literature/philosophy

L’ odio (parte IV)

Bisogna ricominciare tutto da capo, con pazienza e un po’ più onestamente. L’ odio… l’ odio… l’ odio non è stato altro, per tutte queste pagine, che una maschera un po’ grottesca, un po’ underground, che mi dilettavo di indossare davanti agli occhi curiosi, stupiti, indifferenti o scandalizzati del lettore. L’ odio è il mio tentativo di essere artista, un vero artista a tutto tondo o, con i tempi che corrono, filosofo. Ma perché mai un filosofo dovrebbe odiare ? Non è forse un filosofo il vate della Verità, il fondatore del fondamento delle scienze, colui che trova il senso alla vita umana e consiglia una via retta da seguire ? Un filosofo ha sempre un suo orizzonte di pensiero pensabile, che è dato dal suo tempo, ed il mio non mi concede certo di giungere a tanto. Mi prostro al soccombere degli eventi, mi umilio ammirando inorridito la morte dell’ arte e l’ annichilimento tragico della filosofia. Le parole, oggigiorno, sono soltanto parole. Il popolo ha sempre amato la leggerezza, ma non ha mai beneficiato prima di adesso di un progresso tale che gli concedesse di libarsi degli sfarzosi intrattenimenti aristocatici, delle cose futili che giovano allo spirito, di quella deliziosa inutilità che tinge l’ arte di quel seducente alone di mistero che la imporpora e la rende bella e seducente per occhi raffinati, abituati alla bellezza e alla seduzione e profondamente selettivi nella scelta accurata dei loro piaceri. Questa selezione o è già morta o è in via di estinzione, e adesso qualsiasi agglomerato di frasi scritte è un libro, qualsiasi fotografia scattata è una fotografia, qualsiasi schizzo di vernice è un quadro, qualsiasi corda che vibra o che viene picchiettata, qualsiasi spiffero d’ aria in uno strumento di ottone è musica.  La democrazia ha portato l’ arte al popolo, nelle sue grinfie insicure che ancora non sanno bene cosa farsene. E se l’ arte è del popolo al modo della commercialità, la filosofia sta anch’ essa diventando del popolo al modo della sua entropia, del suo rimpicciolirsi sempre di più, sempre di più, fino alle dimensioni millesimali che nel ventunesimo secolo la smagriscono. Da grassa dea beata, splendida e irraggiungibile, oggi la sovrana di tutte le scienze inizia a somigliare più a una stracciona che muore di fame, la cui carne è tanto rinsecchita che le ossa sembrano in costante procinto di strabordare dal corpo lacerandolo. Ben più facile è vedere i suoi fianchi ossuti e le sue costole in triste e ripugnante evidenza, piuttosto che i suoi grigi occhi nascosti dalla sozzura del suo volto, che un tempo brillavano di un azzuro lapislazzulo che avrebbe fatto invidia persino alla volta del cielo. Parliamoci chiaro: obiettivamente, a che cosa serve la filosofia ? Tralasciando la crescita interiore dell’ individuo, che certo non è di poco conto ma non è adesso lecito parlarne, mi verrebbe da dire assolutamente al più misero nulla. Essa interroga, ma sa di non potere trovare risposte, sa che in ogni sua teoria esiste per forza, inevitabilmente, il principio della sua stessa dissoluzione, uno spunto riflessivo che, elaborato, potrebbe confuarla e metterla a piedi all’ aria. Non così per le oggettivizzazioni della scienza, ma la filosofia non può e non deve essere oggettiva, o perderà tutta la sua carne e il suo sangue, solo con il soggettivismo puro potrà riacquistare gli splendori del tempo. Se l’ arte sta diventando prodotto, la filosofia dovrà avvicinarsi all’ arte, imitarla, soccorrerla, permettere la sua nuova ascesa. Ma a quale uditorio ? Ma per chi questo vale, varrà , chi potrà tramandare questo ? E’ troppo bello, troppo perfetto il mondo della leggerezza, noi artisti e noi filosofi non abbiamo nulla da offrire agli uomini-piuma per dissuaderli dal loro inesorabile oblio. Ma del resto, perché evitare l’ oblio ? Spesso il prezzo della gloria è l’ Inferno sulla Terra, spesso la gloria perpetua costa lo sperpero al vento di un’ intera esistenza individuale, dal primo all’ ultimo giorno, dal primo all’ ultimo istante. Rimanendo nel soggettivismo, rimanendo in me stesso, a me ad esempio cosa diavolo resta da fare ? E’ un grande dilemma, forse ancor più insolvibile del shakespeariano essere o non essere: continuare a odiare o essere felice ? Perseverare nell’ autenticità e nella solitudine, o vivere tra gli uomini col sorriso in volto in allegria e in festa nei salotti, nelle discoteche, per le strade, nei bar ? Forse sarebbe meglio adattarsi una buona volta non a me stesso, ai miei sogni, alle mie illusioni, ma al mondo in cui sono stato gettato, forse sarebbe meglio accettare la leggerezza del XXI secolo e perdermi tra i telefonini, i social networks, le scopate, le fotografie, la musica di scarso valore da ballare sbronzi, piuttosto che adeguarmi agli splendori di quei secoli passati in cui avrei voluto vivere. Basta fantasticare, una volta tanto dovrò vincere, dimostrare la mia superiorità non solo a me stesso, covando rancore e maledicendo tutto per la mia diversità, ma nel campo altrui, entrare in quel mondo stupido e volgare per dimostrare che anche io posso starci a mio agio. Di tutto quanto detto nelle pagine precedenti, di una sola cosa mi sono ricreduto. Finalmente ho capito che  la grandezza, la vittoria, oggi  è nel successo, nel potere, e il potere  e il successo hanno una sola parola, un solo presupposto comune, un’ unica essenza: il verde profumo del dollaro. Santo dollaro ! Benedetto sia il dollaro ! Glorificato e beato sia il magnifico, splendido, supremo e immenso dollaro ! Il dollaro è pillola di felicità, il dollaro è forza, il dollaro è immortale. Gli uomini hanno bisogno di credere in qualcosa, non sono tanto potenti da potersi autogovernare da soli, per questo naturalmente, istintivamente, necessitano di un dio: Buddha, Zeus, Javè, Gesù di Nazaret, Maometto, Dollaro, tutti ugualmente immensi, tunti santi, tutti onnipresenti e onniscenti e tutti insieme un giorno lontano si spartiranno in parti uguali il rosso cielo di fuoco dell’ Apocalisse. O tutti o nessuno. Qualsiasi tentativo di arte, qualsiasi ricerca della verità al di fuori di quella del dollaro, oggi, è destinata al fallimento più misero, più umiliante, più sconfortante. Per continuare ad essere artista o filosofo dovrò accettare il fallimento senza sopportarlo, fingere di sperare ancora in una rivolta, ribellarmi con violenza per i miei ideali e per la mia autenticità ma (e immensamente triste è dir questo a vent’ anni) le mie speranze hanno le ore contate, gli bacio la testa sul letto di morte prima di avventurarmi per nuovi sentieri che non conosco e che, ahimè, mi ripugnano, mi mettono il vomito al solo loro pensiero, ma troppo è il bisogno di essere felice. Ma la speranza non dovrebbe essere, come vuole il proverbio, l’ ultima a morire ? No, no e poi no. Troppo umiliante è vivere di speranze, l’ arte è la speranza, l’ arte è la rivolta in nome di questa speranza, ma è quanto di più difficile ci sia da sopportare, è la più immensa tortura, è l’ odio ! L’ odio che torna e infanga il dollaro ! L’ odio che prende il potere e trova tutto tremendamente, indiscriminatamente orrendo, inferiore, schifoso, tutto letame, tutta sporcizia ! Il candore dell’ arte è solo, in ginocchio, umiliato in un angolo, mugugna, vive di stenti e muore di fame. Perché, dannato splendore, mi hai trascinato nella tua umile e depressa dimora ? Non potevi lasciarmi alla mia ingenua felicità ? Non potevi permettermi una morte anonima, un’ esistenza allegra fra le tante ? Mi sento diverso, e la diversità in un mondo perfettamente omologato è il peggiore dei mali, è un crimine da non commettere, è una nefandezza assurda che puzza di adulterio e di omicidio. Viva la morte ! Viva il figlio che strangola il padre ! Viva la tortura ! Viva il sangue, la guerra, viva il male ! Viva, viva, viva il dolore e l’ ingiustizia !

 

Un tempo vi è stata una morale dei guerrieri, forte, orgogliosa. Scendeva in campo a larghe schiere seguendo il vessillo di Achille, gli eroi avrebbero dato la vita per la sua gloria, per i suoi doni, per il suo ardito impeto indomabile. La furia era osannata come una dea, pazza d’ istinto animale, sanguinolenta, splendida. Dopo millenni di rigoglìo platonico, dopo milleni di razionalismo, si è tornati a intravedere quei fasti lontani, a deplorare la bontà, la democrazia, la giustizia che le sono seguite, che ne sono derivate in quanto antitesi. Ma forse il perbenismo etico dell’ Occidente al centro del mondo, di quell’ Europa lontana padrona del globo, non era poi così autentico. Non imperversavano forse anche allora le guerre, disposticamente ? Sì, ma il popolo era schiacciato, ordine puro e imposto da un Dio rivelato, pre-giacobino, pre-rivoluzionario. Ci sono voluti secoli perché Gesù Cristo di Nazaret morisse davvero, inchiodato ai pali della Croce per duemila anni. Dopo tanta agonia anch’ egli ha inalato l’ ultimo respiro, per l’ impeto immenso della tecnica e del progresso. L’ evoluzione umana lo ha straziato, con il tempo si è deciso di dimenticarlo, di rinnegarlo. Libertà ! Libertà ! Legalitè ! Egualitè ! Fraternitè !  Con l’ illuminismo si è data la spinta che ha portato al sorprendente slancio dell’ ingegno umano, un progresso mai visto prima . Un’ evoluzione che non era mai stata così precipitosa e feconda. E’ sorprendente: in tre secoli l’ uomo ha creato in Terra la fantascienza, l’ utopia . E’ diventato un nuovo Dio ideale, un Dio che crea il mondo, lo plasma, lo sottomette, lo domina. E’ padrone di tutto. Ma l’ individuo è rimasto fragile, atterrito. Ed ecco la grande domanda, l’ enigma degli enigmi si pone da solo : meglio l’ individuo o il popolo ? La felicità del singolo o quella della comunità ? La filosofia è morta per dare risposte di questo tipo, accettando sulle spalle il gravoso fardello della scomparsa di quel Cristo impiccione, di quel freno a mano tirato per l’ avvento del radioso futuro dell’ uomo. La filosofia è morta con la domanda sull’ essere e sul perché dell’ essere, che non può certo più essere riproposta, e come diretta e ovvia conseguenza è tracollata  anche la possibilità di una risposta a questo genere di questioni. Ma quale filosofia del limite e filosofia del limite ! L’ asintoto non esiste, è un diametro. Nulla è dimostrabile, nulla è oggetto di calcolo al di là della fisica, al di là dell’ osservazione e del catalogo del mondo,  ad opera delle scienze della natura. L’ irrazionalismo del novecento ha capito tutto questo, e perciò ha avvicinato sideralmente il compito della filosofia al compito dell’ arte, della pura immaginazione, della fantasia. Questo si è evoluto in creazione, in folli aperture di senso, in pazzie e scatti epilettici e convulsioni da manicomio. Questo ha generato non solo il diktein, ma Zarathustra ! Ha partorito Bataille, Cèline, Ginsberg, ha dato vita ai Velvet Underground ! Si è attorcigliata sulle cacofonie di Stravinskiy, è esplosa nel noise e in Glenn Branca! Addio, addio formazione di senso, addio chiarezza ed evidenza, addio schemi e tomi e righe su righe di noia, au revoir ! Questa è emozione pura, abbandonatevi ! La via che si è aperta per la prima volta sulle ceneri degli orrori della guerra, sullo slancio della tecnica e dell’ elettronica, sull’ onda della scoperta dello spazio, è l’ underground. Ricordate che già a partire da Nietzsche diventa persino ridicolo parlare di morale, non venitemi a dire che sono classista e che considero gli artisti pazzi furiosi superiori agli altri  uomini. Sono solo più vivi, più pronti a degenerare, ad osare: sono nati per essere esclusi e ripugnanti.

 

La filosofia è in declino, cade progressivamente a pezzi : i suoi araldi più illustri, i suoi più degni rappresentanti, sono ermeneuti ! Fanno dell’ esegesi, ravanano e ravanano negli scrittori del passato e sperano di trovare nuovi spunti mai intravisti prima, tentano di poter opporre una confutazione, sperano di interpretare meglio. Ma si sono visti in faccia ? Impallidiscono di vergogna e tremano come fichette al cospetto della bionda chioma della vita ! Della Storia ! Ma perché io sto diventando filosofo ? Dove la trovo la forza ? Potrò sopportare l’ esilio senza piangere ? Soltanto per questa via impervia potevo prendere sulle spalle il concepimento del crollo dei valori, l’ anarchia sentimentale, potevo congelarmi. Ingenuo, superficiale, avevo bisogno del freddo gelo dell’ inverno, necessitavo di una pera di musica e di poesia. Questa è entrata nelle vene, è stato un orgasmo. Una goccia di sangue macchiava il pavimento, tic-tic-tic, scandiva il tempo delle battute, era il metronomo della mia estasi. Ho cominciato a guardare con sommo sdegno tutti coloro sulla cui innocenza potevo considerarmi certo, ho intrapreso i primi passi nella marea carica d’ odio della vergogna, l’ oblio della morale, l’ oblio di tutto ciò che era stato. Che folle idea lo scetticismo ! Soltanto una ragione vergine e candida come un bambino, o un angioletto, poteva pensarla: fingere che tutto quello che mi circonda sia una finzione, intrappolare  in una parentesi narcotica tutti i pregiudizi, dal primo all’ ultimo. Per quanto, ahimè, impossibile, si provi a  pensare veramente, autenticamente, soltanto con la propria testa, soltanto con le proprie opinioni e le proprie ragioni. Ma neanche con le proprie opinioni, quelle, prima della messa tra parentesi, sono quasi tutte per lo più pre-costituite. Non torniamo a Cartesio però, né tantomeno ad Husserl. Non bisogna mai tornare indietro, c’ è bisogno di rivoluzione, di progresso: “la crisi delle scienze europee” lo ha dimostrato, e bisogna rassegnarsi al fatto che sì, il sogno adesso è veramente finito. La filosofia come scienza rigorosa è veramente una ridicola illusione del passato, passato pre-tecnologico nel senso di una tecnologia realmente a portata di tutti, dentro le tasche di tutti. La comunicazione globale ha sconvolto le menti di tutti, né in peggio né in meglio, ma è stata una delle più grandi svolte dell’ umanità. Io vi sono stato gettato, tendenzialmente i miei colleghi tenderebbero a rinnegarla temendola, sottolineandone l’ atrocità, ma di fatto essi stanno lentamente venendo schiacciati. E’ inevitabile, ed io personalmente li invidio . Bello morire per degli ideali ! Ancor più bello avere degli ideali ! Molto più atterrente non è venire oppressi ed eliminati di fatto, ma prendere coscienza del fatto stesso che si verrà oppressi ed eliminati. Cosa costa morire, se lo si fa in fretta ? Se non ce ne si accorge ? Smettiamola di temere la morte, proviamo ad accettare la storia, a non ostacolarla troppo.

 

Si tende sempre a banalizzare le cose. Le nostre conoscenze, per lo più, si basano su informazioni parziali. Pensate a tutte le persone che conoscete, della maggior parte sapreste dirmi soltanto il nome, o vi limitereste a riconoscerli mentre camminano per strada.  Nient’ altro: l’ aspetto fisico e la provenienza sociale, magari il mestiere e la condizione civile. Nient’ altro. Eppure non esiste individuo che sia perfettamente schematizzabile in un’ immagine, nessuno, guardando la foto di un uomo, saprebbe dirmi molto sul suo conto, sulla sua personalità, sui suoi dilemmi. Dietro all’ aspetto esteriore si nasconde un baratro esistenziale, che ognuno è libero di colmare più o meno a suo piacimento. A questa libertà apparentemente illimitata, il corpo è d’ impaccio. Una persona bella, tendenzialmente, avrà più agevolazioni nella vita, semplicemente perché, a primo impatto, una buona percentuale degli individui che incontrerà avrà una buona impressione di lei. Come uscire da questo dilemma ? Dove cercare il Giusto, dove risiede la Verità ? Non si potrà mai conoscere tutti. Alcuni individui, smascherati dalle chiacchiere al bar, dalle esperienze vissute insieme, dai discorsi che sono nati, sono stati capaci di strabiliarmi. Dietro un viso timido e pallido, che in società se ne stava rinchiuso nell’ angusto cantuccio del suo imbarazzo, ho scoperto l’ immensità. Al contrario, mi è capitato di svelare la morte, il gelo della steppa, la siccità del deserto, dietro candidi sorrisi da Adoni, circondati da rosse labbra pronte a vendere l’ anima per baciarlo, quel bel viso imberbe e quell’ ammasso di muscoli del torace.  In fin dei conti, l’ Adone rimane pur sempre un’ Adone e il timido sguardo di un angelo rimane pur sempre un timido sguardo, ma ci sono fiori che tardano a sbocciare. Mens sana in corpore sano, dice il proverbio, ma io aggiungo: “non sempre, innanzitutto e per lo più”. Non quando è lo spirito a darsi a vedere, non quando lo storpio o il gobbo sublima la sua alienazione, sublima il suo dolore attraverso l’ espressione artistica. In questo caso, si tratta di un altro piano estetico, superiore, universale, divino. L’ arte è un linguaggio che dura nel tempo, pur evolvendosi e cambiando di continuo, la scienza del bello no. Ogni tempo ha i suoi canoni, ogni epoca le sue preferenze, questo vale anche in campo artistico, ma non credo che Lou Reed avrebbe affermato che Mozart fosse un inetto, pur rinnegando in toto il suo modo e la sua concezione di fare  ingresso nella storia. Cerchiamo di elevarci al di sopra dei pregiudizi della tradizione, sveliamo l’ iceberg freudiano della psiche. Se è soltanto la punta che si manifesta con chiarezza e distinzione, capirete bene che è indispensabile imparare a non accontentarsi dei pregiudizi. Le persone che un individuo frequenta, la famiglia e la tradizione da cui proviene, il modo in cui appare nei contesti sociali, dicono molto sul suo conto, ma non certo tutto. Ecco, se quella persona parlasse di sé attraverso l’ arte, solo in quel caso sarebbe nudo e imbarazzato. Non esiste pudore nella poesia, non esiste pudore nella musica. E’ un bel sacrificio di intimità, scegliere la strada della creazione. Le maschere sono più comode, le maschere possono causare disagio e crisi esistenziali, ma non si può certo negare che aiutino. Allegra e ridente è la mia vita, quando fingo di essere qualcun’ altro. Permettete anche ai poveri diavoli, ogni tanto, di andare alla ricerca della felicità. E’ così facile, così spontaneo, mentire. Perché non dovrei farlo ? La coscienza ? Nessuno ha tanta forza spirituale da impedire a se stesso di mentire. Bisognerebbe essere sempre, ogni istante del giorno, tutti ubriachi.

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