literature

Padri e figli – Turgenev

Lo sfondo iniziale di Padri e figli è quello di una decadenza apparentemente irreversibile delle tenute agrarie nobiliari. Già nel Ruslan Turgenev, oltre all’ elemento popolare, aveva approfondito un tema che, in verità, era sorto con l’ ancor precedente Diario di un uomo inutile, ovvero il vicolo ceco esistenziale cui le particolari condizioni della vita russa condannano gli esseri rappresentanti del ceto colto, e le deformazioni psichiche e caratteriali da esso prodotte. Sarà proprio la figura dell’ uomo inutile a coagulare gli ingredienti miscelati nel primo romanzo turgeneviano, Rudin: qui troviamo lo sfondo della tenuta patriarcale e di una tipica cittadina gogoliana, con la sua alienazione e la sua arretratezza, troviamo il tradizionale intrigo amoroso che Puskin aveva stigmatizzato nell ‘ Eugenij Onegin . Tuttavia Rudin, a differenza del suo illustre predecessore (Onegin), è capace di riscattare se stesso dal fallimento amoroso andando a morire sulle barricate della Parigi rivoluzionaria del 1848: lo dvorjanin, incapace di ricreare a casa sua l’ armonia patriarcale tramite l’ unione con una donna che, sull’ impronta della Tatjana puskiniana, rappresenta l’ autentico spirito popolare della terra russa, offre se stesso in olocausto per il progresso altrui. Il messaggio della gran parte dei romanzi turgeneviani è chiaro: urge, al più presto, la restaurazione di quell’ ideale nobiliar-patriarcale ormai perduto sotto i duri colpi di un falso e illusorio progresso, a partire da Un nido di nobili è chiaro che, se l’ eroe dvorjanin sarà capace di rinnovarsi, di stare al passo con i tempi trasferendo i valori nobiliari che porta nel sangue su un piano universalmente etico ed esistenziale, egli sarà in grado di ricostruire la cellula patriarcale, di instaurare un genuino rapporto con i contadini, di ricomporre quell’ armonia che ormai era in via di dissoluzione. Torniamo dunque a Padri e figli. Nel contesto di degrado economico strutturale cui sopra si accennava, matura il confronto dialettico tra due rappresentanti esemplari della generazione dei “padri”, liberali, moderati e idealisti, e due rappresentanti dei “figli”, democratici, radicali e aggressivamente positivisti. Fin da subito è chiaro come il romanzo sia incentrato sulla figura di Bazarov, il nichilista (da nihil, nulla), colui che non accettava nulla dei valori prestabiliti. Egli, così come il suo discepolo Arkadij, non rifiuta solamente l’ ideologia politica e sociale della generazione precedente, ma anche ogni tipo di valore non quantificabile nei termini delle scienze naturali: la religione, l’ amore, l’ arte, il senso del bello, i vincoli familiari, la morale. A detta dei figli, la vita si riduce a una lotta semibiologica tra opposti egoismi, dove il debole soccombe senza alcun tipo di mediazione: in questo modo, secondo quanto emergerà dalle pagine di Turgenev, il nichilismo si riduce, da stimolo al pensiero libero, da forte arma contro il male dei pre-giudizi, da incentivo al progresso e all’ uguaglianza, in ideologia brutale, ingenuamente totalitaria. C’ è da dire che l’ assunzione dell’ intero pensiero occidentale da parte dei Russi lungo tutto il XIX secolo ebbe spesso carattere massimalista e radicale, la generazione dei Bazarov era sì costituita da caratteri finalmente indipendenti, emancipati, dediti alla diffusione delle conoscenze tecniche e scientifiche, ma anche teorizzanti dell’ egoismo, del calcolo economico e della freddezza utilitaristica. Questo loro realismo, che nell’ ambito della cultura occidentale si potrebbe ricondurre a Tucidide, Machiavelli ed Hobbes, li portò talvolta ad accettare con entusiasmo le conseguenze estreme della lotta per la sopravvivenza di origine darwiniana, sfociando spesso in pericolose teorie sulla superiorità di alcune razze su altre, o di alcuni individui su altri, quali “i forti e i capaci”. Da perfetto occidentalista (Turgenev viaggiò molto in Europa e fu il primo scrittore russo a godere di fama internazionale) l’ autore dichiarò spesso di sentire Bazarov realmente vicino: “probabilmente, molti dei miei lettori si meraviglieranno se dirò loro che, con la sola esclusione delle concezioni sull’ arte, io condivido praticamente tutte le opinioni di Bazarov” (A proposito di Padri e figli). Ma, se era vicino al suo personaggio, di certo non lo era a motivo della sua ideologia nichilista, si trattava di un’ affinità umana, del personaggio-persona Bazarov con l’ autore-uomo Turgenev. Egli, fin dal primo incontro, ci viene presentato come un verosimile rappresentante dell’ intelligencija radicale russa del 1860, della figura del contestatore, Bazarov aveva anche i caratteri fisiognomici, oltre che comportamentali: capelluto, incurante della persona e dell’ aspetto, dalle mani rosse per il gelo, quindi ostile all’ usanza tipicamente nobiliare di utilizzare i guanti, oltranzisticamente maleducato e scortese. La trappola esistenziale accuratamente preparata da Turgenev vuole obbligare il suo personaggio a mettere in pratica i suoi ideali sovversivi, a confrontare la sua teoria con la complessità del mondo reale, della vita reale. Bazarov è un demone lermontoviano spogliato del pathos romantico, ma investito del positivismo tipico della cultura di metà ottocento, è il rappresentante del nichilismo, del monismo materialistico, egli passa il tempo a sezionare le rane affermando che tanto “io e te siamo uguali alle rane, solo che camminiamo in piedi”, egli afferma con convinzione di non credere in nulla, irride l’ istituto del matrimonio, disprezza l’ amore come stupida frivolezza romantica… ma tuttavia la sua carica eversiva risulta soltanto apparente: Bazarov, semplicemente, si innamora, finisce nell’ enesima situazione alla Onegin, viene respinto, perde ik proprio equilibrio psicologico e ideale e si lascia morire nella casa paterna. Un po’ come accadde a Comte, che si innamorò di Clotilde de Vaux e si vide costretto a rivalutare nel suo sistema filosofico tipicamente positivista la sfera dei sentimenti, anche Bazarov, dopo il riconoscimento del prorpio amore, è costretto ad aprirsi involontariamente a un mondo totalmente sconosciuto, al punto che egli confessa all’ amico Arkadij di essersi reso conto di voler bene ai propri genitori, superando così il sentimento di assoluta indipendenza ed emancipazione che lo aveva animato fino ad allora. Prima dell’ incontro con Anna Sergeevna la sua concezione dei rapporti tra uomo e donna riflette uno scientismo finanche ingenuo, nonchè un maschilismo misogino e cinico, alla fine del romanzo, invece, sarà lui stesso a consigliare all’ amico Arkadij di sposarsi. Il romanticismo è l’ elemento costituente della tipica crisi del personaggio nello stile turgeneviano, secondo cui l’ eroe parte, nelle prime pagine, da una situazione di placida calma apparente, di felicità, sotto cui si nasconde però il germe della disperazione. La crisi conduce Bazarov, nonostante le angosce e i tormenti della crisi stessa, al riconoscimento della sua relazione filiale e dell’ importanza della relazione matrimoniale, ad una considerazione esistenziale-creaturale di stampo pascaliano, all’ abbandono della sterile malinconia e della vuota rivolta dell’ intelligencija verso una concreta attività di medico, dunque di rilievo sociale, verso un tanto utile quanto sacrificato impegno nei confronti dei diseredati. La crisi amorosa di Bazarov nasce proprio in riferimento a una figura, almeno in apparenza, perfettamente uguale a lui, della quale emergono nitidi i caratteri più meschini. Anna Sergeevna interpreta con successo la parte della civetta che fa innamorare Bazarov solamente per sfuggire alla noia: segnale stupefacente e agghiacciante di questa sua natura è il suo essere pronta, senza troppi rimorsi, a sostituire Bazarov con Arkadij. Niente la oppone di più alla giovane sorella Katja, rappresentata nell’ atto di rifugiarsi nella propria interiorità dove l’ unicità del suo innamorato viene coltivata fino a giungere a maturazione. E niente la oppone di più al futuro fidanzato della sorella, Arkadij, che abbandonando l’ infatuazione esteriore per Anna scopre l’ unicità, la non sostituibilità di Katja. Anna Sergeevna no, ciò che maggiormente caratterizza questo personaggio è l’ incapacità di portare fino in fondo la sua responsabilità umana, di assumersi il rischio della relazione. Questo è vero con gli uomini, ma anche con i valori. Turgenev non manca di sottolineare come la sua grande capacità dialettica nasconda in realtà una passione per la discussione fine a se stessa, priva di ideologia, pura retorica: ogni argomento vale l’ altro, va bene parlare di qualsiasi cosa purchè si passi il tempo e non ci si annoi. Turgenev contrappone qui con evidenza due prospettive possibili: da un lato, quella dell’ orgogliosa Anna Sergeevna, che non intende dipendere da nessuno, non vuole rinunciare alle comodità della sua agiata vita campagnola e che pertanto non conduce fino a compimento la relazione intrapresa con Bazarov; dall’ altra parte vi è la prospettiva dei due freschi innamorati, Katja e Arkadij, che riconoscono con umiltà la loro reciproca dipendenza per il conseguimento della felicità, riconoscono come la loro stessa vita consista proprio in quel legame amoroso che li lega l’ uno all’ altra. Quello che filosofi e psicologi tedeschi del ‘900 hanno definito Mit-sein (essere-con) non è una scelta che il personaggio turgeneviano può indifferentemente abbracciare o rifiutare. Il rifiuto comporta infatti delle conseguenze di tipo psicologico: per Bazarov sarà la crisi, per Anna Sergeevna un semplice senso di colpa. Tecnica stilistica strettamente turgeneviana è la poetica dell’ accenno, per cui, a differenza di quanto avviene nei romanzi di Dostoevskij o Tolstoj, tutte queste crisi, questi stravolgimenti che sconvolgono le coscienze dei personaggi, non vengono quasi minimamente descritti, sondati, l’ Io dell’ uomo rimane, per Turgenev, qualcosa di affascinante, vero protagonista dei suoi romanzi, ma al tempo stesso incomunicabile, inesprimibile, e dunque egli non può far altro che accennarvi. Infatti, se è pur vero che Anna Sergeevna intuisce l’ orrido vuoto della sua vita, d’ altro canto ella non risulta in grado di legare questa sua scoperta ad un ordine assiologico, e dunque non si rigenera, rimane tale e quale, immobile e infelice, non si apre a nessun nuovo senso e a nessun nuovo valore. Arkadij Nikolaevic Kirsanov è il protagonista invisibile della vicenda, di lui non sappiamo nulla riguardo all’ aspetto esteriore. Inizialmente ci viene presentato anch’ egli come nichilista, in quanto allievo di Bazarov, come distruttore dello statu quo, ma dopo la necessaria crisi lo troviamo che ha invece preso le redini della sua fattoria che ora organizza sullo stampo della farm occidentale, con effettivo aumento dei profitti e delle misere condizioni di vita dei contadini. Mentre il padre, Nikolaj Petrovic, si è dedicato con zelo durante tutto l’ arco della sua vita all’ amministrazione della giustizia, girando per tutto il distretto a pronunciare lunghi discorsi moralisti, come ci viene descritto non senza ironia dall’ autore, Arkadij è colui che sta realizzando un miglioramento effettivo della realtà. In Arkadij Turgenev mostra come la ricerca di compattezza e di significato vada di pari passo con la scoperta dell’ amore, che lo apre a una coscienza diversa di se stesso, del proprio futuro, dei propri scopi, grazie ad esso il suo cuore ha superato le secche aride del razionalismo e dell’ utilitarismo. Da queste pagine emerge un definitivo superamento della concezione romantica dell’ amore: non c’ è nulla, in Turgenev, di quell’ amore che Denis de Rougemont ha dimostrato essere morbosamente legato alla morte, inesorabilmente adulterino e antimatrimoniale, di cui Bazarov e Anna Sergeevna sono gli ennesimi, sconfitti, testimoni. Bazarov e Anna sembravano infatti concordare una spiegazione sull’ insuccesso della loro relazione e questa spiegazione era proprio che l’ amore è un sentimento falso, affettato. Ma con la figura di Arkadij emerge l’ antitetica visione turgeneviana: grazie all’ amore, non alla razionalità, noi collochiamo noi stessi nel cosmo, è all’ amore che dobbiamo la formazione del nostro ordine assiologico e della nostra scala valoriale. L’ amare precede dunque e fonda il volere e il conoscere. Nel corso di un’ appassionata discussione con Bazarov, cioè durante il processo di allontanamento dall’ ideologia positivista e di rivalutazione del faticoso impegno quotidiano nell’ azienda familiare, Arkadij afferma pensoso: “Bisognerebbe costruire la propria vita in modo che ogni suo momento fosse importante”. Ecco il legame tra amore e destino, tra amore e bisogno di significato, volontà di senso che riguarda ogni momento della vita: esattamente l’ opposto dell’ esaltazione romantica dei singoli atti eroici (Lermontov). Il personaggio non è più animato da un puro slancio ideale, i suoi obiettivi non consistono più soltanto in un gesto memorabile, in una morte indimenticabile su una barricata, ma chiunque dovrà identificarsi in Arkadij che, in quanto privo di volto, in quanto privo di descrizioni fisiche, permette a chiunque l’ impersonificazione.

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