literature/philosophy

Louis-Ferdinand Céline, un viaggio al termine della notte del Novecento

Parigi, 1913.

 

“Era l’ora, e la stagione, in cui il Bois appare forse più molteplice, non solo perché è più suddiviso, ma anche perché lo è in un modo diverso. Persino nelle zone scoperte, dove si abbraccia un vasto spazio, qua e là, contro le cupe masse lontane degli alberi che non avevano più foglie o avevano ancora le loro foglie estive, un doppio filare di ippocastani accesi d’arancione sembrava, come in un quadro appena iniziato, la sola cosa che l’artista avesse dipinta per ora, mentre sul resto non aveva ancora cominciato a stendere il colore, e offriva il suo viale in piena luce alla passeggiata episodica di personaggi che sarebbero sopraggiunti solo in un secondo tempo.[…] E il Bois aveva l’aspetto provvisorio e artificioso di un vivaio o di un parco in cui, per scopi botanici o per la preparazione di una festa, si siano appena trapiantate, in mezzo ad alberi di tipo comune non ancora rimossi, due o tre specie preziose, dal fogliame fantastico, che sembrano creare intorno a sé una sorta di vuoto, un’aria più vivida, una luce più vibrante”.[1]

 

Parigi, 1932

 

“La natura è una cosa spaventosa e anche quando è decisamente addomesticata come al Bois, continua a dare una sorta di angoscia ai veri cittadini. Allora si abbandonano facilmente alle confidenze. Niente che valga come il Bois de Boulogne, bello umido, recintato, unto e spelato com’è, per far affluire i ricordi, incoercibili, nella gente di città a passeggio tra gli alberi. […] L’immenso ventaglio del verde del parco si dispiega sopra le inferriate. Quegli alberi hanno l’ampiezza dolce e la forza dei grandi sogni. Solo che gli alberi, io diffidavo anche di loro, da quando ero passato per le loro imboscate. Un morto dietro ogni albero.” [2]

 

Che cosa è successo? Qualcosa è cambiato. L’immenso parco al confine di Parigi in un primo momento assimilabile all’opera pittorica di un grande artista è ora un recinto spelacchiato; il fogliame fantastico dei suoi alberi cela un possibile soldato nemico pronto a spararti. L’artista che Proust ha fatto cominciare a dipingere, con Céline ha terminato.

Nel mentre qualcosa l’ha sconvolto, un delirio brutale l’ha scosso profondamente: la Grande Guerra ha scoperto l’uomo. Uno dopo l’altro, dall’agosto 1914 al novembre 1918, gli Stati europei hanno mandato in battaglia più di sessanta milioni di giovani: è la guerra di massa, totale, che provoca non soltanto la fine di quattro imperi – dal tedesco all’austro-ungarico, al russo, all’ottomano – ma anche la crisi dei sistemi liberali, la corsa agli armamenti e la nascita dei regimi totalitari all’origine della Seconda guerra mondiale. Nella trincea, a un passo da un nemico invisibile ma brutalmente omicida, l’uomo s’è messo a nudo; il fumo e i miasmi che ammorbano l’aria, la brutalità dei comandanti, i commilitoni fiaccati dalla sporcizia e dalle malattie sono l’unica realtà permessa, insieme alla morte. È una guerra di logoramento, una feroce carneficina e un degrado dell’uomo.

Proprio da questo trauma nasce quella che il filosofo tedesco contemporaneo Peter Sloterdijk definisce una “letteratura delle situazioni estreme”[3]. Fino al XX secolo l’origine della filosofia occidentale e della scienza risiedeva nello stupore, nella meraviglia, nel thaumazein amplificato dalle teorie ottocentesche che consideravano la storia come uno sviluppo lineare e finalistico della ragione. Da qui era nata la cosiddetta “letteratura delle situazioni medie”, ovvero il romanzo ottocentesco nel quale un narratore onnisciente s’inseriva in un contesto borghese tracciandone i diversi aspetti in maniera chiara e distinta, con quello sguardo critico, storico, genealogico nato con la filosofia illuminista e razionalista.

Già verso la fine del secolo, quando Parigi diventa “impressione” al Café Guerbois con Monet, Degas e Renoir che rompono con la pittura accademica, lo spirito oggettivo idealista fa un passo indietro; la realtà inizia a rivelarsi come un insieme di diversi punti di vista, alcuni dei quali possono incrinare e infettare quella visione del mondo positivista e progressista. La malattia dei decadenti è uno di questi punti di vista: Tonio Kröger è una prima autocoscienza incapace di oggettivarsi in quella realtà razionale, Mattia Pascal lo segue insieme a Vitangelo Moscarda e a Zeno Cosini. Alla crisi del sistema della rappresentazione romanzesca hanno senz’altro contribuito, da una parte, il diffondersi della psicanalisi di Freud e, dall’altra, la filosofia di Bergson che sgretola l’apparato filosofico razionalista, positivista e determinista.

Così nei primi decenni del secolo il romanzo aspira a rendere il presente del vissuto, percepito da chi lo vive come un sovrapporsi confuso di stati di coscienza, a una velocità tale da dare l’impressione della simultaneità: Leopold Bloom, Mrs Dalloway e l’io narrante proustiano ne sono la voce. Lo stupore iniziale introdotto sopra permane, ma s’incrina e diventa il woolfiano “moment of being” o intermittenza del cuore.

È solo con la Grande Guerra, però, che la meraviglia si trasforma in angoscia, in terrore, dalle battaglie sulla Marna si generano i mostri che popoleranno l’arte e la letteratura e trascineranno il XX sec verso i totalitarismi. Il patriottismo belligerante dei generali, segno della fondamentale crudeltà dell’uomo – nutrita da quel desiderio di uccidere ed essere uccisi che vedremo anche nell’opera di Céline – , riecheggia nell’opera freudiana Al di là del principio di piacere (1920), dove a governare l’inconscio non sono più soltanto le pulsioni di piacere, poiché accanto a esse regna un appetito di morte, autodistruttivo.

È da qui dunque che ha origine il pensiero contemporaneo, da un sentimento iniziale d’angoscia e di terrore, dalla messa in crisi della ragione umana che appare ora imperfetta, nefanda.

 

Il miglior interprete dello “scandalo novecentesco” è forse Louis-Ferdinand Céline (pseudonimo di Louis-Ferdinand Destouches) che nasce nel 1894 a Courbevoie, nei sobborghi di Parigi. Il padre è un piccolo impiegato e nel 1897 la famiglia si trasferisce a Parigi, nel Passage Choiseul, che Céline ricorda così: “È da non credersi il passage come putridume, un orinatoio senza uscita. […] Era la miseria, anzi peggio della miseria, perché puoi lasciarti andare, abbrutirti, ubriacarti, ma lì era la miseria che si tiene su, la miseria rispettabile e questo è terribile”[4]. Partecipò come volontario alla prima guerra mondiale, dove fu gravemente ferito e decorato. Esercitò la professione di medico condotto nei quartieri popolari di Parigi; e il suo primo romanzo Viaggio al termine della notte (1932), uno dei libri capitali del ‘900, è largamente autobiografico nella figura del protagonista, il medico Bardamu. Nome dal forte valore evocativo: composto da barda, che nel gergo militare francese indica l’equipaggiamento militare, e , participio passato del verbo mouvoir, cioè muovere.

L’editore Denoël ricorderà così il primo incontro con Céline: “L’idea della morte, la propria e quella del mondo, tornava nel suo discorso come un motivo conduttore. Mi descrisse un’umanità affamata di catastrofi, innamorata di massacri”. [5]E il comunicato stampa della casa editrice parla di un’opera “impossibile da classificare e da definire a causa della sua originalità”[6] .

Nel Viaggio al termine della notte materia e stile sono fusi: la scrittura disintegrata non dà modo alla ragione di incollarne i frantumi. Eppure questa stessa ragione spinge il protagonista Bardamu-Céline a intraprendere un “viaggio” alla ricerca di un senso, di una verità, di un punto fermo all’interno di una vita che ora appare tremendamente precaria, misera e crudele. Uno stile diretto rompe le strutture sintattiche e semantiche, agitando il periodo in tutte le sue parti, esattamente come s’agita e parla il reietto che ora scrive; la scrittura è diventata per Céline un simulacro di vita da versare in acconto alla morte che bisbiglia continuamente

L’inizio del Voyage, con l’esperienza bellica del protagonista Bardamu, coincide quindi con la nuova sensibilità dell’”età dell’ansia” in cui la ricerca della verità prende ormai sempre le mosse da un terrore, un’angoscia iniziali, la grande ferita della guerra. Sul fronte il protagonista non riesce a comprendere il motivo per cui il tedesco davanti a lui spari: “[…]gli avevo fatto niente io ai tedeschi. Ero sempre stato molto gentile ed educato con loro. […] La guerra insomma era tutto quello che non si capiva”[7]. Solo l’uomo, in trincea, si capiva bene; la sua vera natura emerge fra il sangue e la morte ed è quella di un essere dall’anima “eroica e fannullona”, di un escremento da spazzare via. Tornato a Parigi il tempo è cambiato, la città è cambiata insieme all’uomo: con Proust, prima della guerra, il Bois de Boulogne assumeva un aspetto preziosamente artificioso, con Céline è una natura addomesticata che angoscia i cittadini.

Il positivismo, l’industrializzazione fine ottocentesca avevano portato a una santificazione della Ragione umana, che sola avrebbe potuto intervenire sulla natura e migliorarla. Ma le pretese delle ragione, la fiducia nel progresso si sono scontrate con l’ecatombe del conflitto mondiale, catastrofe umana e filosofica, tramonto di tutte le certezze. Come può ora l’intervento della ragione sulla natura non risultare inquietante, come può quest’ultima non apparirne schiacciata, anche solo percorrendo un vialetto del Bois ?

Bardamu è ora come costretto a vivere in un mondo simile a un campo di battaglia, dove però non prende decisioni e non combatte, semplicemente osserva e soffre subendo le vicende che il caso gli riserva: in altre parole subisce l’esistenza, diventandone vittima. C’è però qualcosa che lo spinge a continuare a spostarsi, a viaggiare, a conoscere, a mettersi continuamente in gioco; ed è il desiderio di trovare il termine della notte, le prime luci che rivelino la verità di questo mondo.

Dopo aver dunque vissuto in prima persona l’orrore della guerra, la precarietà della condizione umana e la morte, Bardamu lascia Parigi e s’imbarca sull’Amiral Bragueton alla ricerca di un nuovo futuro nel continente africano. Qui tenta di fare fortuna mettendosi al servizio della compagnia coloniale La Pordurière (da ordure, ‘immondizia’), conosce lo sfruttamento coloniale, la schiavitù e l’ingiustizia. L’uomo, fin nell’angolo sperduto del continente africano, sembra essere lo stesso escremento rappresentato dai comandanti in guerra, dai soldati stanchi, dalle prostitute parigine. C’è un eccezione, una fra le pochissime figure positive del viaggio céliniano: il sergente Alcide. Costui stava sacrificando sei anni della propria vita in quell’inferno tropicale per poter guadagnare il denaro necessario a mantenere una nipotina orfana a Parigi. “Evidentemente Alcide faceva evoluzioni nel sublime come se fosse casa sua, per così dire con familiarità, dava del tu agli angeli, ‘sto ragazzo, e aveva l’aria di niente. […] Aveva l’aria proprio normale. Però non sarebbe poi tanto male se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi”.

Solo Alcide, creatura sublime, capace di amare, può però sopportare un situazione che per Bardamu si rivela insostenibile. E infatti quest’ultimo, colto dalla febbre, decide di dar fuoco alla propria capanna e di fuggire definitivamente dall’inferno coloniale.

Si apre così la terza tappa del Voyage: Bardamu è arrivato a New York, la “città in piedi”. Anche qui, in America, nella patria del dio Dollaro è una notte perenne: “ Era come una ferita triste la strada che non finiva mai, con noi sul fondo, noialtri, da un bordo all’altro, da una pena all’altra, verso una fine che non si vede mai, la fine di tutte le strade del mondo”. Broadway non è più in Céline quella larga strada luminosissima, colma di borghesi in festa che urlano il loro benessere fra schiamazzi e attrici che entrano ed escono dai teatri; Broadway è una ferita dove “noialtri” pezzenti, ci trasciniamo “da una pena all’altra” alla ricerca di una fortuna nel “bel cuore in Banca del mondo d’oggi”. Il termine di questa lunga ferita, l’au bout di questo epico viaggio notturno sembra già non arrivare mai. Bardamu, consapevole della propria miseria, è accompagnato da una perenne insoddisfazione, quasi da un senso di colpa inconscio. Egli non riesce ancora a ritenersi uguale all’uomo moralmente misero, egoista e carico d’odio con cui ha ogni giorno a che fare, e per questo soggiorna in un hotel di lusso e fugge da un bagno pubblico perché: “Quanto più lassù sul marciapiede si comportavano bene gli uomini, formalmente, tristemente anche, tanto più qui la prospettiva di potersi svuotare le trippe in tumultuosa compagnia sembrava liberarli e rallegrarli intimamente”. Il buio cesso sotto il marciapiede è l’unico luogo, insieme alla trincea in cui l’uomo tira fuori la sua vera natura; è la notte dell’anima umana, è il “basso” delle pulsioni più nere, come è anche “bassa”è la lingua usata da Céline per descriverlo.

Detroit, terza tappa del Voyage, sarà l’ennesima notte. L’esperienza di operaio alla Ford è un ulteriore conferma di quanto il singolo uomo sia ormai solo un bullone, facilmente sostituibile, dell’immensa macchina-mondo: è una pulce e merita d’essere schiacciata. “Diventavi macchina per forza anche tu e con tutta la tua carne tremolante in quel rumore di rabbia immane che ti prendeva la testa dentro e fuori e più in basso ti agitava le budella e risaliva agli occhi a colpetti precipitosi, senza fine, inarrestabili.”

Ancora non sembra possibile intravvedere una luce in fondo al tunnel, l’uomo buono non esiste tranne alcune rare eccezioni: tutto è inganno, omicidio, violenza, desiderio carnale. Bardamu non riesce a fermarsi, a trovare un luogo che non “finisca per puzzare”. Tornato in Francia e stabilitosi nella periferia parigina a Garenne-Rancy in qualità di medico, vede ulteriormente peggiorare la propria situazione; qui viene in contatto con la malattia, il dolore e la miseria. Esercita la sua professione pressoché gratuitamente, vergognandosi di chiedere soldi ai poveri sofferenti, e diventa lui stesso un miserabile incapace di prendere decisioni, impotente di fronte alla malattia e al dolore dell’uomo, in quanto fallisce nel tentativo di salvare i malati. Dall’angusto appartamento in cui abita, ode i vicini di casa picchiare la figlia, per eccitarsi vicendevolmente. L’amico Robinson, conosciuto in guerra e presenza continua all’interno del romanzo (il protagonista lo incontra anche in Africa e a Detroit), sembra perseguitarlo poiché anche lui compare a Garenne-Rancy. Antitetico al personaggio di Alcide, Robinson un uomo vittima della propria paura esistenziale, sempre alla ricerca del modo più veloce per fare soldi, sempre in viaggio come Bardamu e come lui incapace di accettare una vita tranquilla. Robinson viene coinvolto nel progetto della coppia Henrouille di uccidere l’anziana Madame Henrouille per impadronirsi del suo denaro. Il tentativo di omicidio fallisce, Robinson rimane ferito agli occhi e perde la vista. Bardamu ha ora il compito di curarlo e lo fa, privo di qualsiasi senso di colpa, lontano da ogni tipo di etica:“Bisogna chiamare le cose col loro nome, quello mi fruttava ottocento franchi al mese”. La notte – metafora centrale del romanzo – ora cinge anche lui e nella periferia parigina è ancora più nera, più truce; comincia provare un certo gusto a essere uomo, cioè a essere bestia: “Ero soprattutto colpevole di desiderare in fondo che tutto quello andasse avanti. E che anche non ci vedevo quasi più controindicazioni ad andare tutti insieme a gironzolare sempre più lontano nella notte”.

Bardamu, curato l’amico, è già stanco di Garenne-Rancy “a mano a mano che si resta in un posto persone e cose si sbracano, marciscono e si mettono a puzzare apposta per voi”. Deve scappare ancora, partire, subire l’uomo e l’esistenza da qualche altra parte. Sarà a Parigi, in Place du Tertre, nel cuore di Montmartre, che Bardamu rifletterà sul suo passato guardando ubriaco il cielo notturno e immaginando lì, fra le nuvole scure, tutte le persone che ha perso durante il suo cammino: vecchi pazienti, amanti, soldati con cui aveva combattuto e uomini incontrati nelle colonie africane:”Insomma tutti quei disgraziati, erano diventati angeli senza che me ne sia accorto! Adesso ce n’erano le nuvole piene di angeli stravaganti e impresentabili, dappertutto!”.

Solo ora che si rende conto di essere anch’egli una pulce del mondo, egoista e meschino, povero e privo d’ogni morale, sembra accorgersi delle persone che ha incontrato nel corso della sua esistenza. In una notte parigina ripercorre il suo viaggio, nel profondo del cielo notturno rivede tutti quei miserabili come lui che non ha saputo amare, che ha dimenticato e lasciato indietro nella loro puzza umana. Nella notte parigina egli è solo: “come ovunque, d’altronde, una notte enorme che si mangiava la strada a due passi da noi”.

Dopo un ultimo saluto a Rancy, Bardamu si reca a Tolosa sulle tracce di Robinson, il quale era stato spedito là, insieme con la vecchia Henrouille, dalla coppia omicida. Appena arrivato in città, il protagonista scopre che Robinson sta per sposarsi e che gestisce con la vecchia Henrouille un’attività molto redditizia: guadagna infatti molto denaro sfruttando una grotta del luogo, in cui sono conservati antichi resti umani. Ma Robinson non è contento, la sua sete di denaro lo spinge a desiderare la morte della vecchia per guadagnare lui solo l’intero profitto della grotta; una notte ancora più nera avvolge l’amico di Bardamu, che cieco e avido non si limita a guadagnare sui morti, ma per denaro dà lui stesso la morte gettando la vecchia Henrouille dalle scale che conducono alla grotta. Il giorno dopo aver appreso la fine della vecchia, Bardamu senza salutare nessuno corre alla stazione e prende il primo treno per Parigi: non vuole farsi coinvolgere in quest’altro losco affare, in queste macabre tenebre che avvolgono la vita dell’amico.

Tornato a Parigi, il protagonista trova lavoro presso l’Asilo psichiatrico del dottor Baryton (ultima macrosequenza del romanzo) a Vigny-sur-Seine. Qui finalmente Bardamu sembra trovare una certa tranquillità, vitto e alloggio pagati erano tutto quello che poteva desiderare stante la sua miseria. Interessante la riflessione che egli fa osservando i matti aggirarsi per i corridoi e i giardini dell’istituto: “[…] l’orrore per lo più gli restava dentro. Loro lo coltivavano e lo preservavano il loro orrore, personalmente, contro le nostre iniziative terapeutiche. […] non posso fare a meno di dubitare che esistano altre autentiche realizzazioni del nostro io più profondo che non siano la guerra e la malattia, questi due infiniti dell’incubo. La gran fatica dell’esistenza non è forse insomma nient’altro che questo gran darsi da fare per restare ragionevoli venti, quarant’anni, o più, per non essere semplicemente, profondamente se stessi, cioè immondi, atroci, assurdi. L’incubo di dover presentare come un piccolo ideale universale, un superuomo da mane a sera, il sottouomo zoppicante che ci hanno dato”. I matti, carichi di notte e orrore anche loro come tutti gli uomini, sono gli unici in grado di mostrarlo quest’orrore, di non volerlo a tutti costi mascherare dietro apparenze di grandi uomini onesti, felici e liberi. I matti non si travestono, sono uomini che decidono di essere se stessi, immondi, atroci e zoppicanti. L’esistenza dell’uomo apparentemente normale è correre dietro a una farsa, è cercare di celare in ogni modo la guerra che ognuno di noi si porta dentro fra l’autenticità dell’atroce e la farsa della bontà mentre la malattia è il rifiuto di mistificarla, è portarsi dentro il proprio orrore e mostrarlo al mondo.

Questa importante riflessione rivela come ormai Bardamu non creda ad alcuna luce; l’au bout della notte non è un termine, una fine effettiva oltre la quale una luminosa verità dell’esistenza verrà a risanare gli animi. L’au bout è sì un termine, ma che coincide col punto più profondo, più estremo della notte. La stessa parola è francese può avere infatti entrambi i significati di fine e di punto estremo, punto più profondo.

Il romanzo si conclude con la morte di Robinson. Costui si era recato nell’Asilo psichiatrico da Bardamu chiedendogli di essere internato come matto per scappare dalla moglie che non riusciva ad accettare un abbandono. Fin da subito il protagonista appare scettico sull’ospitare Robinson, spaventato all’idea che costui si portasse dietro altro orrore, coinvolgendolo un’altra volta. Non si sbagliava, dopo qualche tempo infatti l’ex moglie Madelon riesce a trovare Robinson. Dopo strenui tentativi di convincerlo a tornare con lei e ad amarla, dopo che costui le risponde: “Eh bè, sei tu, che mi ripugni e mi fai schifo adesso! Non solo te!… Tutto!… L’amore specialmente!… Il tuo e quello degli altri…” lei, vittima della stessa guerra interiore di cui sono vittime tutti gli uomini di Céline, non riesce più a governare il suo orrore con la razionalità e spara un colpo di rivoltella nella pancia di Robinson per scappare subito dopo nella notte della periferia parigina. Rimasti soli a doversi occupare di Robinson, Bardamu e i colleghi lo portano all’Asilo dove però muore poco dopo per un’emorragia.

Nelle ultime pagine, mentre il protagonista si dirige verso il commissariato per firmare il verbale dell’accaduto (è tarda notte), si assiste a una riflessione conclusiva di Bardamu sulla sua vita. Quella ricerca della verità da cui aveva preso le mosse il viaggio del protagonista trova qui una risposta: “Ma non c’ero che io, […] un Ferdinand autentico al quale mancava quel che farebbe un uomo più grande della sua povera vita, l’amore per la vita degli altri. […] Non avevo una grande idea dell’uomo io.” La verità è che la vita è breve e precaria; la gioventù trascorsa al fronte annienta qualsiasi tipo di speranza, la malattia che il protagonista conosce in prima persona per la sua professione di medico distrugge il corpo in modo altrettanto orribile quanto l’odio che ciascuno nutre per il prossimo avvelena l’anima. “La verità è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte”. L’opera si chiude come si è aperta; nel silenzio, nella notte, nella morte: “[…] che non se ne parli più”.

 

È l’anno 1932; è l’anno in cui il Partito nazionalsocialista raccoglie il 37% dei voti. Il silenzio che chiude l’opera céliniana accompagna l’inizio di una seconda catastrofe, apre i campi di sterminio, sgancia una bomba atomica. Come un uomo che enuncia la sua verità per poi zittirsi e guardarla avverarsi, così Céline. La seconda guerra mondiale sembra essere la conferma della verità céliniana; la morte come verità silenziosa nella notte di un secolo che lascia attoniti tutti, dagli intellettuali alle vittime stesse.

 

Irene Arpe

 

 

 

[1] Marcel Proust, Dalla parte di Swann, Mondadori, Milano, 1983, traduzione di Giovanni Raboni.

[2] Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio, Milano, 1992, traduzione di Ernesto Ferrero.

[3] Peter Sloterdijk, Non siamo ancora stati salvati, Bompiani, Milano, 2004, (a cura di A. Calligaris e S. Crosara)

[4] Louis-Ferdinand Céline – La Paura di tacere- Documentario di Rai Sat

[5] Ernesto Ferrero, Cèline ovvero lo scandalo di un secolo, in: Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, op. cit.

[6] Ernesto Ferrero, ibidem.

[7] Céline, op. cit

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