philosophy

Immanuel Kant, “Critica del Giudizio” – Analitica del sublime

Introduzione al concetto di “sublime” in generale, in contrapposizione al concetto di bello e ai valori che aveva assunto nella tradizione antecedente a Kant

Anche nel caso del sublime si tratta di un giudizio riflettente, ovvero estetico, ovvero non conoscitivo ma in stretta connessione con la sensazione di un sentimento. Quando Kant parla di sublime, il testo di riferimento polemico è sicuramente l’ “Inchiesta sulle nostre idee di bello e di sublime”, scritto da Edmund Burke nel 1746, in linea di continuità con quella tradizione che si potrebbe definire empirista lockiana. Per il filosofo di Konigsberg non esiste un’ idea oggettiva di sublime, si tratta di qualcosa che non si può definire nè oggettivare, si tratta, ancora una volta, di un sentimento, in questo caso, come vedremo, del tutto particolare. Nelle speculazioni  settecentesche la parola “sublime” veniva utilizzata in quanto direttamente derivata dalla  tradizione retorica, in quanto affibiata ad uno stile oratorio la cui teorizzazione risale all’ antichità classica, precisamente a Pseudo Longino. Con essa si identificava uno stile alto, eloquente, pomposo, carico di fronzoli e sfaccettature e il cui compito è proprio quello di entusiasmare, eccitare, suscitare emozioni forti. Da Aristotele in poi, infatti, la retorica veniva considerata il modo per orientare, condurre, le emozioni verso un fine ben preciso, per dare una regola a quel groviglio delle passioni umane che, senza l’ indirizzo del retore, avrebbero finito per perdersi nel caos della loro irrazionalità. La parola sublime non nasce dunque in opposizione ai concetti di bello e di buono, ma essa va a tratteggiare le caratteristiche di una bellezza particolarmente ricca, barocca, fastosa e che, per sua natura, ha sempre un preciso carattere etico: quello di elevare l’ animo al di là dei suoi limiti costitutivi. Quello che riprende Kant dalla tradizione è esattamente questo concetto, ovvero quello secondo cui il bello sarebbe connesso alle idee di limite e di regola, mentre il sublime supera, va al di là sia del limite che della regola, e quindi non potrà avere nulla a che fare con l’ intelletto, il cui compito è proprio quello di delineare i limiti costitutivi della conoscenza umana, di individuare quell’ isola sicura al di qua della metafisica di cui il soggetto è in grado di dare scienza. Kant, in poche parole, assume la distinzione burkiana tra bello e sublime de-fisiologizzandola, al fine di renderla trascendentale. Se il Cicerone britannico individua questa differenza nel processo di formazione delle idee di bello e sublime in noi, egli crede anche che il sublime possa trovarsi nelle cose, dal momento che indubbiamente esiste nelle idee e nel linguaggio. L’ analitica kantiana sottolinea invece più volte come il sublime non è e non possa essere un oggetto, dal momento che si sta sempre parlando di un giudizio. Per Kant il bello, inscindibilmente legato alla rappresentazione della forma di alcunchè, è essenzialmente connesso all’ idea di limitazione: la forma determina infatti l’ oggetto delimitandolo, e questa limitazione è colta dall’ intervento dell’ intelletto. Al contrario, il sublime è legato alla rappresentazione dell’ illimitatezza, con ovvio riferimento dunque non all’ intelletto, ma alla ragione, facoltà che non interviene nel giudizio  di gusto in quanto facoltà del sovrasensibile, dell’ incondizionato. Quello che prima era un libero gioco tra le facoltà diviene, adesso, ben più complicato e finisce per produrre, non riuscendo le facoltà a raggiungere un armonico accordo, una chiara misura, non riuscendo ad auto-ricondursi sotto l’ egida di una regola formale, un sentimento misto di piacere e dispiacere. Il gioco si fa serio dal momento che entra in campo ciò che va al di là dei limiti dei nostri sensi: nel sublime non c’ è conoscenza, non c’ è contenuto, ma le mie facoltà non sono in grado di contenere la grandezza dello spettacolo che si svolge davanti ai miei occhi estasiati, e se pure non vi sia nulla di preciso e di comprensibile ad andare al di là del comprensibile il soggetto percepisce pur sempre questo stesso andare al di là. La metafisica kantiana si configura così non come costitutiva di un sistema (come la tradizionale metafisica cartesiana), non come fondamento della conoscenza umana, ma come naturale esigenza della filosofia. Già la “Critica della Ragion Pratica” aveva, a detta di Kant, un primato sulla “Critica della Ragion Pura” perchè portava a postulare come necessario qualcosa (l’ esistenza di Dio, la metafisica stessa) che la prima critica aveva di necessità scartato come inconoscibile, come superfluo per edificare una teoria della conoscenza e dei limiti umani, come un’ incomprensibile antinomia. Se, come si diceva, il giudizio relativo al sublime valuta la grandezza, il piacere che necessariamente ne scaturisce è : universalmente valido secondo la quantità, senza interesse secondo la qualità, soggettivamente finale secondo la relazione e necessario in questa finalità secondo la modalità. Il sublime genera dunque un ‘ emozione mista di piacere e dispiacere, in cui l’ animo si trova alternativamente attratto e respinto in virtù di un piacere negativo che suscita meraviglia e rispetto. Questo piacere, come già si accennava, non può nascere da un allegro gioco tra immaginazione e intelletto, ma scaturisce dalla serietà proto-religiosa, quasi mistica di venerazione e contemplazione, che asserve l’ immaginazione alla ragione per l’ ingenua inadeguatezza della prima ad esprimere le idee della seconda. L’ immaginazione ha smesso di giocare e divertirsi ma, con un atto di umiltà prosternante, si priva da sè della sua libertà per sottomettersi servilmente alla ragione la cui serietà, rivelando all’ uomo la sua insufficienza, gli prospetta la sua destinazione ultima e sovrasensibile. Il sublime si configura così come l’ attestazione di “una facoltà dell’ animo superiore ad ogni misura dei sensi” che si congiunge stretamente, a differenza dl bello, a discorsi di carattere etico e religioso.

Il sublime matematico

Il sublime matematico riguarda la valutazione estetica della grandezza. Esso si fonda sulla distinzione che Kant attua tra l’ essere grande, ovvero ciò che è assolutamente grande e che, per il suo essere al di là di ogni comparazione possibile, appartiene al mondo sovrasensibile, e l’ essere una grandezza, ovvero ciò che risulta grande per comparazione con qualcosa di più piccolo. Quest’ ultima connotazione della grandezza è suscettibile, come tutto ciò che cade sotto determinazione spaziali e temporali, di misurazioni oggettive; al contrario il giudizio su ciò che è assolutamente grande non può essere sottoposto ad alcun calcolo razionale nè ricondotto a unità di misura. Sulla base dell’ incontro-scontro tra immaginazione e ragione, la prima si caratterizza da una tensione che le è propria di proseguire all’ infinito nell’ apprensione di elementi sempre successivi, e già questa progressiva estensione genera piacere nell’ animo. La ragione invece è quella facoltà che avanza la pretesa alla totalità, all’ onnicomprensione razionale, alla sussunzione dell’ intero sotto un’ unica intuizione o idea, cosa di cui con sua immensa mortificazione l’ immaginazione è del tutto incapace. Sublime sarà pertanto la disposizione di quell’ animo che trova tutta la potenza dell’ immaginazione nella sua illimitatezza in tutto e per tutto inadeguata alla pretesa delle idee della ragione. Anche il sublime dunque, come si diceva, è posto in immediata relazione come un sentimento, che è però di natura diversa e più complessa rispetto a quello di piacere o dispiacere suscitato dal bello, ed è invece della medesima natura di quello prodotto dalle idee pratiche. Quest’ ultimo scaturisce dalla subordinazione volontaria e consapevole del libero arbitrio del soggetto a una legge, che è sempre legge della sua stessa ragione ed espressione della sua autonomia, della sua volontà, senza mediazione alcuna della sensibilità. Il rispetto (Achtung) risulta così il solo sentimento conoscibile interamente a priori, in base unicamente alle disposizione della legge morale che è in noi: esso non si rivolge direttamente a un oggetto, ma  fa confluire la sua attenzione e le sue energie in un principio tanto formale quanto universale. La peculiarità del rispetto, oltre alla sua             a-priorità, è legata anche alla duplice valenza, negativa da un lato e positiva dall’ altro, che connota questo sentimento particolare e devoto. Nel giudicare di un oggetto sublime, all’ animo giunge in primo luogo un piacere negativo, che nasce dalla percezione della separazione netta tra ciò che risulta passibile di misurazione obiettiva e ciò che è assolutamente altro dall’ esperienza sensibile. Da questa negatività scaturisce quella atterrita consapevolezza del soggetto della sua insufficienza e della sua limitatezza. D’ altro canto però, il sublime attesta anche, per il fatto di poterlo anche solamente pensare, una facoltà dell’ animo superiore ad ogni misura dei sensi, una facoltà ultrasensibile che eleva l’ uomo al di sopra del regno animale e lo rende padrone, lui solo, delle questioni ultime e supreme, di quella metafisica che era stata scartata dalla prima critica per via della sua indiscussa inconoscibilità e che adesso ritorna in quanto esigenza naturale dell’ uomo, di quell’ essere intermedio tra l’ onnipotenza di Dio e la mera istintualità delle bestie. Il romantico Goethe non esiterà ad affermare che, a dispetto delle prime due critiche di cui lui, personalmente, faticava a comprenderne il senso intrinseco, in queste pagine Kant afferma la sua autorità di grande pensatore, in queste pagine imprime una svolta radicale che faciliterà il folle balzo dalla fede nella ragione umana del secolo dei lumi all’ esaltazione individualistica del sentimento e dell’ irrazionalità delle passioni tipicamente ottocentesca. Tanto il sublime quanto il rispetto, infatti, affondano le loro radici in ciò che “innalza l’ uomo al di sopra di se stesso” e che “lo lega a un ordine di cose che solo l’ intelletto può pensare”. L’ immenso piacere positivo che scaturisce dall’ esperienza del sublime deriva proprio da questo, dall’ avvertire da parte del soggetto un valore che trascende qualsivoglia misura umana, ma che pur sempre egli non ha bisogno di cercare fuori di sè, perchè ne è egli stesso il portatore e il custode. Il rispetto per ciò che di sovrasensibile vi è in lui risveglia nell’ uomo una profonda stima che egli trasferisce in un oggetto sublime, il quale, per mezzo di questa particolare trasposizione, gli fa intuire la sua propria capacità di superare i limiti della sensibilità e del conoscibile. In sintesi, un unico sentimento consente dunque all’ uomo di valutarsi secondo una misura “che è insieme piccola e grande”, a seconda che egli si consideri come essere sensibile, assoggettato alle leggi della natura, oppure come essere intelligibile, sottoposto alla legge morale che la sua stessa ragione gli fornisce. Nel primo caso il rispetto per la legge si tradurrà in un’ immediata mortificazione del suo orgoglio e del suo arbitrio, nel secondo invece il rispetto della legge varrà come riconoscimento della libertà che costituisce la ragion d’ essere della legge stessa, una libertà che inabita nell’ uomo, il quale deve così onore e stima a quell’ homo noumenon che è in lui.

Il sublime dinamico

Nel secondo caso del sublime dinamico, ciò che è posto a tema è non più solo il sentimento di rispetto e stima, ma soprattutto il timore suscitato dalla natura, considerata dinamicamente sublime sotto l’ aspetto della sua potenza: l’ accento cadrà dunque non più sull’ assolutamente grande, ma sull’ inesprimibilmente potente. Kant considera ora un altro significato essenziale della parola Achtung, ovvero il corrispettivo tedesco del latino reverentia, che a sua volta traduce i termini greci aidos (= pudore, stima, timore reverenziale) ed eulabeia (= timore di Dio, di tutto ciò che va oltre il metron). Evidentemente, non ogni oggetto che spaventa dovrà essere giudicato sublime, perchè sublime è quell’ oggetto che giudichiamo temibile “pensando semplicemente il fatto che gli volessimo fare resistenza, e vedendo che allora qualsiasi resistenza sarebbe vana”. In natura giudichiamo dinamicamente sublimi tutti quegli aspetti che, nell’ evidenziare la nostra pochezza rispetto alla loro potenza irresistibile, elevano tuttavia il nostro animo “al di sopra della mediocrità ordinaria, e ci fanno scoprire in noi stessi una facoltà di resistere interamente diversa, la quale ci da il coraggio di misurarci con l’ apparente onnipotenza della natura”. Il sublime dinamico mette così a nudo la nostra effimera debolezza fisica nei confronti del creato e insieme la superiorità che noi, in quanto uomini, abbiamo su di essa, nella facoltà che abbiamo di giudicarci nella nostra destinazione ultima indipendente da essa.

 

    Luigi Vittoria

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...