literature

La poesia di Vladimir Vladimirovic Majakovskij

Dopo la tragica morte del poeta, autoinflittasi nel 1930 con un colpo di fucile in pieno petto, Pasternak scrisse un epitaffio chiamato “la morte del poeta”, che con evidenza si ricollegava alla tradizione dell’ omonmima poesia composta da Lermontov, in occasione della morte anch’ essa violenta, in duello, di Aleksandr Sergeevic Puskin. La lirica si concludeva con i versi : “Il tuo sparo fu come un Etna / In un pianoro di uomini e donne codardi”. Tra il disappunto sdegnato dei compagni di penna della RAPP (associazione russa degli scrittori proletari), inclini ad evidenziare nella poetica di Majakovskij la sua totale e integerrima adesione agli ideali rivoluzionari, i suoi elementi di indiscussa adesione alle ideologie proletarie e partitiche, Pasternak sottolineò invece la natura contraddittoria e tragica del suo suicidio, riconoscendo nella sua opera un testamento spirituale con caratteri profetici. Di Majakovskij Pasternak scrisse anche nella parte sesta del Dottor Zivago, attraverso le parole di Jurij Zivago: “Majakovskij è come una continuazione di Dostoevskij, o meglio, è una lirica scritta da alcuni dei suoi personaggi giovani e inquieti, come ad esempio Raskol’ nikov. Che talento travolgente ! Come riesce a dire tutto, una volta per sempre, in modo implacabile e assolutamente coerente ! E, soprattutto, con che audacia e che slancio scaraventa le cose in faccia alla società e anche più lontano, nello spazio !”. Majakovski appare così come un Giano bifronte, da un lato orientato verso il domani e dall’ altro verso i giorni trascorsi, un poeta che guarda il futuro e lo predica pur restando, allo stesso tempo, fortemente radicato nella grande tradizione letteraria russa. Scrisse Maria Cvetaeva: “C’ è una formula per Pasternak e Majakovskij. E’ il doppio verso di Tjutcev: tutto è in me e io sono tutto. Tutto è in me: Pasternak. Io sono tutto: Majakovskij”. Majakovskij comprendeva con chiarezza l’ efficacia vitale tra biografia e poesia, egli stesso scrisse che persino il vestito del poeta, il modo in cui si alza il mattino dal letto e le parole che usa conversando con la moglie o in società, tutto deve essere dominato dalla sua produzione poetica. Come aveva notato Lev Trockij, Majakovskij è “majakomorfo”e popola di sè tutte le piazze, le vie e i campi della rivoluzione. Per Majakovskij la poesia è la dimensione totalizzante dell’ essere, del vissuto, o meglio, più che la poesia in sè l’ arte in generale. Egli infatti non ebbe una formazione prettamente umanistica, letteraria, dopo 11 mesi di prigione nella cella d’ isolamento del carcere di Bukurij, in cui era finito nel 1908 per avere aderito alla frazione bolscevica del circolo socialdemocratico, si dedicò alla pittura. Se si conosce la concezione sincretica, in parte ereditata da Wagner, del pensiero estetico di Majakovskij e, più in generale, delle avanguardie russe del tempo (Kandinskij ad esempio, o Stravinskij), questo dato non potrà certo stupire. Di lì a poco eglii partecipò ad alcune mostre, aprendosi i battenti per iniziare a frequentare l’ Istituto di pittura, dove conobbe David Burljuk: il futurismo russo sarebbe nato a seguito della simultana fuga dei due dall’ “intollerabile noia melodicizzata” di un concerto si Sergej Rachmaninov, teorizzato tra risa e bicchieri di vodka. Le prime poesie di Majakovskij apparvero insieme al manifesto cubofuturista manifesto cubofuturista Uno schiaffo al gusto corrente, stilato assieme a Burliuk e Chlebnikov. I tre partivano dall’ assunto che ogni forma di arte prima di loro fosse giunta a esaurimento, con genuino spirito nichilista essi negavano tutta la letteratura del passato e contemporanea Per loro era necessaria una rivoluzione della forma  e degli strumenti verbali e visivi dell’ espressione artistica che andassero di pari passo con la rivoluzione del popolo, con la svolta epocale che la modernità aveva impresso a un neonato mondo metropolitano, sostituendo i calesse con macchine sfreccianti per le vie di Pietroburgo illuminate artificialmente. Da qui la loro grande attenzione alla parola e agli aspetti formali della creazione, gli appelli a ritornare alle origini nazionali e arcaiche della letteratura, che corrispondeva al primitivismo della pittura coeva, di qui l’ interesse per il folklore popolare, per il paganesimo slavo, per l’ antiestetismo della letteratura di massa, che si affiancavano agli ora classici temi della modernità, delle macchine, dell’ urbanizzazione caratteristichi già del futurismo italiano. La differenza dal movimento di Marinetti e Boccioni consisteva nell’ accompagnare, all’ infuocata esaltazione del progresso, un’ inspiegata, irrazionale, inconscia angoscia nei confronti del dilagare del progresso stesso, una folle paura di spiccare il volo prima di prendere lo slancio. Come già si accennava, il tratto distintivo della nuova poetica cubofuturista era l’ accento calcato sulla natura sinestetica della nuova letteratura, orientata in primo luogo verso la pittura. Questo tratto si esplicava nella nuova cultura del libro coniata dai futuristi, che distribuivano pamphlet in cui era combinata la specifica resa grafica del testo poetico con un sistema di illustrazioni che non avevano carattere didascalico o di accompagnamento, bensì costituivano una parte integrante e irrinunciabile dei piani dell’ espressione e del contenuto testuale. Nelle poesie di esordio majakovskiane questo nuovo metodo artistico si manifesta in un approccio propriamente visivo, pittorico nei confronti della presentazione grafica del testo, unito alla sonorità verbale dell’ esecuzione, che quasi sembra essere destinata più alla declamazione teatrale che alla lettura personale. Iniziano così a delinearsi i primi caratteri della concezione poetica dell’ autore: intonazione declamatoria ed esortativa, slittamenti semantici, abbondanza di ellissi, di allitterazioni, di espressioni gergali con forte coloritura emotiva. Chiaramente, non poteva essere tutta farina del suo sacco: già Andrej Belyi aveva sperimentato il “verso strappato”. la tematica urbana era stata già praticata da Brjusov sulle orme della strada aperta da Verhaeren, le immagini a tinte forti derivavano dai poeti maledetti francesi e nella costruzione architettonica delle metafore sono evidenti le influenze della pittura cubista. Majakovskij si concentrò fin da subito sulla fattura della parola, sulla fattura del verso, rendendo difficile la sua poesia nei tratti fonici, iconici, con un atteggiamento verso il vocabolo, verso il suo aspetto esteriore e verso le suepotenzialità significanti intrinseche, simile al lavoro concreto, materiale, del pittore sulla tela, con i pennelli, il carboncino e le tinte. La poesia abbandonava le pose teurgiche e allusive del simbolismo e acquistava i tratti della faticosa costruzione manuale, artigianale. Nel suo tentativo di rifondazione e ricreazione della lingua, Majakovskij si mosse verso l’ allargamento del lessico e dei registri nel tentativo di aprire il linguaggio poetico alle possibilità della parlata della strada. Nell’ ambito di versi ancora in parte legati al metro sillabotonico e in toni e immagini a tratti riconducibili alla poesia di Blok e Belyj, d’ improvviso si assiste alla scomposizione della parola in analogia alla scomposizione della figura nello spazio del cubismo:

Stra-

da.

Visi

si hanno

i cani

degli anni

più niti-

di.

Attra-

verso

ferrigni cavalli

dalle finestre di case in fuga

saltarono giù i primi cubi.

L’ orientamento verso l’ immagine inattesa, in un tumulto di scorci vorticosi di ambientazione urbana, dalle insegne dei negozi (Burljuk ne aveva una collezione), alle auto sfreccianti, alle case in movimento e agli oggetti personificati è sintomo evidente non solo della già citata influenza della nuova pittura tesa ad offrire un’ immagine non statica, in movimento, ma anche del forte interesse per l’ arte nascente del cinema, cui poi Majakovskij negli anni successivi dedicherà molto del suo interesse. Nel maggio 1913, esce il ciclo Io!, costituito da quattro poesie: sul selciato, qualche parola su mia moglie, qualche parola su mia madre, qualche parola su me medesimo. Qui Majakovskij concretizza definitivamente il proprio eroe lirico : istrione, bellimbusto, teppista in chiave neoromantica, che oscilla tra violenta affermazione di sè e disperato bisogno di tenerezza. Le grida declamatorie del superuomo majakovskiano si diffondono tramite immagini ardite, talvolta disarmanti, non prive di toni iconoclastici e blasfemi. L’ anno 1913 si chiude con la tragedia Vladimir Majakovskij,che in origine avrebbe dovuto intitolarsi Sulla strada o La rivolta degli oggetti. Essa offre il quadro della rivolta dei miseri contro il mondo pingue e volgare dei borghesi, cui segue la ribellione delle cose inanimate. Si tratta di scene, situazioni, immagini che preannunciano il Majakovskij satirico dei successivi versi anti-bellici, che si concretizzano emblematicamente in un pathos civile e di rivolta da parte del poeta che riguarda anche e soprattutto la sfera religiosa, essendo tutto il testo pieno di riferimenti blasfemi e irriverenti nei confronti di Dio e del Cristo. Affascinato dal testo, Pasternak scrisse: “il titolo nascondeva la scoperta genialmente semplice che il poeta non è l’ autore, ma l’ oggetto della lirica, che in prima persona si rivolge al mondo”. Nella tragedia di Majakovskij le figure del coro sono aspetti dell’ eroe principale, o meglio, l’ eroe si frantuma, come in un gioco di specchi deformanti, in tutta una serie di sembianze mostruose, che esprimono le gradazioni del suo sconforto iperbolico (Ripellino, Majakovskij e il teatro russo d’ avanguardia). Nel settembre 1915 il poema La nuvola in calzoni fu pubblicato da Ospi Brik con forti interventi della censura. Con la forza verbale di un profeta veterotestamentario, dk Cristo, di Zarathustra, l’ eroe lirico del poema ora canta l’ irrisolto amore, ora si scaglia contro l’ arte borghese prendendo le sembianze del Cristo sul Golgota della polemica letteraria ed estetica, ora disperatamente si proclama l’ apostolo dei diseredati in un mondo in cui non è più facile vivere. Nella sua ascesa al cielo, con spirito dissacrante, in un intenso intreccio di toni e immagini irriverenti l’ eroe, teppista e martire, ora prometeico Titano, ora San Giovanni Battista, intriso di pietas e di amore carnale, con l’ euforia del costruttore dei destini dell’ umanità afferma tutta la sua certezza nel futuro Eden terrestre. Il poema, permeato da ogni parte di un erotismo cupo e visionario, fu subito associato alla poetica di Walt Whitman. I primi che udirono la versione non censurata ne notarono subito il tema anticristiano: Gorkij disse di non aver mai letto una simile conversazione con Dio, tranne che nel libro di Giobbe, e che il signore Iddio ne aveva prese un sacco e una sporta da Majakovskij.  Nell’ edizione integrale del 1918, Majakovskij aggiungerà una premessa: << considero La nuvola in calzoni (il primo titolo, “il tredicesimo apostolo”, fu cancellato dalla censura) il catechismo dell’ arte contemporanea. “Abbasso il vostro amore”, “abbasso la vostra arte”, “abbasso la vostra società”, “abbasso la vostra religione” sono le quattro urla delle quattro parti >> . Il mito della grandezza e della vitalità dell’ uomo, che affiora forse ancor più nel poema Uomo, si contrappone al mito cristiano di Gesù. La contrapposizione però, che si radica nella teologia antropocentrica di Maksim Gor’ kij, risulta per l’ uomo illusoria, l’ ideale dell’ uomo quale creatore e quale creatura del miracolo dell’ universo sembra ora cominciare a vacillare. Questo stesso uomo che pochi anni prima aveva fatto a cazzotti con la Trinità in persona, di lì a poco sarà infatti chiamato a confrontarsi con gli apocalittici cataclismi dell’ anno 1917 e della guerra civile. Majakovskij salutò con entusiasmo la rivoluzione del Febbraio, partecipando attivamente alla propaganda della nuova letteratura : “mangia ananassi e mastica fagiani,/ più non ti resta, borghese, un domani”, si dice che i marinai durante la presa del palazzo d’ Inverno cantassero questo distico.  Alla rivoluzione Majakovskij dedica le poesie-manifesto edite nella raccolta Per la voce, in cui compare un pathos militante e ormai del tutto politicizzato:

Basta vivere secondo le leggi

dateci da Adamo ed Eva,

sfiancheremo la rozza della storia,

a sinistra !

a sinistra !

a sinistra !

Persuaso che l’ arte debba esprimere e stimolare la costruzione organizzata della vita da parte delle masse, Majakovskij si orienta sempre più verso le forme monumentali, verso i grandi affreschi cosmici. Nel componimento teatrale Mistero-buffonata, nei poemi 150.000.000, Vladimir Il’ ic Lenin e  Bene!, in un quadro manicheo le masse popolari si sostituiscono a Dio nella lotta contro l’ entropia, in vista di una nuova edificazione razionale ed egualitaria dell’ universo. All’ eroe solitario e titanico, al dandy sprezzante, al clown deriso, al martire e all’ apostolo si sostituisce ora l’ eroe collettivo della rivoluzione universale, il vate delle masse, l’ artigiano capomastro delle future produzioni artistiche, il poeta oratore e arringatore delle piazze, l’ epico cantore della tradizione folklorica. Non a caso 150.000.000 fu pubblicato anonimo, come un grande monumento del patrimonio culturale del popolo, della tradizione, della nazione che il popolo stesso era chiamato a trasmettere e modificare di continuo, non a casa Majakovskij si impegna sempre di più nella produzione dell’ arte per le grandi masse, dalle locandine pubblicitarie al cinema. Insaziabile di successo, ossessionato dal bisogno di essere ricordato e di ottenere fama e gloria per la sua opera, Majakovskij inizia a sentire sempre più forte l’ esigenza di propagandare il proprio operato artistico anche all’ estero. Nel 1923 il poeta partì per Berlino dove frequentò i tanti artisti e scrittori russi che vivevano all’ estero per poi, grazie a Djagilev, ottenere il visto per recarsi a Parigi. Nella capitale francese Majakovskij conobbe Picasso, Braque, Lèger, incontrò Stravinskij e Cocteau, lesse i propri versi in pubblico, prese parte ai funerali di Marcel Proust. Fatto rientro a Mosca nel dicembre 1922, iniziò la stesura del suo capolavoro post-rivoluzionario, il poema Di questo, che doveva mostrare artisticamente l’ uomo nuovo, la sua morale, il suo amore, la sua vita quotidiana nella nuova realtà del socialismo. Alla vasta produzione di poesie d’ occasione e di odi celebrative nei confronti di Lenin e dell’ armata rossa si accompagna una serie di pamphlet in versi e caricature volta alla violenta derisione dei nemici del socialismo, tra le quali campeggia anche una feroce caratterizzazione di Benito Mussolini, con tanto di velenosa vignetta d’ un troglodita dispensatore di olio di ricino. Questo Majakovskij tribuno, agitatore e propagandista riscuoteva un successo indiscusso, mentre il Majakovskij dei poemi lirici, il sensibile, orgoglioso e tragico eroe della lotta contro l’ abitudine, la monotonia, la quotidianità, l’ arrivismo, il clientelismo burocratico, l’ ipocrisia era tenuto in disparte e anzi costituiva spesso l’ oggetto di velenosi attacchi da parte della critica, quando non della censura. Il 1925 è l’ anno del viaggio in America, a Parigi, di passaggio prima di imbarcarsi per il Messico, Majakovskij incontra Marinetti, che avrebbe cercato di convincerlo che per l’ Italia il fascismo era quello che per la Russia era il comunismo. La vista del nuovo continente con la sua vita tutta volta al progresso incontrastabile, alla velocità frenetica, allo slancio verso il cielo dei grattacieli, ebbero un grande impatto sull’ animo irrequieto del poeta. Il suicidio di Esenin, avvenuto il 28 dicembre 1925, quando Majakovskij era già tornato in Russia, colpì violentemente l’ autore: in A Sergej Esenin egli rispondeva ai versi che l’ amico aveva scritto con il proprio sangua un attimo prima di togliersi la vita, “in questa vita morire non è nuovo, ma vivere non è certo più nuovo”. Seguono tante difficoltà incontrate dal LEF, ormai al tramonto dell’ eroico periodo della libera iniziativa letteraria degli anni venti, come testimonia la crezione della Federazione delle associazioni degli scrittori sovietici. Di lì a poco ogni comunità letteraria sarà bandita, ogni espressione artistica contraria alle norme del realismo imposto dal Partito verrà messa al bando. Ciò nonostante,l’ estetica majakovskijana di questi anni aspira sempre più a identificarsi con l’ estetica della nuova era proletaria, acentuando il valore politico del far poesia (da qui la polemica con la bohème letteraria che Majakovskij riteneva colpevole della morte di Esenin), individuando nel poeta “la guida del popolo e nel contempo il servitore del popolo”, nell’ opera d’ arte “un’ arma della classe”, nel verso una pallottola, nella parola “il condottiero della forza umana”. Ad avere un effetto dirompente sullo svolgimento degli ultimi eventi della vita di Majakovskij fu l’ amore per Tatjana Jakovleva: la decisione di sposarla, la presunta impossibilità di raggiungerla a Parigi per la mancata concessione del visto, l’ improvviso matrimonio di lei con un nobile francese sono tendenzialmente indicati come i presunti moventi del suicidio del poeta. Proprio negli ultimi anni si nota nella sua opera una forte ripresa dei temi lirici ed intimi, nella cui prospettiva molto più esistenziale che declamatoria si collocano i versi dedicati a Tatjana Jakovleva, evidentemente legati ai temi dell’ Eugenij Onegin puskiniano. Il suo ultimo anno di vita si apre con il progetto di un grande poema sul piano quinquennale staliniano, di cui sarà scritta e pubblicata soltanto l’ introduzione con il titolo A piena voce, sorta di testamento in versi e allo stesso tempo atto di amore e fedeltà per la poesia come massima espressione creativa, libera dal marciume del conformismo e proiettata verso l’ utopica costruzione di una nuova società giusta di liberi ed uguali. Il rapporto di Majakovskij con i dettami ufficiali dell’ arte di Partito si faceva sempre più difficile: il poema di fatto costituiva infatti un atto di accusa contro la meschinità e incomprensione che la sua opera aveva incontrato nelle sue ultime manifestazioni e che tragicamente incontrerà in molti necrologi e commemorazioni ufficiose che seguirono la morte del poeta. Nelle dichiarazioni del poeta l’ ideale del suicidio si collegava organicamente al gusto per la sfida e per l’ azzardo che caratterizzava Majakovskij anche per il suo dostoevskiano amore per il gioco. Già prima della fatidica pallottola il poeta aveva provato il brivido della roulette russa. Il suicidio di Majakovskij aveva anche e soprattutto evidenti motivazioni estetiche, creative, filosofiche, fino a quel limite estremo della teomachia, della lotta con Dio del poeta e del suo eroe lirico, non è un caso che il 14 aprile 1930 cadesse nei giorni della Pasqua ortodossa, quasi che la morte dell’ uomo  segnasse la resurrezione del poeta e della sua parola. Sta di fatto che alle ore 10.15, dopo che l’ amante (un attrice di nome Veronika Polonskaja) aveva abbandonato l’ appartamento sul passaggio Lubjanskij, Majakovskij si uccise con un colpo di fucile. La lettera che il poeta indirizzava “a tutti” era datata 12 aprile:

A tutti. Se muoio non incolpate nessuno. E,per favore, niente pettegolezzi: il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno Governo, la mia famiglia è Lilja Brik, mia madre e le mie sorelle Veronika Vitol’ dnovna Polonskaja. Se agirai affinchè abbiano un’ esistenza decorosa ti sarò riconoscente. I versi qui iniziateli dateli ai Brik, loro sapranno che farne.

Come si dice,

l’ incidente è chiuso:

la barca dell’ amore

si è spezzata contro gli scogli banali della quotidianità.

La vita ed io siamo pari,

inutile elencare

offese,

dolori,

torti reciproci.

Voi che restate siate felici.

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