literature/novels

I quaderni di Adrian (capitolo 1 )

Sono un uomo che ha vissuto. Tutto è stato vano, o quasi. Certe disposizioni d’ istinto, certi modi di fare, è difficile scrollarseli di dosso. Tutta la mia vita è stata un’ immensa stronzata, una ricerca, una gran presa per il culo. Mi sono fatto fregare. L’ ho cercata, la bellezza, forsennatamente. Sono sicuro che se l’ avessi trovata forse sarebbe stato amaro, duro da sopportare, ma tanto mi è scappata, è fuggita via come una colomba. Ho rivoltato ogni angolo del globo, per scovarla, la stronza ! Forse si è nascosta per tutto il tempo dentro di me, e io che ce l’ avevo così vicina me la sono lasciata scappare.  Era a un passo da me, e io la cercavo altrove, la invocavo da lontano. Sono stato un vero idiota: la bellezza mi ha reso inviso ai mortali.  Loro ci sguazzano, nelle loro schifezze, adorano fare i maiali. Non ho visto in loro nemmeno un residuo di eternità. Che si fottano tutti ! L’ uomo ha sempre cercato di mettermelo in quel posto. Adesso tocca a me schiacciarlo come un insetto, tocca a me metterlo a nudo. Queste pagine saranno la mia vendetta contro il mondo. Mi chiamo Adrian Sperelli e dono le mie memorie a quella rozza della storia. Chissà, forse saprà farne buon uso. Mi auguro che i posteri sappiano accogliere la mia anima, adesso che è nuda, autentica, adesso che il bianco velo della Giustizia è stato rimosso. Ecco la verità.

*

Ho un vago ricordo dei tempi della casa paterna, della mia infanzia non mi sono rimasti che pochi istanti.  Il babbo, la mamma ed io abitavamo in una piccola casetta borghese, ben arredata, ben tenuta… la mamma si occupava di tutto. Non aveva occhi che per la casa, lei. Esteriormente, tutto era perfetto. La nostra famigliola, alla prima occhiata, poteva senza ombra di dubbio dirsi felice. Il guaio era quando calava il giorno. La notte ha sempre messo l’ uomo a nudo, come la guerra.  Quando giungeva la sera, il tempo non passava mai… addormentarsi era un supplizio. La mamma mi sbatteva a letto presto, molto presto, nemmeno il tempo di finire di cenare che già “era tardi”, “il giorno dopo dovevo andare a scuola” e altre scuse del genere. La verità, era che il babbo scalpitava… non poteva sopportare quando un marmocchio come me gli impediva di svuotarsi la saccoccia nel ventre caldo di sua moglie. Di che lamentarsi ? E’ il dono della vita. Non avevo nulla da ridire sul fatto che scopassero, non mi sarei mai permesso di impicciarmi, solo quantomeno avrei voluto poter restare sveglio, guardare un poco la tv. Niente, non si fa. Tutte le notti erano uguali. A cena non si parlava di niente, si aspettava. I soliti pettegolezzi. Le domande che mi ponevano erano artificiose, scontate, dieci minuti si prolungavano per l’ eternità. Dietro ogni sguardo del babbo, si nascondeva un “caccia a letto quella carogna !”, dietro ogni sillaba che pronunciava avrei potuto cogliere un’ allusione a quanto la mia presenza fosse di impiccio. A volte quei due maiali, troppo impazienti, iniziavano già a stuzzicarsi in mia presenza. Si mandavano bacini frivoli da un capo all’ altro del tavolo, sotto di esso strofinavano teneramente un piede contro un piede. Il silenzio a fine pasto era il segnale, già l’ uccello del babbo si rizzava. Le nove, le dieci, ormai capivo di stare diventando insopportabile, così mi congedavo e mi chiudevo in cameretta. E così, ogni notte, io mi rivoltavo nel letto dalla noia, non riuscendo a prendere sonno, loro si rivoltavano nel letto dal piacere. Era l’ Inferno, e da una bolgia simile  ero sbucato fuori io, inatteso, insospettato, inopportuno. Un figlio né troppo piccolo né troppo grande è sempre un terzo incomodo. Dal mio cantuccio ai confini ultimi del cosmo, io potevo udire tutto, ero onnipresente. I momenti che mi infastidivano di più erano quelli iniziali, poi la cosa partiva e il tutto diventava quasi divertente, ritmico. Dietro il preludio si nascondeva invece tutta la  vanità della mamma e tutta la brutalità del babbo: mentre questo tentava goffamente di acciuffarla, la mamma civettava come una chiocca, sgambettando qua e là per la stanza tra fastidiosi risolini e occhiate provocanti. Tirava fuori la lingua per leccarsi tutto intorno alle labbra, sperando di tirar fuori al babbo un po’ di umanità, sperando di piacergli. Mamma era più vecchio stile, avrebbe voluto essere sedotta, corteggiata, avrebbe voluto un uomo educato che garbatamente le sfilasse la camicetta e le mutande, carezzandole piano i seni e le cosce e baciandola teneramente sul collo per farla avvampare. Lei ci provava sempre a fare un po’ la civetta, per ingentilire il babbo, per fargli capire che doveva comportarsi con garbo e scoparla con passione. Era un’ ochetta, tutta pettegolezzi e frivolezze. Col babbo non attecchiva, nulla da fare. Al terzo bicchiere di whiskey si alzava, afferrava la mamma per un braccio e le sbatteva la testa sul tavolo. Non le toglieva nemmeno i vestiti, si limitava ad alzarle la sottana sulla schiena. Uno schiaffo sul culo e poi sette, otto, nove tonfi secchi, a vederli sembrava la stesse gonfiando. Un minuto di gridolini sordi, sette, otto, nove squittii e tutto finiva lì, in uno spruzzo. Io ero stato quello spruzzo,dieci anni prima. Mamma gemeva, non sembrava godere ma soffrire, il babbo grugniva. Quando aveva finito, si riallacciava la patta tirando su con il naso, poi tornava al suo whiskey mordicchiando un lungo sigaro nero. Mamma non si muoveva, almeno per qualche minuto stava lì, con le chiappe all’ aria, la figa straziata e gocciolante, il rammarico di aver sposato una bestia.

*

La notte era ancora peggio, una notte su tre avevo gli incubi. Questa dei brutti sogni mi sembrava una malattia, era un supplizio da cui non era possibile scappare. Non so perchè, ma il carcere tornava sempre, era una fissazione. Ogni notte venivo processato per omicidio, per furto, per frode, per violenza, per vigliaccheria, e ogni notte un avvocato dalla faccia odiosa e scavata dalla cocaina mi puntava il suo ditaccio sudicio contro, indicando un grande pericolo per la società. Ogni notte il martello del giudice  rimbombava per l’ aula del tribunale facendo da eco alla sentenza, quel rumore sordo mi trascinava nella disperazione, gran parte delle volte mi svegliavo già a questo punto madido di sudore. Qualche volta è successo che mi pisciassi addosso, e allora guai se il babbo lo avesse saputo ! Piovevano randellate su randellate, sulla testa dei piscioni. Ero solo, solo in tutto l’ universo in quei momenti, tutto avviluppato nella piscia. Tutto quello schifo caldo e giallastro era uscito dal mio cosino e mi impiastricciava le gambe, ed io zitto zitto dovevo zampettare come un idiota a cambiarmi, a pulirmi, a mettere tutto a posto prima che i grandi se ne accorgessero. I grandi sono intransigenti, non ti aiutano in queste cose, ti puniscono. E’ così che si impara: col bastone. Non sempre me la facevo sotto però, certe volte il supplizio si prolungava. Dal tribunale mi ritrovavo in una topaia scura, sporca, si capiva subito dalla brandina senza lenzuolo né cuscino e dal cesso alla turca che sembrava un immondezzaio, che si trattava della cella di una prigione. Era la volta dei secondini, allora. Toccava a loro divertirsi, facile e felice è la vita dei potenti: era il loro turno di menare le mani, di sbattermi in faccia la violenza dell’ uomo.  Il distintivo era il segno che loro erano i padroni, col bastone, noi le pecore da far rigare dritto. Più che i padroni, forse loro erano i cani, enormi mastini da guardia pronti a spezzarti il collo per uno sguardo troppo audace, per una parola di troppo, per il nostro desiderio di libertà. Il manganello faceva molto male quando te lo picchiavano sulle costole, perfino in sogno. Tutte le ossa cigolavano. I lividi ti s’ imprimevano sul corpo come tatuaggi, per giorni interi. Le cicatrici erano fondamentali, in prigione, si portava rispetto a quelli che venivano massacrati. I pochi che venivano risparmiati dai secondini, venivano macellati dai prigionieri. Prima ti picchiavano a sangue, poi in due o tre ti tenevano fermo e uno da dietro te lo metteva in culo. Più ti dimenavi, più cercavi di liberarti, più quelle checche sadiche si eccitavano. Gli brillavano gli occhi, quando ti divincolavi come un ossesso tra le loro braccia, era la loro gioia più grande.  I pasti dei carcerati erano nauseanti, le celle sporche, le docce pericolose. Chissà perchè, finivo sempre con i peggiori negri come compagni di cella, energumeni di duecento chili di muscoli e nemmeno un po’ di sale in zucca, nemmeno un briciolo di compassione per un novellino come il sottoscritto. Mi obbligavano a pulire la loro merda, mi usavano come valvola di sfogo per i loro anni buttati tra quelle sporche mura, in mezzo a quegli scarti d’ uomini. Del resto li compatisco, non posso che scusarli : la loro vita era effettivamente uno schifo. Le carceri sono roba per animali: un allevamento intensivo di uomini, per spremere loro tutta la voglia di vivere che serbano in corpo, così come alle mucche si succhia avidamente il latte. Per le grandi menti dello Stato, era più o meno la stessa cosa: in un caso la violenza serviva per procurare cibo, nell’ altro per garantire la sicurezza. Quei negri capivano bene di essere le macchine difettose del sistema, capivano bene che la loro non era affatto vita, tutta un’ esistenza poteva essere sprecata per un crimine. Premere il grilletto al momento sbagliato, nel posto sbagliato e contro la persona sbagliata, è più o meno come spararsi nel cranio. Non è forse la vita in carcere del tutto uguale alla morte ? Buia, monotona e spaventosa. Nessuno ne parla mai, tutti la temono, è lo Stato che butta nel cesso le pedine che sono state mangiate, perché hanno fatto un passo falso. Cristo insegnava il perdono, ma Cristo non è mai esistito nel cuore degli uomini. Non si tratta di altro che di un’ istituzione. La Chiesa è Cristo, e la Chiesa non perdona nessuno. Soltanto i ricchi vengono salvati, la miseria è peggio del peccato originale. E’ la Chiesa a decidere chi era Cristo, e cosa ha detto Cristo, e cosa insegnava Cristo e tutta questa immensa marea di cazzate. E così, giusto per non farcelo mancare, nei miei sogni di prigionia compariva sempre anche padre Alberto, con il suo sorriso tanto inscalfibile quanto artificioso, le sue mani viscide sempre intente ad accarezzarti il volto, fingendo di volerti bene. La verità, era che noi tutti gli facevamo parecchio schifo, e che a me la sua carità mi metteva il vomito. Quando pronunciava le sue parole d’ amore per il prossimo, quando tramandava il messaggio divino sulla Terra, era l’ Ipocrisia a ficcargli le parole in bocca, una dietro l’ altra, imparate a memoria quando ancora faceva lo scolaretto in qualche convento di suore. L’ Ipocrisia lo gonfiava di buone parole così come si ingozza di cibo un’ oca per il fois gras. Padre Alberto aveva un modo strano di distribuire l’ ostia attraverso le sbarre, sembrava che distribuisse uno spuntino a una marea di sfollati affamati come bestie. Faceva cagare, l’ ostia, fottuto pane insapore senza nemmeno un pizzico di sale. Non avrebbe sfamato nemmeno un uccellino, e noi di fame ne avevamo parecchia. Padre Alberto, per quanto indulgente e caritatevole, era quello che più di tutti mi stava sulle palle. Cercava continuamente di farci amare Dio, ci prometteva la salvezza, ci giurava l’ eternità e la purezza per le nostre anime corrotte, ma non capiva che un manipolo di morti non poteva amare Dio. Un pasto caldo, un letto senza ragni né topi su cui riposare, una donna con cui fare l’ amore, la libertà, questo volevamo, ce ne sbattevamo le palle di Dio. Lui ci aveva scartati. Se davvero è lui a decidere dei destini umani, bè che se ne vada pure a fare in culo ! Proprio io dovevo beccarmi la prigione ?

*

Al babbo e alla mamma piaceva la vita di società. Da quando ho memoria hanno sempre avuto un certo complesso di inferiorità nei confronti del miraggio borghese per eccellenza: la popolarità. La loro più grande gioia era invitare gente su gente per la cena, per un’ aperitivo, per un drink, e così spesso mi trovavo tra le palle metà del vicinato, tutti allegri e pronti a ingurgitare piatti su piatti di leccornie a spese di mio padre. Nessuno rifiuta un pranzo gratis, anche se può costare qualche seccatura. Il babbo e la mamma mi mostravano agli invitati così come si espone una mercanzia in vetrina, con un sorriso idiota stampato in volto mi obbligavano a salutare tutti, a baciare tutti, ad essere carino ed educato con tutti. Era l’ imperativo borghese: buono, zitto, educato, stupido. In queste occasioni la mia angoscia più grande era la signora Paola, un’ ultra ottantenne più morta che viva, che pur di partecipare alle fastose cene di mia madre si trascinava da un capo all’ altro della città sui gomiti, trafitta dai crampi dell’ età, tanto vecchia da non riuscire nemmeno a fare due gradini di scale. Che morisse ammazzata ! Che il Tempo se la pigli ! Ogni volta che mi apprestavo a schioccare un bacio sonoro su quelle guance sudate, flaccide, piene di silicone e ricoperte da uno strato di crema e trucco e unguenti spesso due dita, mi salivano i conati di vomito. Preferivo leccare, nel sogno, la merda del negro, del mio compagno di cella, piuttosto che quella pelle corrosa dai secoli. Una mummia avrebbe portato gli anni meglio di lei, la chirurgia plastica aveva fallito il suo intento. Ho sempre creduto che, se fossi riuscito a chiudere quella stronza megera in una stanza molto calda, tipo in una sauna, lei si sarebbe sciolta, avrebbe iniziato a squagliarsi. Le sue due tettone sporgenti come balconi sul mare erano un immondo manipolo di rughe, mi ci schiaffava la faccia dentro quando mi abbracciava. Non vedeva un bel cazzone robusto da una ventina d’ anni ormai, da quando il marito se n’ era andato, forse il problema della sua coglionaggine era tutto lì. Una donna rischia di impazzire, quando perde l’ arma della seduzione, quando l’ età le sottrae il suo fascino. Con gli anni, si ritrovano tutte sbattute con violenza in faccia alla vita, e fa male.Quando una donna inizia a imbiancare, per lei è la fine, è debole. Per questo ripiegano tutte nei salotti, nella chiacchiera, nel pettegolezzo, si inacidiscono e non trovano niente di meglio da fare che parlare male degli altri. L’ invidia è una brutta bestia, e così ogni giovane donna, sulle loro labbra, diventa una troia senza pudore, ogni bel giovanotto un farabutto, un ladro, uno scansafatiche, ogni bambino un perdigiorno. Forse la signora Paola lo sapeva di quanto facesse schifo, immagino rabbrividisse anche lei quando si guardava allo specchio. Non me ne frega un cazzo. Basta che la smetta di chiedermi con insistenza di sedermi sulle sue orride, flaccide, putride cosce, basta che la pianti di mollarmi un pizzicotto dietro l’ altro sulle guance, non amo le confidenze dei morti. Non potrebbe restarsene nell’ aldilà ? Perché è ovvio che, quando non è qui in casa a scroccare cibo, è nell’ aldilà che sta, quella mummia marcia. La signora Paola parlava sempre, ogni secondo. Credo che nemmeno le botte le potessero tappare quella dannata boccaccia. Sputacchiava di continuo, mentre parlava. La dentiera si muoveva a scatti, perdeva lentamente i pezzi la signora Paola. Un granello di forfora qui, un capello caduto di là, un dente marcio a destra, uno sputacchio a sinistra: non era ancora morta e già si stava decomponendo. Di questo, però, sono certo che non se ne accorgesse. Si vestiva ancora come una gran dama, sapeva ancora tenere perfettamente testa a qualsiasi interlocutore, chiacchierava che era una meraviglia. Quando riusciva ad attaccare bottone a qualcuno, sembrava rinascere, gli occhi iniziavano a sfavillarle dalla contentezza. Pigolava senza fermarsi un secondo, pigolava e pigolava e non la smetteva un istante nemmeno per prendere fiato. Quelle cazzate su una borsetta di Chanel, o su delle scarpe di Gucci, o su una sciarpa di Louis  Vuitton furono, grazie a Dio, le sue ultime parole.  Dopo una delle tante serate passate in casa nostra, crepò sola come un cane sul suo divano, mentre guardava la televisione. Nessuno si accorse del decesso, quando dopo due o tre giorni la trovarono lì, immobile, con la bocca digrignata e la bava che colava sul petto, già il cadavere puzzava, puzzava tanto. Morendo, si era cagata addosso. Succede spesso, ai morti, di cagarsi addosso, che gliene frega ? Furono i vicini ad avvisare le autorità, proprio per quella puzza immensa che dilagava per il pianerottolo. I figli erano troppo occupati a spartirsi l’ eredità per organizzare i funerali: chiamarono in fretta e furia il notaio non appena seppero della morte della madre, il prete e i becchini dovettero aspettare.

*

Dopo il decesso della signora Paola  i pranzi e le cene della mamma si interruppero per un paio di giorni. In casi come questi bisogna sempre simulare un po’ di sconforto, bisogna avere ritegno, se no subito sulla bocca di tutti inizi a sembrare un insensibile. La verità era che della signora Paola non fregava un cazzo a nessuno. La mamma non sopportava tutto ciò che ostacolava la sua vita sociale, la malediceva dagli inferi: “proprio adesso doveva crepare, quella vecchiaccia, proprio oggi che è arrivato un cesto di frutta così succulento ! proprio oggi che non ho nulla da fare, e mi farebbe tanto piacere organizzare un pranzetto…”. Tutta la sua noia si riversava sulle spalle del babbo. In quei momenti quasi lo capivo quando, sbronzo marcio, la conciava per le feste. Quando la mamma non aveva nulla da fare, quando non aveva nessuno con cui zabettare, diventava un ossesso. Sulla sua bocca, tutti noi facevamo schifo. Il babbo guadagnava bene, ma mai abbastanza. Sulla tavola imbandita e rigogliosa a detta della mamma c’ era sempre qualcosa che mancava. Il babbo sfacchinava come uno  schiavo per degli scampi, ed ecco che lei vuole le ostriche, si sbatteva forsennatamente per vini bianchi e rossi di qualità, per le bottiglie di Porto, ed ecco che manca lo champagne. Il babbo subiva, zitto zitto. A dire la verità, il babbo subiva sempre. Non gli piacevano i salotti, le chiacchiere, i pettegolezzi, in quell’ ambiente lì ce l’ aveva ficcato la mamma a forza. Non ci voleva proprio entrare lui, ma mamma ce lo spingeva forte, e lo adorava ogni volta che conquistava un qualche successo mondano. Il sogno della mamma era l’ uomo di corte, e il babbo doveva adattarsi.  Inizialmente lo vidi restio a tutti quei cinguettii, a quei modi garbati con cui i ricchi si stringono la mano, a tutti quei piccoli intrighi di palazzo che gli hanno sempre tartassato le palle. Una discussione con loro era un martirio. Ti rosolavano per bene a furia di spettegolare, e quando era il tuo turno dovevi andarci giù pesante, se volevi destare un qualche interesse. Fiumi di parole convergevano in una marea di cazzate. Il babbo ci provava, ma non sempre si dimostrava all’ altezza di tanta idiozia. Quell’ uomo, però, sapeva incassare, poteva soffrire o annoiarsi a morte per delle ore senza mai fiatare, sapeva sempre fingere di esser contento, soltanto il whiskey lo faceva ribellare. E così passò un’ intera  giornata in silenzio, travolto  dai mugugnii continui della mamma. Il babbo ci sguazzava in quelle lamentele, mamma sembrava  affogarlo pian piano. Era in un mare di merda, quando la mamma attaccava bottone. La casa non era abbastanza in ordine, bisognava chiamare una domestica, l’ auto non era abbastanza nuova, bisognava comprarne un’ altra per fare bella figura, servivano nuovi fiori esotici per il terrazzo, bisognava pagare il macellaio, l’ ortolano, tutte le pulci che sbafavano a gratis contando sulla vanità di mia madre. Idiota ! Tutto il vicinato sbafava e trincava facendo affidamento sulla busta paga del babbo, e tutto questo non bastava mai. Come sempre, giunse la sera. Certe volte avrei preferito che il sole non tramontasse mai, eppure qualcuno doveva pur tappare la boccaccia a quell’ oca di mia madre. Di questo, ovviamente, il babbo se ne rese conto soltanto dopo il quarto o quinto bicchiere tracannato. Per colpa della signora Paola, eravamo soli. Mamma era una stupida, continuava. Non la piantava un attimo. “Fallito !” diceva a mio padre, “Fannullone, quand’ è che cominci a lavorare ?” diceva a me. Chiedeva a gran voce al cielo il motivo per cui aveva sposato un poveraccio come il babbo, rimpiangeva le file e file di principi ricchissimi che avrebbero fatto a gara per la sua mano quando ancora era giovane e bella. E il babbo incassava, e più incassava più alzava il gomito. “Sei un grasso maiale !” gli diceva, “non c’ è niente che vada in questa casa, non c’ è nemmeno un po’ di classe ! Un po’ di stile !”. Il mobilio da migliaia di euro non le bastava, non le bastava nulla. Voleva tutto, tutto ciò che un uomo poteva ottenere lei lo voleva. Tutto per sè, tutto regalato. Voleva che il babbo le portasse in dono tutto l’ universo, e che sudasse parecchio per conquistarselo. Come sempre in questi casi, mi dileguai. Ero di nuovo solo nella mia cameretta, aspettavo che calasse il sipario del solito spettacolino pornografico. Ma la mamma si ostinava con le lamentele, continuava a fracassare le palle. Chioccava a non finire, quella lì, era impossibile spegnerla. Non mi sarei stupito se a momenti le fosse sparato fuori un uovo dal culo. A un tratto superò il limite. Sentii improvvisamente delle grida, degli schiamazzi. Si erano passati il testimone, adesso era il babbo a insultare. “Cagna ! Troia ! Mi spezzo la schiena per te !”. A giudicare dalle grida, sembrava più il contrario, sembrava che adesso fosse lui a spaccare la schiena a lei. Un vetro si ruppe. Poi una sedia e dei piatti. Tutto quello che capitava tra le mani del babbo finiva sfracellato contro il muro, contro il soffitto, piovevano cocci in casa nostra. Mamma se ne prese due o tre in piena testa, si tagliò. Il sangue non impressionò troppo il babbo, ormai era slanciato, impossibile fermarlo. L’ agguantò, già le aveva pestato un occhio, era livido. Fu la volta del culo. Il babbo aveva una certa ossessione, per il culo. Quando doveva menare le mani, era sempre lì che mirava. Si sfilò la cintura dalle fibbie dei pantaloni e iniziò a pestare forte. Sciaff !…e un grido… Sciaff!…seguito da un altro grido… Per la prima volta, rinchiuso in stanza, non mi divertii affatto: ebbi paura. Temevo che poi sarebbe potuto toccare a me.Ne contai una ventina, di cinghiate. Erano belle forti, facevano male soltanto a udirle.  Mi stringevo in me stesso, soffrivo anche io. Avevo paura… Tutto il giorno dopo la mamma zoppicò come un’ idiota, ma non per questo stette un attimo zitta. Continuava a rompere il cazzo, continuava a  vedere tutto sporco, tutto in disordine, tutto imperfetto… e sì che la sua bella lezione l’ aveva ricevuta…

 

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