literature/philosophy

Lev Tolstoj, tra filosofia della storia e populismo

Il populismo di Lev Nikolaevic Tolstoj

Lev Nikolaevic Tolstoj è un arcaista militante che alla metà del XIX difende principi e tradizioni della cultura di 100 anni prima, ormai in via di esaurimento e in parte già esaurita. Subito dopo il matrimonio, egli preferì la fuga dai salotti letterari di Mosca e Pietroburgo, dove pure si era riuscito a inserire, pur non sentendosi mai troppo a suo agio. Preferì dimenticare il passato libero ed eroico del Caucaso e del quarto battaglione durante l’ assedio di Sebastopoli, da poco tornato da lunghi viaggi in Occidente, decise di trasferirsi nella sua antica tenuta a Jasnaja Poljana, sebbene non nella vecchia casa padronale che, già da tempo, se l’ erano portata via i debiti di gioco. In condizioni di sempre maggiore isolamento, Tolstoj decise di abbandonare la letteratura per dedicarsi all’ istruzione popolare, ossi di tentare con tutte le sue forze di ricreare, attraverso l’ attività didattica, quell’ ormai perduto tessuto connettivo patriarcale tra nobili e servi, tra padroni e contadini. Un tentativo tanto vano quanto eroico di salvare le campagne che, a suo avviso, erano minacciate dal progresso. Nel 1860 fonda a Jasnaja Poljana una scuola per i figli dei contadini in cui elabora un originale sistema pedagogico: ispirato al libertarismo di Roussea, all’ assunto dell’ infanzia come prototipo dell’ armonia e della spontaneità immediata, della fantasia, questo vuole un bambino-allievo assolutamente libero dalla disciplina esteriore così come da ogni violenza nozionistica. L’ educatore non dovrà fare altro che aiutarlo a sviluppare spontaneamente e in armonia tutta la sua potenzialità creativa . Tale sistema troverà forse, in un certo senso, vasta applicazione anche nella poetica futura del Tolstoj-scrittore, dove del personaggio sarà sottolineato anche un solo dettaglio fisiognomico affinchè il lettore lo colleghi, induttivamente, ai tratti caratteriali e personali, così come nell’ alunno risultava fondamentale innescare correttamente un’ autonoma intuizione dei principi generali a partire da dati empirici. Dopo l’ abolizione del servaggio, nel 1861, egli fonda una rivista pedagogica dallo stesso nome della sua cara tenuta padronale, “Jasnaja Poljana”, dove, oltre alle sue teorie educative spontaneiste, Tolstoj propaganda un’ assai paradossale filosofia della società e della cultura: dato che la massa popolare vive una vita più autentica ed integra e piene dell’ èlite colta, allora anche le sue forme d’ arte risulteranno superiori. I capolavori lirici di Puskin e l’ ultima sinfonia di Beethoven risulteranno dunque inferiori ai canti popolari, ma a noi piacciono di più perchè noi siamo tanto corrotti quanto Puskin e Beethoven. In una pagina del suo diario scrive una pagina che intitola “Confessione“, dove con una serie di drammatiche autoaccuse Tolstoj prende definitivamente congedo da se stesso, si condanna moralmente assieme a tutti gli uomini che appartengono alla sua stessa classe. Rinnega la sua religione, rinnega il suo ceto con tutti i suoi ideali: stabilito che la vita degli appartenenti all’ èlite colta “non è vita, è simulacro della vita”, stabilito che i rappresentanti del suo ceto sono “le eccezioni, i parassiti della vita”, rinnega tutto quanto aveva compiuto, pensato e sritto fino ad allora, rinnega Guerra e Pace. D’ ora in poi, anche il suo talento di scrittore dovrà essere al servizio di quel “popolo semplice e lavoratore” che fa, crea, è esso stesso la vita. Per Tolstoj non esiste nessuna dinamica di progresso storico, dato che la maggior parte dell’ umanità rimane in uno stato di quiete, nella bolla di vetro dei campi e dell’ esistenza contadina dettata dal sorgere del sole e dall’ alternarsi delle stagioni. Nella stessa Europa il tanto esaltato progresso non è altro che lo spostamento di ricchezze dalla classe popolare a un gruppo sempre più stretto e più vizioso, corrotto. L’ èlite è progressista, l’ intelligencija è a favore dello sviluppo tecnologico perchè è ai suoi bisogni che esso è funzionale, la massa popolare è invece conservatrice poichè ogni innovazione tecnologica, ogni breccia nel sistema chiuso dell’ agricoltura di autoconsumo toglie loro il lavoro, la paga: l’ idea di progresso storico è un mero fantasma ideologico che maschera reali rapporti di sfruttamento. Dal 1881 la famglia Tolstoj passa gli inverni a Mosca, dove lo scrittore partecipa, con altri volontari, al censimento della popolazione. Egli ha modo così di conoscere da vicino la dostoevskijana realtà dell’ inferno cittadino, protocapitalistico: effetto diretto della riforma del 1861 era stata l’ accelerata depauperizzazione dei contadini “liberati” a vantaggio degli industriali, e il loro inurbamento coatto a favore delle fabbriche. La scoperta di una nuova faccia dell’ abbruttimento urbano conferma drammaticamente a Tolstoj l’ urgenza di un immediato ritorno a un modello di vita cristiano-patriarcale. Da qui sorgono i sentiti appelli a una profonda rivoluzione interiore dell’ uomo: non è più tempo, semplicemente, di fare il bene, della pietosa beneficenza, le condizioni sono tragiche a tal punto che adesso urge innanzitutto smettere di fare il male, rinunciarvi, ovvero rinunciare al lusso, alle ricchezze, rinunciare perfino all’ arte, alla scienza e al progresso, sottrarsi all’ influsso devastatore delle città per vivere con e come il popolo, ognuno assumendosi la parte necessaria di lavoro  atta al soddisfacimento dei propri bisogni. Tolstoj, concretamente, appende al chiodo gli abiti da antico signore, rinuncia al fumo, all’ alchool, segue una dieta strettamente vegetariana, apprende lavori manuali, falcia il fieno assieme ai suoi contadini. L’ esempio del monaco-Tolstoj si erse, assieme a numerosi scritti di carattere filosofico, a fondamento del “tolstojsmo”, che assunse ben presto i caratteri di un piccolo movimento sociale. Già nella seconda metà degli anni ’80 del XIX secolo, Jasnaja Poljana era meta di pellegrinaggi. In quegli anni, scrive sul suo diari, Tolstoj era tormentato da un’ idea, ovvero quella della “fondazione di una nuova religione che corrisponda all’ evoluzione dell’ umanità : la religione di Cristo, ma purificata della mistica e del mistero, una religione pratica che non prometta la futura beatitudine, ma la dia qui sulla Terra”. Tolstoj nega che “il miglior modo di passare questa vita consista nel disprezzo di essa e nel vivere della fede in una vita futura, beata, eterna”, quella vita futura a cui, nella sua concezione, anche il “progresso” e l’ utopia politica rimandano di continuo la felicità degli uomini.Solo l’ individuo può progredire, ossia autoperfezionarsi, non la storia, ed egli potrà farlo unicamente trascorrendo beatamente l’ esistenza nella cerchia ristretta delle sue relazioni e delle sue necessità immediate, scandite dal ritmo del lavoro, della natura e della vita biologica. Si sviluppa così un’ antitesi radicale, l’ uomo  dovrà scegliere tra vita sociale perniciosa, sottoposta alle leggi dello pseudo progresso e della vanità, del denaro, della menzogna con sè e con gli altri, e, nel sentiero opposto, una vita privata intesa come autentica ricerca di se stessi, definizione dei propri bisogni veri, rapporto organico con la natura e con i suoi cicli, costruzione di una personalità individuale in perenne dialogo e scambio con una cerchia ristretta di soggetti cari legati da affinità e interessi, la famiglia e la comunità produttiva agricola che faceva capo all’ antico dvorjanstvo.

La filosofia della storia in “Guerra e Pace”

Nel 1860 Tolstoj aveva progettato e iniziato I decabristi, un romanzo storico che rimase incompiuto, ma che costituì l’ innesco di Guerra e Pace, una volta assunto il problema di fondo. La narrazione del grande capolavoro del realismo storico abbraccia vicende di storia privata e pubblica russe dei primi due decenni del secolo, la maggior parte delle vicende è dunque ambientata in un contesto precedente alla rivolta decabrista del 1825. Le cause di questa retrodatazione sono spiegate dallo stesso Tolstoj, a cui la minuziosa indagine sui decabristi e la loro epoca aveva rivelato che la maggior parte degli insorti, per lo più aristocratici appartenenti all’ èlite militare, aveva preso parte alle guerre contro Napoleone. Durante i conflitti napoleonici e negli anni immediatamente successivi, essi erano venuti a una conoscenza di prima mano dell’ Occidente, delle parole d’ ordine della rivoluzione francese e delle istanze ideologiche della nuova società che si stava formando in Francia, diffondendosi a macchia d’ olio per tutta l’ Europa. Guerra e Pace  si sviluppa come ciclopico prologo di un’ opera mai scritta e termina, infatti, in maniera aperta, nel momento in cui Pierre organizza le prime velleità cospirative (1820), alludendo quindi a un nuovo conflitto, a un nuovo periodo di guerra dopo la pace. Concepito come un’ epopea della nobiltà russa nel suo periodo di massimo splendore, durante il suo più grande successo, Guerra e Pace si svolge su due piani paralleli: l’ evoluzione psicologica e ideologica dei personaggi e la grande storia, mossa da dinamiche irrazionali e ineluttabili, con cui tali personaggi interagiscono. E’ qualcosa di molto simile, anche se trasposto su un piano epico, della filosofia della storia che stava elaborando Puskin nei suoi ultimi scritti, non a casa il titolo stesso è tatto proprio da un verso del Boris Godunov: “descrivi senza filosofare con malizia tutto ciò/ di cui sarai testimone nella vita: / la guerra, la pace, il governo dei sovrani”. Eppure in esso non si svolge un’ unica idea, non si dimostra nulla, non si descrive un evento singolo e preciso, non vi è un intreccio che si complica progressivamente suscitando interesse, non vi è un esito fausto o infausto con il quale si concludono le vicende, perciò non può essere definito nè un racconto nè un romanzo: si tratta, sulla scia del Boris Godunov, sulla scia delle Anime Morte, di un poema epico. Pace e guerra, romanzo familiare ed epopea nazionale, come si è detto, procedono a corrente alternata: il punto culminante delle sezione romanzesche è il tentativo di seduzione da parte di Anatol nei confronti di Natasa, il punto culminante dell’ epopea nazionale è la battaglia di Borodinò. In seguito, durante l’ ultimo incontro tra Natasa e Andrej morente, le due linee si incrociano per poi procedere fino al termine delle vicende unite. Solo Puskin era riuscito, nell’ ultimo capitolo dell’ Onegin, a far deflagrare destini individuali e grande narrazione nazionale in un incontro. Alla narrazione fanno da contrappunto meditazioni storiografiche sempre più ampie: Tolstoj ha una visione impersonale e non finalistica della storia, che egli intende come succedersi ciclico di flussi irrazionali. Contro i criteri della storiografia sette-ottocentesca, egli demolisce le figure dei “grandi!, degli “eroi”, primo fra tutti, ovviamente, Napoleone: in un passo famoso il grande condottiero francese viene equiparato a un bambino che, brandendo i nastri all’ interno di un calesse, si immagina di essere lui a guidare la carroza e a frustare i cavalli. Non sono personaggi come Andrej, Pierre, Nikolaj, che vivonoo nelle migliori condizioni di vita, liberi dalla povertà e dell’ ignoranza, a guidare la storia, a decidere la guerra. Decisivo negli eventi storici è invece il concorrere spontaneo e imprevedibile di migliaia e migliaia di forze anonime, popolari. Quelli che Raskoln’ ikov chiama i grandi uomini non solo non guidano effettivamente l’ agire delle masse, ma sono invece loro stessi ad essere guidati da quella. Il corso degli eventi mondiali è predeterminato dall’ alto, dipende dalla convergenza non premeditata, spontanea, improvvisa di tutti gli arbitrii delle singole persone che prendono parte attiva a tali eventi: “lo zar è lo schiavo della storia”.L’ uomo risulta così libero soltanto nelle forme di attività che riguardano lui solo o si limitano alla sua più immediata cerchia di affetti, al contrario, l’ uomo è imprigionato dalle catene del Destino quando si trova ad agire in un contesto sociale complesso. Lo stesso grande generale Kutuzov, unico dei “grandi” ad essere risparmiato dalla dissacrazione tolstojana, si salva proprio perchè rinnega ogni legge strategica, non obbedisce agli ordini diretti dello zar di salvaguardare Mosca, di non cedere la città ai francesi, per aderire sotteraneamente alla fiducia inconscia nel popolo russo che sa, è persuaso, dell’ inevitabile sconfitta finale dell’ invasore. Un enorme distanza separa, nelle pagine tolsojane, due diversi tipi di guerra: “una immaginaria, creata dalla teoria della strategia, dalle descrizioni poetiche delle battaglie, dai racconti dei testimoni oculari e dei rapporti ufficiali. Questa guerra immaginaria non ha niente in comune con quella reale: tutto il complesso dei termini strategici e degli effetti dell’ impressionismo sulle battaglie è infinitamente lontano dal miscuglio di sangue e di terra dell’ autentico campo di battaglia “. Emblematici sono i focus sui coloro che di volta in volta sono i singoli protagonisti degli  episodi bellici che si susseguono,che Tolstoj inquadra da vicino, attento alle piccole storie dei singoli e rinunciando alla visione alienata dello stratega, alla visione di insieme che porta il comandante a vedere l’ esercito come una massa indistinta di pedine pronte per essere mandate a morire, come un semplice agglomerato numerico. Questi stessi singoli protagonisti perdono, nel contrasto con la realtà immediata della guerra, ogni illusione su di essa e sul significato profondo dell’ eroismo, propri della propaganda ufficiale, del patriottismo, del coraggio. Essi hanno di continuo la sensazione che la guerra sia altrove, si stia combattendo su  un altro campo, e sentono continuamente di trovarsi lì per morire inutilmente, senza motivo e senza gloria, il significato intrinseco della guerra sembra trascenderli . Davanti ai loro occhi regna semplicemente l’ orrore specifico di un cavallo ferito, di una gamba amputata: il metodo dei dettagli analitici ingigantiti, caricati di significati emblematici si rivela così, ancora una colta, veicolo di verità, o almeno strumento di critica nei confronti delle false verità progressiste.

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