso un processo di risemantizzazione, elementi di innovazione in un percorso teorico tipicamente settecentesco e che, con il misticismo introdotto nell’ analitica del sublime, aprirà un varco verso le speculazioni romantiche, segnerà emblematicamente il passaggio dal razionalismo al sentimentalismo. Il giudizio di gusto infatti, se da un lato legittima la disposizione degli uomini alla socialità e al vivere comunitario fondato sulla possibilità di ognuno di comunicare i propri sentimenti, dall’ altro legittima anche un possibile sbocco dell’ uomo verso l’ assoluto, verso l’ incondizionato. Tornando però all’ analitica del bello, bello è ciò che piace: senza interesse per la qualità, universalmente senza concetto per la quantità, senza scopo per la relazione e necessariamente per la modalità. Si potrà notare una ripresa letterale delle “Categorie” della Critica della Ragion Pura, ma in questo quadro formalmente uguale l’ architettura risulta completamente diversa, addirittura rovesciata, come a voler ribadire la netta indipendenza della sfera estetica rispetto a quella conoscitiva o pratica. Il giudizio di gusto puro non è un giudizio logico, perchè poggia su un fondamento strettamente soggettivo, al punto che la sua universalità risulta evidente, ma non fondata, ovvero priva di un concetto fondante che la renda necessaria : universale è soltanto la comunicabilità del nostro sentimento e non  l’ oggetto da cui il nostro stesso sentimento è scaturito. In altre parole, non potrò mai convincere un terzo in maniera obiettiva dell’ assoluta e incontestabile bellezza di un oggetto che mi è dato, di un’ opera d’ arte per esempio, ma quando gli comunicherò che a me quell’ oggetto piace lui capirà perfettamente che cosa intendo, che cosa sto provando. Per essere universalmente comunicabile, il giudizio non potrà avere un determinato scopo, perchè se vi è scopo vi sarà anche, consequenzialmente, la volontà di perseguire quel dato scopo. Il giudizio di gusto indica solamente il rapporto di una rappresentazione con il sentimento di piacere o dispiacere  del soggetto, senza che con ciò venga designato assolutamente nulla dell’ oggetto rappresentato. L’ arte non è verità, non produce conoscenza, ma suscita piacere, estasi, splendore e rivificazione nel soggetto, che, colpito dallo splendore della bellezza, si sente più forte, più grande, più illuminato. L’ attivarsi del rapporto di cui sopra, infatti, produce un effetto benefico che si manifesta nella capacità autoriflessiva del soggetto di sentire se stesso : l’ attenzione rivolta al mondo delle produzioni artistiche e del giudizio è finalizzata a cogliere alcuni aspetti della natura umana che erano stati trascurati volontariamente nelle critiche precedenti, perchè per lo più non razionalizzabili, non riconducibili alla cerchia ristretta del conoscibile. Con l’ attivarsi del sentimento, suscitato dallo splendore, il soggetto viene posto in immediata relazione con se stesso, senza ulteriori mediazioni, il che produce un incremento del sentimento vitale, che è sempre intensificato da tutto ciò che attiva o potenzia le facoltà dell’ animo. Come già detto, in contrapposizione all’ analisi critica della Ragion Pura, il giudizio di gusto non produce conoscenza alcuna, ma esso risulta essere anche del tutto svincolato da intenti pratici, che coinvolgono la facoltà di desiderare. L’ interesse è un piacere che, congiunto con l’ esistenza di qualcosa, implica il riferimento alla facoltà di desiderare : la dipendenza o meno dall’ effettiva esistenza di qualcosa è quell’ elemento che consente a Kant di distinguere il piacere connesso al bello da quello connesso al piacevole, che scaturisce dai sensi, e da quello connesso al buono, che scaturisce dal conseguimento di o dall’ ammirazione per un comportamento retto. Il piacevole e il buono sono oggetti della volontà, la quale se li prefigge come scopo e prova piacere per la loro esistenza, ma il giudizio di gusto è, al contrario, puramente contemplativo, ovvero del tutto indifferente nei confronti della sussistenza dell’ oggetto desiderato.Il giudizio di gusto è libero, e ha dunque senso solamente per quegli esseri che risultano partecipi tanto della sensibilità quanto della razionalità, e cioè, naturalmente, esclusivamente gli esseri umani, che si distinguono dalle bestie puramente sensibili e dalle ragioni pure, essenzialmente e unicamente intellettuali, le shopenhaueriane  “teste d’ angelo alato senza corpo” . Ma caratteristica peculiare e di difficile dimostrazione del giudizio di gusto è che esso pretende, pur essendo sempre singolare e soggettivo nella sua formulazione, di valere universalmente per ognuno. La capacità di universalizzazione è quella peculiare caratteristica che sta a fondamento del giudizio morale, che si distingue da quello estetico o riflettente perchè la sua validità universale poggia su solidi concetti della ragione, razionalmente dimostrabili e spiegabili. Il bello è invece “ciò che piace universalmente senza concetto”, e questo significa che non esistono regole o principi da addurre a fondamento del singolo giudizio sulla bellezza, eppure il soggetto che lo formula pretende l’ assenso altrui, anzi giudica gli altri privi di gusto nel caso questo accordo non avvenga. Se il giudizio logico potrà postulare il consenso di tutti, perchè capace di argomentare in base a concetti, il giudizio estetico potrà soltanto esigerlo. L’ universalità estetica, proprio perchè non logica, è puramente soggettiva, e l’ accordo atteso riguarda tanto il giudizio formulato quanto il piacere intimamente connesso ad esso, che viene definito da Kant necessario. Anche in questo caso, naturalmente, non si tratterà di una necessità logica, ma esemplare: essa esprime “la necessità dell’ accordo di tutti in un giudizio considerato come esempio di una regola universale, che però non si può addurre”, che è come dire che il giudizio fornisce l’ esempio di una regola nella misura in cui è regola a se stesso, regola che un genio impone e che non sarà passibile di imitazione ma soltanto fonte di ispirazione. Il fondamento del giudizio di gusto è dato dal libero gioco delle facoltà conoscitive attivato da una rappresentazione, e questo armonico accordarsi di immaginazione e intelletto produce uno stato d’ animo soggettivo, svincolato da qualsiasi concetto o regola e tuttavia partecipabile all’ intera comunità dei soggetti comunicanti. La duplice individuazione del fondamento dei giudizi estetici da un lato nel libero gioco delle facoltà e, dall’ altro, nell’ universale comunicabilità dei giudizi, consente di definire nel primo caso la sintesi di razionalità e sensibilità che costituisce l’ uomo in quanto animal rationabile e, nel secondo, di definirne la natura prettamente sociale, comunitaria. Ma cosa intende Kant, esattamente, quando parla di “libero gioco” ? Anche nel giudizio di gusto, in quanto facoltà di rappresentarsi qualcosa unita a consapevolezza, sono attive le facoltà della conoscenza in generale: l’ immaginazione, che sta alla base dell’ intuire, e l’ intelletto, che costituisce il fondamento del pensare. Le facoltà hanno diversi, anche se non infiniti, modi di relazionarsi tra loro : non tutti sono estensivi della conoscenza e tutti insieme costituiscono il pensare. Per Kant “pensare è più importante che conoscere”, perchè il pensiero, in un’ ottica trascendentale, è condizione di possibilità della conoscenza e l’ estetica ha proprio il compito di vivificare il pensiero, stimolarlo. Ciò che contraddistingue il giudizio di gusto è infatti il fatto che in esso si realizza un accordo tra immaginazione e intelletto, in cui la prima risulta libera di una libertà condizionata, libera di agire con fantasia e creatività ma non del tutto anarchica, perchè soggetta alle regole imposte dall’ intelletto. L’ immaginazione infatti, quando opera da sola, produce insensatezza, solamente l’ intervento dell’ intelletto in quanto facoltà delle regole, della legge, impedisce che essa si disperda in assurdità. E’ chiaro che, per via del tempo in cui visse e delle sue convinzioni, la teoria kantiana dell’ immaginazione con regola finisce per tradursi, implicitamente, in un preciso canone estetico, ovvero quello neoclassico. In sintesi, le idee estetiche sono rappresentazioni che consentono di pensare e comunicare l’ inesprimibile, estendendo e vivificando le facoltà conoscitive e oltrepassando, attraverso l’ espressione, il senso letterale in vista dello spirito. Il genio viene infatti delineato come colui che è in grado di cogliere intuitivamente il libero gioco di immaginazione e intelletto e di comunicarlo “senza la costrizione delle regole”, ma tuttavia non senza una regolarità che deriva da se stesso : l’ originalità del genio assume un valore esemplare che non è mai suscettibile di imitazione. Nessuna scienza può insegnarlo e nessun esercizio può raggiungerlo, si tratta di una “felice disposizione per la quale si trovano idee per un concetto dato e si trova per esse l’ espressione giusta con cui si può comunicare agli altri lo stato d’ animo che ne risulta”.

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