philosophy

John Searle – “Vedere le cose come sono”

Per Searle, tutte le teorie tradizionali della percezione da Cartesio in poi hanno in comune uno stesso errore di fondo: il dualismo concettuale, ovvero la supposizione che noi non percepiamo direttamente gli oggetti e gli stati di cose del mondo, ma percepiamo direttamente soltanto le nostre esperienze soggettive. Noi percepiamo invece direttamente gli oggetti e gli stati di cose, i quali hanno con evidenza un’ esistenza completamente indipendente dal nostro percepirli o meno, e li percepiamo direttamente nel senso che non si percepisce prima qualcosa’ altro (Brentano e Twardowski) per mezzo del quale poi si percepiscono gli oggetti del mondo. Se provate a chiudere gli occhi, gli oggetti del mondo continueranno ad esistere come prima, quello che cesserà sarà la vostra percezione (visiva) di essi. Quello che Cartesio e i suoi successori non avevano intuito è l’ esistenza di due elementi distinti: gli stati di cose ontologicamente oggettivi che voi percepite direttamente e le esperienze ontologicamente soggettive che voi fate di essi, i primi esistono nel mondo e sono indipendenti da noi, fanno parte di un terreno percepibile comune a tutti gli animali dotati di organi di senso (chiunque può  vedere questo tavolo davanti a me), i secondi esistono invece interamente nella nostra testa e sono personali (nessuno può vedere l’ impressione che io ho del tavolo). Di tutto questo si è a conoscenza ancora prima di iniziare una qualsiasi forma di teoria, si tratta di qualcosa di scontato, non appena si comincerà invece un ragionamento filosofico sulla percezione, come Searle si accinge ora a fare, verrà in luce un terzo elemento, ovvero la relazione causale per mezzo della quale la realtà ontologicamente oggettiva causa necessariamente quella ontologicamente soggettiva. Quello di cui Searle parla è un rapporto di causazione diretta, se provaste infatti a descrivere la realtà oggettiva che vi appare e poi provaste a descrivere la vostra esperienza soggettiva di essa, utilizzereste le medesime parole, la descrizione sarebbe perfettamente identica nei due casi: questo perché l’ esperienza soggettiva ha un contenuto intenzionale, essa è vuota prima di ogni atto intenzionale, e si dirige per trovare riempimento verso le cose del mondo. Le due descrizioni coincidono perché la percezione non è, come hanno creduto i filosofi, un fenomeno astratto, ma essa è un evento di causa-effetto come tanti che avvengono in natura, si tratta di un fenomeno prettamente biologico con uno scopo specificatamente biologico, ovvero dare conoscenza al soggetto del mondo reale. Anche gli animali percepiscono il mondo, non si tratta dunque di un accadimento strabiliante che ha investito soltanto l’ uomo, come la Ragione. L’ intenzionalità è quella caratteristica del cervello per mezzo della quale la mente  è diretta o verte su oggetti e stati di cose del mondo. Gli stati intenzionali potranno essere soddisfatti, quando la descrizione del contenuto combacia con gli stati di cose del mondo, o non essere soddisfatti, quando le due descrizioni non combaciano, il contenuto fissa nell’ ontologia oggettiva le proprie condizioni di soddisfazione. L’ allucinazione è un’ identico tipo di esperienza percettiva, dotata di un contenuto intenzionale ma non di un oggetto verso cui l’ intenzione è rivolta. Quando immagino di vedere un’ oasi nel deserto, io propriamente non vedo nulla, non esiste alcun oggetto verso cui le mie intenzioni (che pure esistono) si rivolgono per il semplice fatto che, se un altro uomo fosse messo nel mio stesso punto del deserto in condizioni psicologiche normali, egli non vedrebbe nulla.  Mettendo la questione sotto questo aspetto, il lettore potrebbe essere indotto a credere che, dunque, quello che io vedo in mezzo al deserto, non potendo dunque trattarsi di un’ oasi reale, sia una mia idea di oasi, un’ oasi n che non esiste nel mondo ma esiste invece nel mio cervello. Ma supporre che le esperienze interne siano esse stesse oggetto della percezione è uno degli errori più grandi che Searle tenta di superare in questo testo. L’ esperienza visiva soggettiva non si può vedere, perché essa stessa consiste nel vedere qualunque altra cosa.  Tutti gli argomenti contro il realismo diretto, ovvero contro quell’ orizzonte di senso che Searle intende recuperare nell’ ambito della filosofia della percezione, si basano sul medesimo errore: il principio fenomenico, che Searle chiama, appunto, il “Cattivo Argomento”. Ecco di cosa si tratta. La premessa su cui si fonda questa teoria è la constatazione che esperienze percettive veridiche e esperienze allucinatorie siano fenomenologicamente indistinguibili, altrimenti la parola stessa “illusione” non avrebbe alcun senso. Nel caso allucinatorio la percezione non è veridica, eppure anche in questo caso il soggetto è pur sempre cosciente di qualcosa, egli vede qualcosa, eppure si diceva che, in questi casi, l’ oggetto dell’ intenzione propriamente non esiste. Il problema è stato così sbrogliato dai filosofi: nel caso dell’ allucinazione voi non vedete un oggetto materiale, eppure vedete qualcosa; nelle opere di Cartesio, Locke e Berkeley questo qualcosa si chiama “idea”, Hume lo chiama “impressione”, Ayer e Price lo chiamano “dato sensoriale”. Fino a qui, poco o nulla da obiettare. Si diceva però che, per ipotesi, l’ esperienza allucinatoria è del tutto indistinguibile dall’ esperienza veridica, perciò qualsiasi cosa diciamo sull’ allucinazione dovremo anche dirla nel caso di percezioni veridiche, per descrivere i due casi dovremo usare le medesime parole e trarre le medesime conclusioni: non si vedono mai, perlomeno non direttamente, oggetti materiali o altri fenomeni ontologicamente oggettivi, ma si vedono soltanto dati sensoriali. Secondo Cartesio e Locke questi dati sensoriali assomigliano agli oggetti reali del mondo per ciò che concerne le qualità primarie, questa è la teoria rappresentazionale della percezione (non percepisco mai cose, ma rappresentazioni delle cose). Berkeley sostiene invece che gli oggetti materiali siano semplici collezioni di dati sensoriali, le uniche cose che esistono sono le menti e le idee che Dio infonde loro. Per Kant tutto ciò che possiamo percepire sono, come per Cartesio e Locke, rappresentazioni, fenomeni, ma, per garantire l’ oggettività epistemica, egli pone le cose stesse  a fondamento delle nostre rappresentazioni soggettive, ma ciò non toglie che la realtà noumenica rimanga pur sempre inconoscibile direttamente. Secondo Hume, infine, “tutte le nostre percezioni dipendono dai nostri organi, dalla disposizione dei nostri nervi e degli spiriti animali”. Ad esempio “quando premiamo un dito contro un occhio immediatamente percepiamo che tutti gli oggetti diventano doppi, e la metà di essi viene rimossa dalla sua posizione comune e naturale”: tutto questo, per Searle, è un’ assurdità. Non sono gli oggetti materiali del mondo, ovvero l’ ontologia oggettiva, a diventare doppi, siamo noi che li vediamo doppi, sono le nostre esperienze visive soggettive ad essere doppie. Inoltre, noi sappiamo già da sempre cosa sia il fenomeno del vedere doppio, quando vediamo, ad esempio, due alberi davanti a noi sappiamo benissimo che, in realtà, si tratta di un solo albero e che il motivo per cui lo vediamo doppio è che, poco tempo prima, ci eravamo coscientemente premuti un dito su un occhio. Tutte le nostre esperienze percettive  sono davvero dipendenti dallo stato dei nostri organi, ma gli oggetti del mondo reale non dipendono in alcun caso dal nostro percepirli in questo o quest’ altro modo. Il passo falso del Cattivo Argomento è, per Searle, quello in cui si sostiene che sia nel caso dell’ allucinazione che nel caso della percezione veridica abbiamo consapevolezza di qualcosa: questa affermazione è ambigua perché contiene due significati possibili di “consapevolezza di”, il cui uso non è intercambiabile. Se dico di avere consapevolezza di un oggetto materiale, mettiamo ad esempio che io dica di avere consapevolezza di un tavolo, “consapevolezza di” descrive in questo caso una relazione intenzionale tra me e il tavolo, io ho provato una sensazione di cui il tavolo è la causa, il tavolo è l’ oggetto intenzionale. La presenza e le caratteristiche del tavolo saranno le condizioni di soddisfazione di quella mia sensazione. Se io dico invece di avere consapevolezza di un mio sentimento soggettivo, di una mia passione o di un mio stato d’ animo o stato fisico, mettiamo ad esempio che io abbia consapevolezza del mio dolore, la “consapevolezza di” sarà coscienza di questa mia esperienza soggettiva, privata. I due casi sono da tenere ben distinti per un fatto semplicissimo: chiunque può vedere o percepire al mio posto  il “mio” tavolo, nessuno può vedere o provare al posto mio il mio dolore. Certamente vi è qualcosa di comune tra la percezione veridica e l’ allucinazione, ma non può trattarsi dell’ oggetto della percezione (i dati sensoriali), perchè, nel primo caso l’ oggetto è una cosa oggettiva del mondo, nel secondo caso l’ oggetto non esiste affatto. Si tratta della confusione tra il contenuto e l’ oggetto dello stato intenzionale: l’ elemento comune è proprio il contenuto, con le sue condizioni di soddisfazione, che nel caso allucinatorio non potranno però mai essere verificate, perché manca l’ oggetto. La stessa confutazione deve valere per tutte le altre versioni tradizionali dell’ argomento, quali quella del bastone che sembra storto perchè immerso per metà in acqua, della moneta rotonda che sembra ellittica se vista da una certa prospettiva, del pugnale di Macbeth. In sintesi, l’ esperienza percettiva cosciente è, per Searle, una presentazione intenzionale diretta dell’ ontologia oggettiva, presentazione appunto, e non rappresentazione. Ma non solo è sbagliata la tradizione filosofica, anche il modo di concepire la percezione proprio del senso comune è falso. Secondo questo, la visione sarebbe una ricezione passiva di stimoli provenienti dalla realtà circostante e una successiva produzione di esperienze visive da parte dell’ apparato neurobiologico. Stando a un tale resoconto, dunque, due persone dotate di un apparato neurobiologico normale, se messe a confronto con gli stessi stimoli percettivi dovrebbero avere praticamente la stessa identica esperienza visiva. Gli scienziati hanno dimostrato, al contrario, che durante la crescita del bambino il cervello “impara” come vedere in maniera “normale” rafforzando alcuni circuiti visivi ed eliminandone altri. Ad esempio, persone  cieche dalla nascita che avevano riacquistato la vista grazie a delle operazioni chirurgiche non avevano affatto una visione “normale”: le esperienze culturali, educative e legate allo sviluppo influenzano le capacità visive, la capacità di Sfondo del soggetto influenza ogni sua percezione. Lo stesso stimolo visivo produrrà infatti reazioni differenti nelle diverse persone in relazione alle capacità di Sfondo che quelle stesse persone mettono quotidianamente in campo in ogni vissuto.

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Searle propone l’ illusione dell’ anatra-coniglio, prelevandola in realtà da Wittgenstein, per dimostrare proprio questo punto, ovvero che ogni vedere è, per via delle influenze dello Sfondo, sempre un vedere-come, cioè un’ interpretazione degli stimoli percettivi da parte del cervello: la stessa figura chiunque può vederla come un’ anatra o come un coniglio. Noi siamo davvero cervelli in una vasca, nel senso che ogni nostra conoscenza e ogni nostra esperienza nasce proprio dall’ interpretazione degli stimoli che riceviamo dal mondo ad opera del nostro apparato neurologico. La nostra conoscenza si basa su tutto ciò che noi riceviamo dal mondo, ovvero niente di più che “botte sui nervi” o, detto meglio, irritazioni della superficie della retina oculare o stimolazioni di altre terminazioni nervose periferiche. La differenza tra lo scenario reale e quello fantascientifico di un film come Matrix è interamente dovuta al fatto che il mio cervello in una vasca reale si trova nel mio cranio e i segnali che riceve non provengono da un computer ma dalle terminazioni nervose periferiche e attraversano tutto il nostro corpo. Il mondo ci viene presentato in maniera pre-linguistica, noi usiamo le presentazioni pre-linguistiche che il mondo ci offre per costruire rappresentazioni linguistiche. Gli empiristi classici riconobbero il fatto che la conoscenza espressa linguisticamente debba avere il proprio fondamento nella percezione, tuttavia il Cattivo Argomento li portò fuori strada.  Oltre alle abitudini, alla cultura in cui si è nati e cresciuti, alle disposizioni d’ animo, anche le credenze possono influenzare e cambiare la fenomenologia dell’ esperienza: se credo che questa sia la mia automobile, essa mi apparirà diversa da tutte le altre auto della stessa marca, stesso modello e stesso colore, io saprò identificarla . Il riconoscimento di un singolo oggetto particolare all’ interno delle condizioni di soddisfazione avviene per un motivo apparentemente molto banale: il soggetto ha avuto esperienze precedenti con quel particolare oggetto che identifica, esso è proprio lo stesso che ha causato una miriade di esperienze percettive passate. Io riconosco la mia Volkswagen polo nera tra tutte le altre Volkswagen polo nere semplicemente perché essa mi appare familiare, dal momento che ho avuto una molteplicità di relazioni intenzionali passate proprio con quell’ oggetto particolare. Giunto a questo punto, Searle passa ora ad analizzare più a fondo il fenomeno delle esperienze percettive e nota che esse sono tipicamente strutturate in maniera gerarchica. Ci sono diversi livelli percettivi, e ogni livello superiore richiede una percezione del livello inferiore: per poter identificare “la mia automobile” dovrò prima vederla come una determinata tipologia di automobile, e questo a sua volta mi richiede di vederla come qualcosa che ha una certa forma, un certo colore etc… Al livello più basso della gerarchia si trovano le caratteristiche percettive di base, ovvero qualcosa che si può percepire senza dover percepire prima nessun’ altra caratteristica per mezzo di cui poi percepirle. Le caratteristiche percettive di base appartengono, ovviamente, all’ ontologia oggettiva, ma ad ognuna di esse corrisponde una particolare esperienza visiva soggettiva. La domanda che ora Searle si pone è la seguente: “in che modo caratteristiche specifiche del campo visivo ontologicamente soggettivo presentano caratteristiche del campo visivo ontologicamente oggettivo quali proprie condizioni di soddisfazione?” o, detto più chiaramente, “perchè l’ ontologia oggettiva causa direttamente e necessariamente una particolare ontologia soggettiva ?”. Searle sta cercando di spiegare il motivo per cui sia un fatto evidente che questa esperienza soggettiva, ad esempio la percezione di un oggetto rosso, se soddisfatta, essa deve necessariamente essere un caso di visione di un oggetto rosso. La risposta è che tra la proprietà di essere rosso e la proprietà di essere in grado di causare un’ esperienza del rosso vi è una relazione interna e sistematica. Innanzitutto bisogna ricordare che l’ esperienza visiva soggettiva non è essa stessa rossa, essa non si vede affatto, i colori sono osservabili da tutti mentre le esperienze visive no: il rosso emette fotoni di circa 6500 unità armstrong, mentre l’ esperienza visiva non emette nulla. Ne viene che, per un oggetto rosso che appartiene all’ ontologia oggettiva, “essere rosso” significa essere in grado di causare esperienze ontologicamente soggettive del rosso. “La capacità di Sfondo biologicamente data presuppone che l’ oggetto percepito sia qualunque cosa abbia causato l’ esperienza percettiva stessa e che l’ oggetto in questione consista, almeno in parte, nella capacità di causare esperienze come questa” (e non altre) . Ma che dire dunque per tutte quelle percezioni che non riguardano solamente caratteristiche percettive di base ? Perché, ad esempio, l’ esperienza visiva del vedere un abete richiede necessariamente come sua condizione di soddisfazione proprio un abete ? Ho imparato a riconoscere un abete vedendo abeti, e il risultato è che quando vedo un albero che, più precisamente, è un abete, io lo vedo proprio come un abete. Anche “essere un abete” è in parte costituito dall’ avere le caratteristiche visive proprio di un abete: posso fare un composto delle caratteristiche percettive di base per ottenere la totalità dell’ oggetto. “Essere un abete” è una caratteristica percettiva di livello superiore che però si basa e si fonda sull’ identificazione delle caratteristiche percettive di base. C’ è infine un’ ultima domanda a cui Searle si accinge  a dare risposta: come posso essere sicuro che tutte le altre persone abbiano più o meno le mie stesse esperienze visive ? Potrebbe anche essere che quando io e te discorriamo di un oggetto rosso, e lo definiamo rosso appunto, in realtà le nostre esperienze visive siano del tutto diverse. Entrambi rimaniamo stupiti della bellezza di un quadro di Monet, ma i tratti di pennello e i colori e le figure che vediamo sono gli stessi per entrambi ? Se non si dovesse trovare una risposta a questo quesito, il naufragio nel mare dello scetticismo risulterebbe inevitabile. La risposta è che, semplicemente, tutti gli uomini hanno apparati visivi simili. Gli scienziati possono dare risposte abbastanza sicure quando danno giudizi sulle esperienze visive dei gatti, eppure nessuno scienziato è mai stato un gatto per esperire direttamente come i felini vedono il mondo. Le certezze si basano sulla presupposizione (corretta) della base neurobiologica dell’ esperienza e sullo studio del cervello dei gatti, della retina oculare dei gatti etc… E’ una presupposizione di Sfondo del nostro uso del vocabolario dei colori che ci sia uniformità nelle percezioni del rosso, del verde, del giallo, del blu, e la base di questa presupposizione è che noi sappiamo con certezza che i meccanismi biologici che producono queste esperienze sono gli stessi in persone diverse, semplicemente gli occhi di ogni individuo sano funzionano nella stessa maniera.

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One thought on “John Searle – “Vedere le cose come sono”

  1. Searle approfondisce il problematico rapporto tra visione e percezione e questo è un dato importante per lo studio dell’arte visiva. Trovo esaustiva la sua dissertazione e ben supportata da una scrittura chiara e comprensibile.

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