poetry

Eccomi, ed ecco la morte, ed ecco la vita

Questa notte ho pisciato sulla tomba di mia madre.

Da principio le stavo portando dei fiori,

delle belle rose rosse fresche

per commemorare il suo sommo ricordo,

per onorare e temere la tragicità della morte.

Mi voleva bene, la mammina,

e avevo tutte le intenzioni di renderla felice,

ma poi ho incontrato una giovane troietta

per la strada che si inerpicava verso il cimitero

che sculettava come tutte le giovani borghesi in età da marito.

Non scopai mai così bene

come dopo un dono così candido, così sentito,

come quel mazzo di fiori.

“Piantiamola di preoccuparci dei defunti !

Loro non si muovono da dove li si lascia, è il Tempo a scorrere

e a divorare tutto e a rendere tutto,

tutto, tutto, tutto, stupidamente inutile”.

Così pensando, dimenticai in un istante del lutto

ma i primi cipressi e le prime urne ormai erano a due passi.

Del resto, VIVERE E’ TANTO PIU’ DIFFICILE

CHE MORIRE.

Perchè piangere ? Perchè fuggire ?

Meglio pisciarci sopra, alla morte,

riderci davanti a un boccale di birra,

distruggere la memoria, i ricordi,

perdere tutto e tirare avanti senza un fremito.

Adoro chiacchierare allegramente di stupri,

di guerre, di aborti :

tutti siamo stuprati da quella cagna della vita

tutti combattiamo la battaglia della vita

siamo tutti aborti al novantesimo anno di santa madre puttana,

la vita.

La morte non conosce queste nefandezze,

nessuno ha mai peccato da sottoterra.

Smettiamola di preoccuparci e di versare stupide lacrime.

E’ l’ ultima ora a rincorrerci, o noi ad andarle incontro ?

Quando scoccherà per me l’ istante fatale ?

Potrò mai redimermi dalla mia glacialità ?

Non provo ad amare, non ci riesco,

la mia esistenza rimarrà priva di affetti,

sono egocentrico, freddo come un pezzo di ghiaccio.

Oh ma, mi direte, che sono così divertente ! Così infantile !

Che parlo dell’ essere e del non essere come un fanciullo,

che adoro ridere e adoro scherzare,

che a tratti, nei salotti, mi trovate perfino simpatico !

La vita mi ha insegnato a fingere,

sono fuggito dal duro scontro con il mondo,

ho alzato una vile bandiera bianca e ho capito l’ essenza della socialità,

della modernità.

Maschere che mi circondano,

maschere che indosso,

maschere che mi avviluppano e mi parlano,

maschere che ridono alle mie spalle,

maschere che armano interi eserciti di pagliacci,

maschere che insegnano ad avere paura di se stessi,

maschere a destra, a sinistra

maschere dappertutto.

Bisogna scegliersele bene prima di vestirle,

bisogna essere frivoli e vanitosi,

bisogna essere tutti amici.

Alle donzelle faccio tanti complimenti da cavaliere,

mi piace offrire da bere agli amici,

mi piace consumare i pasti in compagnia.

Soltanto la luna mi conosce,

soltanto la notte ha intravisto quel mostro che mi porto dentro,

soltanto l’ oscurità mi appartiene.

Sono un demone infernale

che nessuno ha mai nemmeno supposto,

sono un demone figlio dell’ ombra

che adora nascondersi, scomparire,

ma che è ovunque in noi e fuori di noi.

Ancora un abbraccio, un solo segno di affetto,

e sarò più morto della mia cara mammina.

 

                                                                           Luigi Vittoria

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