philosophy

Edmund Husserl – Percezione e attenzione

La filosofia della percezione, negli anni che precedettero i corsi universitari tenuti da Husserl su questo argomento nel 1904 e 1905, era stata dominata dalle teorie di Brentano e Twardowski. Secondo questi due illustri predecessori, più o meno in linea con la tradizionale accettazione del principio fenomenico (secondo cui noi non percepiamo gli oggetti reali che stanno nel mondo, ma “idee”, “impressioni” che noi abbiamo di essi e che stanno interamente nella nostra testa)  la mia intenzionalità parla sì degli oggetti reali che stanno nel mondo, ma attraverso gli oggetti mentali, ovvero idee che il soggetto si fa di quelle entità essenzialmente indipendenti da lui che costituiscono il mondo. Gli oggetti mentali fungono dunque da filtri delle esperienze percettive, e ogni volta che parliamo della nostra percezione potremo così alludere sia all’ oggetto reale che all’ oggetto mentale. Il primo Husserl parte proprio dalla confutazione a Brentano e Twardowski, e dal’ implicito rifiuto di tutta la tradizione precedente: non esistono oggetti mentali che facciano da eco alle cose date nel mondo, ma sono le cose stesse a darsi, a mostrarsi, del mondo non ci sono dati fenomeni al di sotto dei quali si nasconde una realtà noumenica per noi inaccessibile, del mondo noi abbiamo esperienza diretta. L’ obiettivo dei corsi universitari husserliani sulla percezione è l’ edificazione di una teoria della conoscenza a partire dal basso, ovvero da quegli atti intellettivi semplici che precedono il giudizio e sui quali il giudizio stesso si fonda (in particolare, appunto, la percezione). La fenomenologia husserliana, almeno inizialmente, è un metodo puramente descrittivo della mia esperienza degli oggetti, senza partire in alcun modo da teorie presupposte (per Husserl come per Cartesio lo scetticismo è uno strumento volto alla realizzazione dell’ epochè ). Husserl rifiuta di confrontarsi con le dottrine altrui perché con questo metodo, a suo avviso, si potrà giungere solo a una conoscenza indiretta e mediata delle cose, egli vuole avvicinarsi invece direttamente alle cose stesse e farle parlare, vuole farsi istruire dal loro mostrarsi e non dalle teorie filosofiche del passato. L’ esperienza che noi abbiamo del mondo è di volta in volta sempre diversa, ma l’ obiettivo della fenomenologia è quello di descriverla per quei caratteri invariabili che le sono propri, bisognerà cioè comprendere non la variabilità, ma la direzione e l’ orientamento di questa stessa variabilità, bisognerà porsi in un’ ottica intenzionale (la stessa che Husserl vuole recuperare dalla storia della filosofia occidentale nella Crisi) per arrivare ad avere ben chiara la gamma di possibilità,che sono molteplici ma non infinite, degli aspetti sotto cui il mondo può mostrarsi. La fenomenologia deve fare ordine tra le varie presentazioni dell’ esperienza e costruire un modello ideale, una geometria dell’ esperienza, indicandone le proprietà necessariamente strutturali. L’ intenzionalità entra in gioco per via del fatto che si ha esperienza di oggetti reali che sussistono al di fuori del soggetto, e che sono essenzialmente indipendenti dal suo pensiero, dai suoi desideri, dalle sue intenzioni appunto, ma l’ esperienza non riguarda gli oggetti in sé ma il determinato modo in cui il soggetto si dirige verso di essi. L’ essere non è, come voleva ad esempio Berkeley, la sua apparizione, ma il modo in cui l’ essere mi appare è il modo in cui l’ essere realmente è dalla mia prospettiva, e io non potrò mai vederlo al di fuori della mia prospettiva. Il Realismo diretto è implicitamente accettato da Husserl, ma di esso non è possibile fornire una dimostrazione: è possibile che ci sia una realtà e che la realtà sia proprio ciò che noi percepiamo, ciò nonostante potrei sempre sbagliarmi, nulla mi impedisce di credere che tutte le mie credenze sulle cose del mondo mi siano istallate da un demone maligno, ma probabilmente non è così, nessuno sarebbe in linea di principio disposto ad accettare una teoria simile. Ciò non toglie che, in quanto fenomenologo, Husserl si limita a parlare dei contenuti dell’ esperienza del soggetto, del prendere la mira verso le cose del mondo, del dirigersi verso di esse. Per via del carattere prettamente descrittivo del metodo husserliano, durante le sue speculazioni sul tema della percezione il lettore avrà “la sensazione di avere sempre ben salda la terra sotto i piedi, di poggiare su un terreno stabile di fatti”, in quanto prima dell’ inizio di ogni fenomenologia dell’ intelletto noi possediamo già una qualche conoscenza dei vissuti verso cui ci dirigiamo, l’ attività intellettiva si fonda su questo già da sempre conosciuto, su queste ovvietà che Husserl si accinge ora a descrivere fenomenologicamente. Solo infatti quando ci accingiamo ad indagare meglio e con più attenzione questi stessi concetti che ci sono già da sempre noti (anche se in maniera vaga e confusa), tornando descrittivamente ai vissuti otteniamo chiarezza ed evidenza, distinzione. L’ esperienza percettiva è sempre necessariamente prospettica, il pensiero no. La teoria husserliana sulla percezione parte, come intuibile dal suo peculiare modo di fare filosofia, da un concetto molto semplice: la percezione è sempre un vissuto di un Io percepente e si riferisce sempre a un oggetto percepito, senza queste due componenti e senza una relazione intenzionale che le lega la parola “percezione” non significa assolutamente nulla. La prima componente però, ovvero l’ Io, non varia al variare dell’ esperienza,  è una struttura sempre formalmente identica, mentre le cose ci sono date in maniera variabile, sempre diverse a seconda dell’ angolazione da cui le stiamo guardando. Bisognerà dunque interessarsi maggiormente al secondo aspetto della relazione, perché è in esso che si annida l’ elemento che caratterizza la percezione rispetto ad altri vissuti intenzionali che le sono affini, quali le rappresentazioni di fantasia o il ricordo : se il riferimento all’ Io, come si diceva, è sempre lo stesso (non è altro che il luogo della manifestazione) è proprio in base alla presenza o meno dell’ oggetto che noi possiamo distinguere tra percezioni veridiche e percezioni illusorie. Nei casi come allucinazioni, inganni dei sensi, illusioni, che sono anche’ esse percezioni autentiche, l’ oggetto può essere percepito e tuttavia esso non esiste affatto, mentre nel caso della percezione veridica l’ oggetto non potrà essere trovato nel percepire come qualcosa che se ne distingue, il trovarsi qui presente dell’ oggetto coincide  con il percepire stesso. L’ oggetto dunque si manifesta da sé, ma non in maniera predicativa: le determinazioni dell’ oggetto emergono solo in seguito alla sua apparizione, quando cioè vengono afferrate dal pensiero nella forma di predicati e attribuite all’ oggetto. Dunque, quando un oggetto si manifesta, io innanzitutto ne ho sensazioni, e per questo motivo la percezione è in primo luogo un fenomeno sensibile. Il mondo mi si dà innanzitutto attraverso i sensi, attraverso canali percettivi quali l’ udito, il tatto, la vista, l’ olfatto e il gusto, ma le sensazioni da sole non bastano, non sono tutto. Ognuno di noi ha abitudini percettive che influenzano il modo in cui vediamo il mondo senza che, nella maggior parte dei casi, noi ce ne rendiamo conto : avendo due mani percepiamo già da sempre le cose con un’ impugnatura, anche se un uomo non avesse mai visto un martello molto probabilmente saprebbe da quale parte afferrarlo. Le percezioni dipendono anche da come siamo fatti, dai nostri usi e costumi, le sensazioni dunque non dicono l’ oggetto percepito, ma si limitano a dire il contenuto presentante : è la crisi del modello empirista-sensista. I contenuti di sensazione che immediatamente abbiamo non appena l’ oggetto si dà davanti ai nostri occhi sono dunque sottoposti ad apprensione, e il medesimo contenuto sensibile può, per via delle abitudini percettive che possono variare da soggetto a soggetto, condurre ad apprensioni diverse. Lo stesso oggetto, inoltre, non solo può apparire diverso , ad esempio, a un italiano degli anni duemila rispetto a come appariva a un turco del diciassettesimo secolo, ma appare perfino diverso qui ed ora, a seconda della prospettiva da dove lo si osserva. Lo stesso tavolo appare da davanti diverso rispetto a come appare da dietro o da di lato, eppure anche manifestazioni molto diverse tra loro ci si offrono tutte come manifestazioni del medesimo oggetto, noi sappiamo già da sempre che quello che stiamo vedendo da diverse angolazioni è sempre lo stesso identico tavolo. “Ognuna di queste  rappresentazioni  possiede il proprio carattere apprensionale, diverso dall’ una all’ altra, ma ognuna di esse apprende il mutevole materiale di sensazione nello stesso senso,nella medesima direzione, secondo un sempre uguale orientamento intenzionale” (verso lo stesso tavolo). Per via dell’ impossibilità di vedere un oggetto se non da una particolare prospettiva di esso saranno sempre, in ogni percezione, percepite solo alcune determinazioni parziali, particolari: un dado ci offre solo un determinato lato, noi lo vediamo così come esso appare da questa prospettiva, è letteralmente impossibile vedere contemporaneamente tutte e sei le sue facce. Io non vedo dunque il dado nella sua totalità, vedo una sola delle sue facce, eppure lo stesso esprimermi così presuppone che io sappia cosa sia un dado, che io sappia che ogni dado ha sei facce: quello che stiamo vedendo è sempre più di quanto propriamente percepiamo direttamente, nessuno risponderebbe mai alla domanda “che cosa vedi ?” dicendo che quello che vede è un quadratino bianco con un pallino nero in mezzo, ma direbbe con certezza di stare vedendo un dado. Anche se propriamente percepiamo solo una parte dell’ oggetto, noi l’ oggetto lo vediamo sempre, in un certo qual modo, nella sua totalità: questo perché le varie determinazioni possibili di un oggetto non costituiscono casi isolati, senza connessioni tra loro, ma si connettono invece in un’ unità oggettuale, e ciò con evidenza. “Il lato anteriore rimanda al lato posteriore, lo stesso esterno che appare rimanda a un interno che non appare e così via. La cosa è più del suo lato che viene percepito, la cosa possiede il lato in maniera che esso appare come un momento del tutto inseparabile dal’ intero cui appartiene, evidentemente non si tratta di qualcosa di indipendente”. Immaginate di stare camminando per strada, e a un certo punto vi fermate ad osservare un bellissimo palazzo in stile neoclassico: a quel punto dite “come dev’ essere bello dentro! ” e di certo vi immaginate pavimenti in legno antico, mobili barocchi, quadri, una ricca libreria, una poltrona rossa alla Voltaire, magari uno sfarzoso tappeto etc… Percependo l’ esterno dell’ abitazione potete, anche se in maniera sommaria, oscura, per nulla evidente, immaginare l’ interno, in quanto in voi si creano delle attese percettive: di certo rimarrete stupiti se, una volta che effettivamente sarete entrati in quell’ abitazione, vedeste un design ultramoderno stile loft, televisori al plasma etc… La stessa parola “parte” presuppone la sua appartenenza a una totalità, alle sensazioni suscitate da ciò che è direttamente percepito si lega, accanto al carattere immediato di presentazione diretta che le è proprio, un ulteriore carattere di apprensione, attraverso il quale la determinazione direttamente presentata assume il carattere di un segno che rimanda ad altre determinazioni che non cadono sotto percezione diretta ma che, per via di questo carattere simbolico, indicativo, vengono co-intese. Ogni faccia del dado rimanda simbolicamente alle altre cinque, e ognuna di queste cinque facce non viste è di fatto co-intesa nella percezione diretta che si rivolge a quel’ unica faccia che si manifesta, tuttavia al lato posteriore non appartiene quell’ evidenza intuitiva che caratterizza il visto rispetto al non visto. Ma questo tipo di percezione, nell’ isolamento in cui fino ad ora Husserl la ha descritta, costituisce, se non proprio un’ astrazione, quanto meno un’ eccezione, un caso particolare: una percezione nella forma in cui fino a questo punto è stata presa in considerazione appartiene, di norma, a una fase di percezioni che si susseguono una dopo l’ altra nel tempo, la percezione parziale (quella di una sola faccia del dado, che rimanda simbolicamente alle altre cinque) solitamente è inserita come mera fase all’ interno di una sintesi continua di percezioni. Quando percepiamo un oggetto, il nostro sguardo scivola su di esso, soffermandosi ora su questa ora su quest’ altra particolarità. La percezione completa di un oggetto è di regola una serie temporale di percezioni parziali, connesse intrinsecamente l’ una all’ altra al punto da essere all’ apparenza indistinguibili, al punto da indurre la coscienza a considerarle, innanzitutto e per lo più, come una sola percezione, per il semplice fatto di essere tutte percezioni dello stesso oggetto. E’ raro che una percezione monofase (quella descritta fino ad adesso) si faccia strada di per sé, senza fungere a sua volta da singola fase in una sintesi continua: sto osservando il cielo notturno e, improvvisamente, un lampo lo dilania. “Attraverso ogni singola fase della sintesi percettiva si manifesta una coscienza continua d’ apprensione, che fa sì che le percezioni singole non risultino mai qualcosa di isolato, bensì tutte queste singole percezioni parziali sono fuse insieme nell’ unità di una coscienza percepente d’ oggetto […] E’ grazie a questa coscienza unitaria che l’ oggetto non soltanto è, nel mondo reale, lo stesso in ogni fase d’ atto, ma anche a noi che lo percepiamo esso si manifesta sempre come lo stesso in ogni mutare del contenuto: tutto ciò in maniera puramente intuitiva” , prima di ogni comprensione concettuale e prima di ogni descrizione, noi ci muoviamo nel mondo con familiarità e agiamo come se queste cose le sapessimo già da sempre. Il carattere simbolico delle percezioni dirette, che rimandano per essenza al lato posteriore non visto, crea nella coscienza percepente una serie di attese percettive, che possono essere soddisfatte, nel caso la cosa del mondo risulti, una volta che sarà giunta a percezione totale (da tutte le sue prospettive), esattamente come ce la si aspettava, al contrario si diranno insoddisfatte. Immaginate di vedere un vostro amico che parla al telefono, voi sarete così partecipi di una discussione tra due interlocutori, ma potrete ascoltare solamente le parole che pronuncia il vostro amico vicino a voi. Eppure, sebbene in maniera oscura, non del tutto chiara, di certo incompleta, voi comprendete l’ argomento di tutta la discussione,  a seconda di come reagirà il vostro amico, delle sue espressioni, delle sue parole, voi potrete intuire ciò che l’ interlocutore dall’ altro capo della cornetta sta dicendo: questo dimostra l’ esistenza delle attese percettive. La forma sotto cui l’ oggetto si manifesta determina la gamma di possibilità in cui questo oggetto può manifestarsi, che sono molteplici ma non infinite: se il vostro amico ride allegramente, non vi attenderete che il suo interlocutore stia sbraitando o piangendo, se vedete un lato di una palla rossa, non vi attenderete che il retro sia di un altro colore, se sentite che la stessa palla è leggera, non vi attenderete che al suo interno ci siano delle pietre o del marmo e così via. Un’ attesa percettiva insoddisfatta non è un caso quotidiano, innanzitutto e per lo più esse trovano il loro riempimento proprio perché si fondano sulla percezione diretta d’ oggetto, e non su una vaga supposizione, ciò nonostante questo può accadere: quando un’ attesa percettiva è insoddisfatta io provo stupore, sono sbalordito, e questo mio stupore dimostra anche’ esso con evidenza l’ esistenza delle attese percettive  stesse. “Se percepiamo un nuovo oggetto di cui vediamo solo una parte, allora intenzioni simboliche rimanderanno in maniera indeterminata a qualcosa di nuovo, che potrà essere così come il lato percepito direttamente ci lascia intendere, oppure no. Le intenzioni simboliche non sono indeterminate in maniera assoluta perché rimandano a una gamma di possibilità di determinazioni probabili, tra le quali certamente si potranno rintracciare le caratteristiche effettive dell’ oggetto”.  Giunti a questo punto, manca una sola situazione da considerare: Husserl affronta ora il caso della percezione non di un singolo oggetto, ma di una pluralità di oggetti, supponiamo si tratti di un gruppo di tre cose A, B e C. Non dobbiamo in nessun caso dimenticarci dell’ unità di coscienza, percepire separatamente prima un oggetto, poi un altro ancora, poi l’ ultimo è una mera astrazione, la percezione di A, B e C si realizza contemporaneamente in un solo sguardo. “Nella percezione in un singolo sguardo la pluralità è intesa, mentre le singolarità degli oggetti individuali sono co-intese, già da sempre conosciute, ogni oggetto emerge dal’ apprensione totale in quanto singola componente apprensione”. La percezione di un cumulo di palline, della miriade di stelle nel cielo notturno non è un cumulo di percezioni isolate e sommate tra loro  (non percepisco ogni singola stella una dopo l’ altra), ma è una sola percezione del tutto, dell’ insieme. Il senso del discorrere husserliano sull’ intenzione sembra avere una certa relazione con il prestare attenzione, con il provare interesse, con l’ essere curiosi, sembra addirittura che i termini “attenzione” e “intenzione” vogliano dire la stessa cosa: ciò che è osservato attentamente è ciò che è inteso, in opposizione a ciò cui non prestiamo attenzione, ovvero ciò verso cui le nostre intenzioni non si dirigono in maniera diretta. Si diceva che la percezione complessiva di un insieme non è il fascio di tante percezioni singole, ma ciò non toglie che le percezioni singole (percezione di proprio quella stella, di una tra le tante palline) sono possibili, anche se solo in un secondo momento che segue la percezione iniziale avvenuta spontaneamente in un solo sguardo. Solo quando vi prestiamo attenzione particolare l’ elemento oggettuale che prima costituiva una semplice parte del tutto diventa ora un oggetto percepito per sé. Più in generale, una cosa percepita non è mai presente per sé sola, ma noi la apprendiamo sempre estraendola dal suo peculiare essere immersa in un determinato ambiente circostante (già da sempre intuito, con cui, innanzitutto e per lo più, abbiamo familiarità) solo in un secondo momento, solo prestandovi particolare attenzione. Pensate di stare leggendo un libro, e immaginate che tutta la vostra attenzione si concentri su una parola o un’ espressione particolare, state leggendo il terzo canto dell’ Inferno e rimanete strabiliati proprio dall’ ultimo verso dell’ incisione sulle porte del regno dei morti : “lasciate ogni speranza voi che entrate”. Tutte le altre parole vicine, quelle che precedono questo verso e quelle che immediatamente lo seguono, tutta la frase in cui il verso è inserito, l’ intera storia della Divina Commedia, sono tutti elementi in un certo qual modo appresi, co-intesi, tenuti sempre a mente come nozioni di sfondo mentre il vostro intendere estraente privilegia proprio quel verso che vi ha colpito. La caratteristica peculiare dell’ attenzione è quella di conferire a certi oggetti, tra i tanti presentati in una molteplicità, un qualche privilegio grazie al quale essi divengono oggetti percepiti per sé, essa non è però in alcun modo una qualche proprietà degli oggetti, non aderisce affatto ad essi, agli oggetti l’ attenzione si rivolge solo in maniera intenzionale: potrebbe trattarsi di finzioni, allucinazioni, gli oggetti potrebbero non esistere affatto nonostante la nostra attenzione sia rivolta proprio ad essi.  Husserl deve dunque distinguere tra cadere-nella-percezione e cadere-nella-apprensione: percepite sono quelle parti dell’ oggetto o quell’ oggetto intero verso cui la nostra attenzione si rivolge, apprese sono invece anche quelle parti implicitamente percepite, che vengono co-intese nella visione d’ insieme in un solo sguardo, delle prime dunque si darà apprensione totale (percezione), delle seconde solo apprensione parziale, confusa, indistinta. Vi sono però molte altre componenti che possono influenzare le differenze di chiarezza con cui gli oggetti ci si manifestano all’ interno del campo visivo momentaneo, oltre a quelle che riguardano l’ attenzione del soggetto di cui fino ad ora si è discusso. Taluni oggetti si impongono da sé alla percezione, e dunque all’ attenzione, tanto che risulta impossibile lasciarli inosservati, trascurarli, quando essi sono presenti. Il fischio acuto di un treno in partenza a pochi passi da voi, una forte esplosione, il fulmine nella notte scura, sono oggetti di percezioni che è praticamente impossibile trascurare, perché si impongono con forza al nostro sguardo. Al contrario, è impossibile sentire suoni di intensità troppo ridotta o vedere oggetti sotto una certa dimensione. Vi sono inoltre casi in cui non è l’ oggetto in sé a imporsi, a volte sono le circostanze in cui un qualche oggetto si mostra alla percezione, e non l’ oggetto stesso in quanto tale, a rendere la percezione inevitabile: si pensi a un uomo nudo che cammina tranquillamente tra la folla, in piazza del Duomo, lo noteranno tutti, sebbene di per sé sia uguale di statura a tutti gli altri individui che compongono la folla e sebbene egli stia camminando normalmente come tutti gli altri.  Ancora, poiché il fatto che l’ oggetto sia avvertibile o inavvertibile non dipende, come si diceva, solamente dalle proprietà obiettive dell’ oggetto, Husserl si rende ora conto che le differenze nella chiarezza sono attribuibili anche, in certi casi, al come delle ricezione soggettiva. Immaginiamo che il soggetto percepente sia molto molto assetato, muovendosi tra le bancarelle di una fiera subito si imporrà alla sua attenzione un chiostro che vende limonata ghiacciata, mentre i baracchini che vendono salamelle, prosciutti,pesce fritto, passeranno del tutto inosservati. La chiarezza della percezione dipende, in ultima analisi, anche dal numero degli oggetti che sono percepiti in un solo sguardo: “il numero degli oggetti osservabili contemporaneamente in un solo atto di osservazione è limitato, ma dentro questi angusti confini vale che tanti più sono gli oggetti, tanto più la chiarezza decresce”, su meno oggetti ci concentriamo, tanto meglio ne coglieremo l’ essenza. All’ unità dell’ oggetto corrisponde un interesse unitario, la cui intensità è direttamente proporzionale alla chiarezza con cui esso viene percepito. Ma immaginate ora la seguente situazione: state osservando dalla vostra finestra una strada in pieno giorno, c’ è dunque in primo luogo una percezione continua (la strada, i marciapiedi, le insegne dei negozi, le macchine parcheggiate), ma in secondo luogo vi sono percezioni che contemporaneamente vi si accavallano fugacemente e che non condividono l’ interna continuità che caratterizzava la prima. Automobili e motorini sfrecciano di continuo sotto il vostro sguardo, senza che la vostra attenzione si possa rivolgere ad essi in maniera particolare, privilegiante: dalla parte della percezione dominante vi è dunque un interesse dominante, che perdura, pienamente organizzato; dalla parte delle seconde invece vi sono interessi sfuggenti, superficiali e solo incidentalmente stimolati, meno sviluppati e sconnessi tra loro. C’ è un ultimo problema che sorge nell’ analisi husserliana sul fenomeno dell’ interesse: quando esso è appagato, esso stesso si spegne. Proprio come ciò che ha per noi valore ma è già in nostro possesso non ci soddisfa neanche lontanamente, mentre ci tormenta invece il desiderio di ciò che ancora ci manca, allo stesso modo quando abbiamo a che fare con un’ osservazione esauriente e onnicomprensiva l’ interesse svanisce, perde d’ intensità, se le diverse componenti oggettuali vengono frequentemente percepite e ci diventa familiare ogni singolo particolare della cosa, la cosa stessa ci stufa, diventa noiosa. Nel decorso percettivo, lo scivolare del nostro sguardo su tutti i lati dell’ oggetto si spiega proprio per questo fatto, ovvero perché è sempre il nuovo a eccitare l’ interesse, mai il già noto. Nel decorso percettivo nuove intenzioni vengono suscitate ad ogni passo, quando l’ interesse è appagato, quando un’ intenzione trova riempimento, l’ interesse stesso si spegne suscitando un nuovo gruppo di intenzioni che si riferisce a quei momenti oggettuali che ancora devono offrirsi per la prima volta al percepire chiaro e diretto. Questi ultimi, rispetto agli interessi riempiti che ormai ci siamo lasciati alle spalle, risultano senza’ altro privilegiati dalla nostra curiosità. Nell’ ottica husserliana dell’ edificazione di una teoria della conoscenza, l’ interesse risulta essere il motore dell’ intero processo conoscitivo. “La funzione psicologica dell’ interesse è questa: è un motore per il mio desiderio di conoscenza, mi spinge a una considerazione più ravvicinata dell’ oggetto, mi occupa con nuovi fenomeni percettivi che portano a percezione propria sempre nuovi aspetti parziali dell’ oggetto”.

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