literature

Le memorie dal sottosuolo – Fedor M. Dostoevskij

Le memorie dal sottosuolo costituisce il punto di svolta essenziale di tutta l’ opera di Dostoevskij. Sulla sua evoluzione intellettuale aveva già giocato un peso schiacciante l’ esperienza dei lavori forzati in Siberia, scontati dal 1850 al 1854 nella colonia penale di Omsk, vivendo fianco a fianco con rappresentanti di un’ umanità che nessuno scrittore russo prima di lui aveva mai nemmeno intravisto. Per aver dato lettura e aver diffuso scritti di natura criminosa, in particolare la Lettera di Belinskij a Gogol, egli venne privato del grado di ufficiale, di ogni sostanza, dell’ appartenenza alla nobiltà e condannato a morte per fucilazione. La condanna venne poi commutata dapprima in otto anni di deportazione e, in seguito, per intercessione dello zar, in quattro anni di deportazione e successivo arruolamento nell’ esercito come soldato semplice, ma la commutazione della condanna  dovrà venire comunicata a tutti i condannati soltanto all’ ultimo istante prima della fucilazione, quando già si trovavano con gli occhi bendati e le spalle al muro, con l’ arma del boia puntata alla testa. In carcere, i condannati vengono regolarmente visitati dalle eroiche mogli dei decabristi che avevano voluto seguire i mariti in Siberia dopo il fallimento del colpo di stato del dicembre 1825: una di esse, la Fonvizina, regala a Dostoevskij una copia del Vangelo, unico libro che era concesso leggere in carcere, che egli terrà sempre con sè e che avrà ancora accanto sul letto di morte. Grazie ad esso, Dostoevskij maturerà la sua concezione del Cristo quale modello umano ineguagliabile, colui il cui messaggio di amore e di libertà è da sempre presente nel cuore degli uomini. Ma “amare gli uomini come se stessi, secondo il comandamento di Cristo, non è possibile. Sulla Terra la legge della personalità è d’ impaccio. L’ io è di ostacolo. Cristo soltanto poteva farlo, ma Cristo era l’ ideale eterno fin dalla notte dei tempi, quell’ ideale a cui l’ uomo tende, e deve tendere, per legge di natura”. Cristo è libertà, solo chi è libero può amare e solo l’ amore ci renderà liberi e responsabili: questa è la concezione di fondo che emerge dall “leggenda del Grande Inquisitore”, un brano incastonato all’ interno della monumentale struttura dei Fratelli Karamazov, che racconta di un fantastico ritorno di Gesù sulla Terra nella città di Siviglia, al tempo in cui in Spagna bruciavano i roghi della Santa Inquisizione. Cristo torna e viene subito riconosciuto dalla folla che lo circonda reverente e adorante, ma a un cenno del novantenne cardinale, capo del tribunale dell’ Inquisizione che proprio il giorno prima aveva bruciato più di cento eretici, egli viene prontamente arrestato e condotto in una segreta. Qui Gesù si troverà faccia a faccia con il cardinale stesso che l’ ha riconosciuto e che è venuto ad annunciargli che al mattino seguente sarà anch’ egli arso vivo come eretico: Gesù non risponde sillaba e il cardinale pronuncia davanti al suo muto ascoltatore un lungo monologo di accusa e al tempo stesso di autodifesa: “perchè sei tornato ? noi non abbiamo bisogno di te, noi (la Chiesa di Roma) abbiamo provveduto alla felicità degli uomini nel Tuo nome. Abbiamo ceduto alle tre tentazioni a cui ti ha sottoposto Satana nel deserto, quelle che invece tu hai rifiutato, abbiamo accettato i doni del Tentatore e grazie ad essi abbiamo ottenuto il potere sugli uomini che ci ubbidiscono ciecamente e che noi abbiamo reso felici privandoli della libertà della coscienza ed esentandoli così dal peso e dal tormento della responsabilità di scelta”. Le tre tentazioni di Satana sono: la capacità di provvedere ai bisogni materiali (trasforma queste pietre in pani), il miracolo (gettati dal più alto pinnacolo del tempio, gli angeli ti sorreggeranno) e il potere (adorami e ti farò signore di tutta la Terra). In nome di Cristo la Chiesa ha dunque tradito il suo messaggio, si è alleata al nemico e con il suo aiuto ha schiavizzato gli uomini riducendoli alla stregua di bambini irresponsabili. Ma, in compenso, sotto il suo dominio gli uomini sono felici di essere schiavi perchè esentati dal peso della libertà, della scelta, della responsabilità, mentre Cristo, al contrario, vorrebbe da loro il libero amore. Ora, chiaramente, all’ interno dell’ ideologia dostoevskijana la chiesa di Roma non è altro che l’ emblema di tutta l’ Europa, con il suo positivismo imperante e la sua rivoluzione tecnologica e industriale, con le sue rivolte socialiste e le sue idee libertarie, con il capitalismo che stava, a partire dalle riforme di Pietro il Grande, lentamente e progressivamente filtrando anche in Russia attraverso la corrente degli occidentalisti, attraverso i populisti e i socialisti, fino a sfociare nelle riforme del 1861 che porteranno all’ abolizione del servaggio, definitivo colpo letale per lo dvorjanstvo russo, ormai decaduto . Nello stesso anno Dostoevskij compie il suo primo viaggio in Occidente, e la vita sociale europea gli appare dominata dall’ individualismo, dallo sfruttamento e dalla lotta di classe. Egli ribadisce la propria fiducia, nella quale si manifestano le sue più radicali tendenze che lo hanno tanto avvicinato alla corrente degli  slavofili, nella capacità del popolo russo di scampare a tale amaro destino grazie a un istinto di fratellanza di origine quasi biologica. Tuttavia, l’ evoluzione di tendenze sempre più occidentalizzanti che caratterizzò il paese dopo l’ abolizione del servaggio, fu fonte per lo scrittore di delusioni sempre più aspre. Ad esse di sommino le tragedie personali: la rivista di cui Dostoevskij era redattore, “Vremja”, viene chiusa d’ autorità e la successiva rivista “Epoca” non riuscirà ad affermarsi. Nel 1864 muore la moglie e  l’ amato fratello Michail lasciando Dostoevskij carico di debiti da pagare, si aggrava l’ epilessia cronica che aveva contratto in Siberia. Le amare esperienze politiche e personali gli tolgono la fiducia nelle capacità dell’ uomo di conseguire la felicità con le sue sole forze, e lo scrittore trova appiglio nella religione: la piena empatia fra gli individui, l’ amare il prossimo come se stessi, non è possibile in una realtà che poggia su un piano storico governato dalle leggi dell’ individualismo. L’ antitesi salvifica di tali leggi è un irrazionale istinto simpatetico che insieme rigenera la sostanza psichica dei singoli e li lega a una comunità retta dal principio dell’ amore. L’ esistenza dell’ uomo moderno si svolge proprio sul filo della lotta tra l’ impulso all’ egoismo, di stampo occidentale e inconfutabile razionalmente, coi soli strumenti della logica, e un istinto alla solidarietà e all’ amore ispirato direttamente da Dio. I romanzi del Dostoevskij maturo, il cui lungo filone è inaugurato proprio dalle memorie dal sottosuolo, sono ideologici: i suoi personaggi tentano veramente di concretizzare una qualche idea fissa che è in realtà il riflesso del loro egoismo e della loro incapacità di amare. A partire dal primo dei tanti anti-eroi dostoevskijani, ovvero l’ uomo del sottosuolo, a venire rappresentato è proprio questo fenomeno psicologico: la fuga nel solipsismo nichilistico come compensazione all’ assenza di un sistema di relazioni sociali nel quale le azioni del singolo possano avere un senso, una durata e conseguenze razionalmente prevedibili. L’ andamento polifonico della narrazione serve esattamente a questo, a fungere da controaltare a una poetica monologica di derivazione razionalistico-occidentale: è convinzione essenziale del Dostoevskij maturo che l’ uomo è un essere libero, e che per libertà si deve intendere l’ impossibilità di racchiuderlo in qualsiasi schema o concezione razionale che determini l’ ambito di tutte le sue possibilità, delle sue qualità, dei suoi interessi, delle sue azioni e del suo destino. L’ uomo è un essere in continuo sviluppo ed evoluzione, e quindi è assurdo pretendere di comprenderne la natura in un’ unica definizione. Le memorie dal sottosuolo è diviso in due parti nettamente distinte: la prima, intitolata Il sottosuolo, alla quale si sarebbe ben adattato il primo titolo di Confessione concepito dall’ autore per il suo romanzo, è costituito esclusivamente dalle considerazioni del protagonista che parla in prima persona, mentre la seconda, intitolata A proposito della neve fradicia, mostra lo stesso protagonista in vari episodi della sua vita. Concentrandoci ora sulla prima parte, il sottosuolo è per Dostoevskij proprio quell’ insieme delle componenti umane non razionalizzabili, molti vi hanno visto in esso una precursione ante litteram  dell’ inconscio freudiano, o dello spirito dionisiaco di Nietzsche. E proprio all’ interno del sottosuolo dell’ anti-eroe si svolge la violenta polemica dostoevskijana contro la Ragione, contro il positivismo, considerati alla stregua di nuovi miti concepiti primordialmente dal pensiero illuminista che li aveva presentati come la Verità tout court , destinati a fare giustizia contro tutte le favole di cui le umane menti si erano nutrite prima che il pensiero, giunto alla sua piena maturità, non aveva attinto l’ unica e definitiva verità su se stesso e sul mondo. L’ eroe del sottosuolo dichiara di essere malato, pazzo, di essere un demone folle che ancora crede fermamente che la Ragione sia una fandonia assurda, perchè nel suo tentativo di concepire l’ uomo esclusivamente come essere razionale pretende di poterlo analizzare fino in fondo, senza residui, calcolarlo come una qualsiasi entità matematica, iscriverlo su di una tabella analoga a quella logaritmica, e quindi escludere ogni suo possibile sviluppo nuovo e imprevedibile e rinchiuderlo nei confini del noto, del dato, del finito, del morto, del due più due uguale quattro.  Si inizia così a delineare, una volta per tutte, uno schema narrativo in cui si inscriveranno gran parte delle avventure dei futuri protagonisti dostoevskijani, da Ivan Karamazov a Raskoln’ ikov, a cominciare però dall’ antieroe del sottosuolo: la crisi è il punto di partenza, l’ eroe si trova fin dall’ inizio in uno stato problematico dettato da una contraddizione irrazionale, non dialettizzabile, tra le pulsioni della soggettività e il complesso di fittizie relazioni sociali in cui questa è immersa. Il giudizio morale nasce sempre nei personaggi di Dostoevskij da un combattimento interiore, e l’ aspra lotta tra pulsioni opposte trasforma il cuore dell’ uomo in un autentico campo di battaglia. Già Turgenev aveva elaborato il tema della crisi spirituale del personaggio (si pensi alle pene d’ amore del nichilista Bazarov), ma egli costruiva apparentemente i suoi personaggi sul valore della misura ereditato dal beau monde aristocratico, sul modello di vita della serenità olimpica dei nobili di campagna: si tratta degli ultimi bagliori della società russa patriarcale, incarnata dal nobile che, ad esempio, compie una battuta di caccia comoda e priva di pericoli con servi buoni, leali e dignitosi, come nelle Memorie di un cacciatore. Turgenev è maestro nel disvelare, senza parlarne a fondo, attraverso una poetica dell’ accenno, come dietro la solare sicurezza di un Lavreckij, dietro la forza della nobiltà russa, si annidi un mistero tenebroso, inconscio, non indagabile che mina la solarità di quella stessa sicurezza iniziale. Attraverso la crisi i personaggi turgeneviani evolvono, cambiano, si perfezionano passando attraverso la sofferenza e lo sconforto dei dilemmi valoriali, dei dubbi riguardanti il senso della loro condotta e di tutta la loro esistenza. Ma i personaggi dostoevskijani non hanno a che fare con società ancien règime, i suoi personaggi nascono da quella crisi, non vi approdano, essi sono quasi tutti cittadini e nascono già dalle prime pagine come dialettici, divisi tra l’ ideale di Sodoma e quello della Madonna, sono polarizzati, polifonici, i due ideali convivono a fatica dentro di loro e si combattono. Questo combattimento della vita dilania la coscienza, la scompone, la frattura, la divide in più strati. Ora, l’ eroe dostoevskijano tenta in ogni modo di uscire dalla crisi, ma in inizialmente segue una via sbagliata: egli semplifica questo dissidio nella forma di un dilemma tra due (in realtà illusorie) opzioni antitetiche ed elabora un assunto problematico dalla cui verifica si aspetta la ricomposizione del dissidio. A questo punto giunge la fatidica autoimposizione della prova, volta a sperimentare concretamente l’ assunto problematico, volta a verificare in un caso particolare la massima di una norma universale. Ma è proprio qui l’ errore: la frattura iniziale sarebbe potuta essere sanata soltanto aderendo a un punto unificante che trascende la dimensione dell’ uomo, il personaggio di Dostoevskij potrà trovare la pace solamente attraverso un ulteriore combattimento che lo porti a trascendere se stesso, a distruggere il proprio io, e non attraverso una prova emblematica. Essa infatti non ricompone il dissidio, ma al contrario lo approfondisce, aggravando il processo di alienazione e infine di autodistruzione del soggetto. E’ ora la volta della comparsa, dell’ epifania, di un personaggio carismatico, tendenzialmente femminile, dotato di un’ istintiva empatia che spinge l’ eroe alla rigenerazione spirituale: Dostoevskij intende mostrare l’ analogia tra la morte e resurrezione di Cristo e la morte e rinascita del suo personaggio. Da un lato il pentimento rigenera e salva il personaggio, dal momento che l’ uomo dostoevskijano è a tal punto libero da non disporre a suo piacimento soltanto delle due dimensioni di presente e futuro, ma egli possiede e manipola anche il suo passato, non certo nel senso di poter modificare i fatti avvenuti, ma, grazie al pentimento, anche l’ atto dell’  omicidio di un’ usuraia può ricevere un senso nuovo. Il pentimento non è un’ illusione, non è qualcosa di posticcio, ma è un senso e un valore nuovo che le azioni compiute possono assumere, stravolgendosi, ma, d’ altro canto, esso non può provenire dal proprio Io, dal basso, dalla sensualità, non viene neanche da quell’ inconscio scoperto da Dostoevskij quale serbatoio di impulsività repressa, il comando proviene dall’ esterno, dall’ altro o dall’ alto, la fonte del comando morale è misteriosa perchè supera l’ intelligenza umana, non già perchè sia confusa. Lo scrittore ha dimostrato di conoscere bene le motivazioni coscienti e quelle proprie dell’ inconscio impulsivo, le motivazioni cioè che scaturiscono dalla sfera fisiologica e psicologica dell’ uomo: i suoi personaggi, però, compiono anche azioni che sorgono inaspettatamente, senza motivo alcuno, direttamente dalla loro anima, dalla loro spiritualità, spinte da qualcosa di esterno e di superiore che, pur trascendendoli, li obbliga ad ubbidire. Le memorie dal sottosuolo, punto di partenza e di chiusura di questo articolo, come si accennava sono appunto il prototipo in cui per la prima volta si delinea questo schema narrativo, fatta eccezione delle digressioni sul pentimento, di cui l’ antieroe ancora non è capace, condannandosi alla disfatta totale. Affiora in questo testo il concetto di romanzo-tragedia: l’ evoluzione dell’ eroe non avviene gradualmente, bensì si manifesta in modo improvviso e definitivo. Come su un tavolo da biliardo, egli rotola spinto dalla propria idea fissa verso l’ autoimposizione della prova, un avvenimento catastrofico in cui l’ individuo o si rinnova o perisce. La realtà, secondo l’ esempio gogoliano, si frantuma in sfere autonome, non comunicanti tra loro, non più organizzate da schemi e dettami logici. Ognuna di tali sfere è presieduta da un atto o da un oggetto che ne rappresenta l’ emblema, sovra determinato e simbolico, in genere caricato di valenze erotiche sublimate che preannunciano la scena culmine dell’ intero testo, ovvero la consumazione del rapporto amoroso con la prostituta Liza. Si pensi alla spada dell’ ufficiale, al bavero del cappotto, allo schiaffo, alla macchia sui pantaloni, al battere dell’ orologio, alla giallastra e malsana neve fradicia, al coito e al denaro. Il narcisismo dell’ antieroe del sottosuolo riduce i rapporti interpersonali a mera volontà di autoaffermazione: di qui la coazione a ripetere la prova emblematica, i grotteschi preparativi (durati anni!) per incontrare in strada l’ ufficiale senza cedergli il passo, l’ intera vicenda dell’ Hotel de Paris, il proposito di schiaffeggiare pubblicamente il presunto antagonista Svekrov. Provocazione sadomasochista e punto di deflagrazione tra narcisismo ed entropia, lo schiaffo è il primo degli atti catastrofici che si dipaneranno per la successiva produzione dostoevskijana: dall’ ascia di Raskol’ nikov al pestello di Dmitrij Karamazov. Ma ecco il punto culmine, la possibile e misconosciuta salvezza dell’ eroe: a distoglierlo momentaneamente dalla dinamica autodistruttiva che lo stava consumando giunge un brusco scarto, paragonato dall’ autore stesso al passaggio in musica, si tratta del sesso tra lui, ubriaco, e la prostituta Liza. A questo seguirà un ulteriore gioco di sopraffazione narcisistica, per colpa del quale l’ antieroe non riuscirà a redimersi, non riuscirà ad accogliere la simpatia di Liza che si dichiara pronto ad accoglierlo. Prototipo di tutta una serie di successive “bambine offese”, Liza è caratterizzata fin dall’ inizio dal tema dello sguardo, quel dolce sguardo cui si uniscono tratti fisiognomici inerenti alla sfera dell’ infanzia e a quella della sofferenza. L’ intero rapporto è giocato sul contrasto fra l’ inarrestabile volontà di dominio dell’ antieroe, creatura senza volto e senza nome dedita all’ altrui assoggettamento attraverso l’ uso della parola, della retorica, e la muta e penetrante espressività del dolce sguardo della giovane puttana, indice di un’ istintiva, illimitata capacità di amore e di empatia. Il nodo di pulsioni ambivalenti incalza e preme per un atto risolutivo che sciolga le contraddizioni, ma l’ uomo del sottosuolo opta per la scelta distruttiva, umilia Liza ancora una volta attraverso il connubio sesso-denaro e condanna se stesso al degrado perpetuo.

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