literature/poetry

Digressione sugli effetti dell’amore

Nella mia breve ma intensa esperienza emotiva, ho intrapreso vie distorte e autodistruttive.
Il dolore lacerante ha delineato le forme, spigolose e taglienti, della mia anima.
Ho conosciuto vari tipi d’amore, inevitabilmente evoluti in confusione, rancore e odio.
L’amore di mia madre, protettivo e opprimente, ha scaturito in me la voglia di libertà, l’eliminazione di qualunque confine, fisico e astratto, e il rancore nei suoi confronti, per avermi insegnato il rimorso per ciò che va contro il giusto comune, che con la giustizia, se mai esista, non ha niente a che vedere.
Successivamente ho conosciuto l’amore non corrisposto. Qui l’impossibilità d’azione ha caratterizzato i miei giorni. Il sentimento per antonomasia ha provocato il logoramento del mio essere, impotente contro la volontà altrui, impotente contro la mia volontà.
Il dolore ha letteralmente divorato le sinapsi, e la coscienza per la prima volta si è trovata debole contro l’emozione, in grave ebollizione.
Sono morto spiritualmente.
La certezza del volere-potere cadde inerme, e mi trovai perso nel mare della mia interiorità, sballottato violentemente dalle onde della falsa sicurezza per le mie fragilità. Allora non mi rimase che urlare contro il mondo. La misoginia mi conquistò: meglio odiare, che essere rifiutati. Il tempo passò e la misoginia sparì con il rancore, avendo scoperto l’amore per la sincerità.
Con lei ogni filtro cosciente venne eliminato.
Mi innamorai del caos, della nudità, della crudeltà. Ma inevitabilmente si trasformò in odio per le mie ipocrisie, che si contrastavano con il giusto comune, insegnatomi dalla mia cara e stronza mammina.
Allora l’odio, imperterrito, travolse nuovamente il mio pensiero e, grazie a quella crudeltà che mi aveva insegnato, provocai in lei la prima lacrima gratuita, e ci presi gusto.
Iniziai ad essere crudele e cattivo con chiunque, per difendermi da quel dolore che, ancor prima, provocò un lascito indelebile.
Ma ben presto conobbi la solitudine, e mi ci innamorai. Io e me stesso eravamo complici, ciò che l’uno sapeva, l’altro lo accettava, e giustificava qualunque sua azione, anche la più ignobile. Creai una vera e propria macchina della perversione, con carburante infinito.
Nonostante ciò non ero ancora soddisfatto, poiché la mia affermazione aveva sovrastato il bisogno del contrasto.
Allora uscii di nuovo, in cerca di nemici, e ne trovai a bizzeffe! Soltanto che non ero allenato per quella giungla, essendo vissuto per tutta la vita in cattività, e mi trovai ben presto sconfitto e scappai di nuovo.
Fino a quando non conobbi il suo amore, che riusciva ad accettarmi con obiettività, soltanto che per l’affetto non c’era più posto in un’ anima ormai irrimediabilmente deviata dal dolore e dalla sua incomprensibilità.
E ora sono fermo, in balia dell’attesa dell’inesistente uccello Kagan.

Francesco Stufano

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