literature/novels

I quaderni di Adrian (capitolo 2)

In mezzo a tutto quello schifo, la nonna era la salvezza. Se ne veniva spesso, a sbafare da noi e a civettare, a immergere la sua solitudine sul nostro divano. La sprofondava là, in mezzo ai cuscini, tutta la sua amarezza, sembrava che tentasse di annegarla in quel mare di piume. Non ci riusciva, chiaramente, ella tornava sempre a galla. L’ angoscia immensa di morire sola trapelava da ogni suo sguardo. Soltanto adesso, mentre scrivo, la sento tanto vicino a me, soltanto adesso posso capirla. Gloria non ne aveva avuta, si era persa. Il dado era tratto, a ottant’anni non c’ è più un cazzo da fare. Letteralmente, la nonna non aveva un cazzo da fare. Fintanto che la salute glielo impediva si annoiava a non finire. Così era sempre qui con noi, tra queste mura d’ Inferno, a sbrodolare idiozie. Oltre ai figli e ai nipoti, non le era rimasto nessuno, tutti i suoi conoscenti se ne erano lentamente andati. Smocciolava decine e decine di fazzoletti davanti a telenovelas squallide, senza un minimo di senso. Si perdeva tra le effusioni dei personaggi, le loro scaramucce, i loro drammi mondani, addirittura si alterava e arrossiva tutta per le loro scaramucce, e rimpiangeva la giovinezza. Soltanto questo le piaceva, il rimpianto. Forse proprio per questo mi viziava tanto, era molto affezionata a me, credeva di avere una seconda opportunità per fare da madre. Macché, con una bestia come il sottoscritto! Sono stato uno schifo d’ uomo !  Freddo e glaciale, non la cagavo di striscio. La ignoravo, la sua pelle mi sembrava puzzasse di vecchio e di stantio tanto quella della signora Paola. Era uno scempio. Sono io che rimpiango, adesso, sono io che mi sento un idiota. Ma non si può più tornare indietro sui propri passi, bisogna fottersene di tutto ciò che è stato. Mai dimenticare, ma fottersene. La nonna mi riempiva di moine, voleva che stessi sempre con lei. Non ci si abitua facilmente a tutte queste attenzioni, non mi fidavo. Le servivo per la sua seconda vita, questo mi infastidiva. Non avevo ancora iniziato a vivere la mia, di vita, che già venivo costretto a perdere tempo con lei, dietro ai suoi capricci: questo pensavo, a quel tempo. Spesso l’ ingenuità dei bambini è ignobile, dietro ai gesti più semplici può nascondersi tutta la meschinità dell’ uomo. La nonna era una persona semplice, la mondanità della mamma la spiazzava. Sembrava reverente nei suoi confronti, era come se credesse che la figlia avesse raggiunto il traguardo che lei si era posta per tutta la vita, senza riuscire a raggiungerlo. Invidiava i suoi manicaretti, invidiava le sue discussioni nei salotti, invidiava il suo charme e la sua eleganza. La società la storpiava, sembrava soffrire di continuo. Non ci riusciva a far sembrare a tutti di stare a suo agio, non ci riusciva a civettare e a pigolare come tutti, a bisbigliare cazzate di orecchio in orecchio, eppure ci provava con tutti i residui di energia che ancora aveva in corpo. Si sforzava, stringeva i denti, digrignava tutto il volto in centinaia di sorrisi e ammiccamenti, con scarso successo. Ho sempre odiato profondamente questa sua messa in scena. Dico io, se sei una persona sola, dimenticata, beh accontentati di startene con te stesso ! Accettati ! E invece no, il richiamo dei salotti era troppo forte, troppo seducente. Si vestiva come una scema ogni volta che metteva piede in casa nostra, si presentava con capigliature improbabili fuori moda ormai da decenni, indossava orecchini chilometrici che le pendevano fino al collo e vestiti sfarzosi, da regina. E’ chiaro che desiderava con tutta se stessa essere adulata tanto quanto la mamma. Faceva le fusa per le coccole, come una gatta grassa e spelacchiata. Non sempre però reggeva l’ umiliazione. Chiunque avesse conosciuto la nonna soltanto in una situazione mondana, beh sappia che di quella donna conosce solo una maschera mal riuscita. Non era per lei, eppure la agognava : il dramma dell’ uomo. Certe volte, fuori di sé per lo sconforto, fuori luogo come un pesce fuor d’ acqua, fuggiva dai banchetti, dalle chiacchierate, da tutto quel marciume, e mi portava con sé. Era la pace. Passeggiavamo ore e ore mano nella mano, erano istanti interminabili di piacere. Mi portava a sentire le orchestrine che suonavano per strada i loro strumenti, mi faceva ascoltare musica classica  da piccole cassettine logore che inseriva nello stereo dell’ automobile e mi portava a mangiare  il gelato. Quelle due palline mezze sciolte, che mi si squagliavano sulle mani e sui vestiti, una alla fragola e una alla stracciatella, per me erano meglio di qualsiasi fastoso convito. Era la pace, la pace, la pace di un tempo che adesso è perduta. Per la prima volta mi sentivo libero, ho sempre amato i colori dell’ aria aperta. Le mura non fanno per me, sono un uccello che ha bisogno di spiegare le sue ali, che necessita di vento e di spazio per spiccare il volo. Durante quelle brevi fughe capivo l’ essenza della mondanità: chiudersi in casa, serrarsi in una fottuta prigione di marmo e gettare via la chiave, per morire tutti insieme, appassionatamente, tra chiacchiere e biscottini. Un suicidio di massa. Libertà ! Libertà, dico io ! Rivoltatevi, uomini, a chi vi fotte il cervello ! Rivoltatevi contro i soldi, contro la televisione, contro le conoscenze e gli agganci ! Ma come farne a meno ? La mia vita è stata impossibile, proprio perché provai a farne a meno. Che se ne vada a farsi fottere pure quella stronza della nonna, allora. Mi ha rovinato la vita. La verità costa caro. Spesso sarebbe meglio tenere gli occhi ben chiusi, serrati, brancolare nell’ oscurità e aggrapparti al primo coglione che ti tende la mano. Tanto siamo tutti coglioni.

*

Un giorno come tanti la nonna si presentò da noi. Chiese di me, come sempre, voleva sapere se avevo da fare. Chiese alla mamma il permesso di portarmi con sé per il parco, mi fece vestire in fretta e furia. Non ne avevo la minima voglia, si sudava forte fuori, era piena estate. A volte il caldo sa toglierti la voglia di vivere. Me ne stavo per ore a inzupparmi sul divano, sgocciolando tutta la mia noia giù dalle tempie. Ma le mura mi stavano strette, e la nonna insisteva. Il cielo era limpido e sembrava chiedere a gran voce di essere guardato, chiedeva agli uomini di vivere. Camminare era un supplizio, il sole ti torturava. L’ afa ti stroncava le gambe, ogni passo richiedeva energie da vendere. La nonna non parlava molto mentre passeggiavamo, pensava a sopportare le falcate. Non mi sapeva stare dietro, saltellavo di qui e di là per il parco come un ossesso, ogni cazzata mi incuriosiva. Ero ancora ingenuo nel mondo, lei al contrario aveva ormai visto tutto. Quando ogni cosa che ti circonda inizia ad esserti familiare la noia dilaga. Si prende tutto, la noia, non ti lascia nient’ altro che te stesso. Dalle sue rade parole capivo quanto la nonna fosse rimasta sola, percepivo il suo amore immenso per la mamma, per me, eppure né io né lei sembravamo affatto in grado di ricambiarlo. Non avevamo alcun interesse per una vecchia, ormai fatta e finita, io per la distanza di età che ci separava, e la mamma per la distanza sociale con cui la aveva distanziata. Ci aveva provato per tutta la vita la mamma, a fare la scalata sociale. Ha sempre avuto l’ amaro in bocca di non essere arrivata fino al top, fino all’ apice del successo,  ma puntando tanto in alto qualche buon passo lo aveva pur fatto. Il vizio era la sua virtù, ma si trattava di quei vizi effimeri, vuoti, vanitosi, feudali. La nonna aveva i piedi ben più saldi a terra, era la sua carne e il suo sangue. Vendeva cara la pellaccia, la nonna, aveva sgobbato duro per tutta la vita. “Gambe in spalla e pedalare”, diceva lei. Aveva sempre fatto lavori umili, non aveva mai gustato i fasti e i demoni della ricchezza, e ora che non aveva più molto da sperimentare era evidente che la vita sociale della mamma rimaneva il suo pallino fisso. La voleva, la voleva con tutta se stessa, eppure fuggiva portandomi con sè. Fuggiva dalla paura e dalla vergogna come un cane bastonato, zitta zitta, la coda tra le gambe, a piccoli passettini.  Perché ? Debolezza ? Paura ? Forse guardava semplicemente in faccia la realtà: lei di quel mondo non ci faceva parte, non ci aveva mai fatto parte e per giunta quando tentava di interagirci non sembrava essere ben accetta. Io le volevo bene, alla nonna, ma era impossibile dimostrarlo. Baciarla ? Impossibile, era madida di sudore da fare schifo. Era sfinita. Sgambettava sotto il caldo a tentoni, brancolava nel buio, vacillava. Zigzagava come una scema per la fatica. Sembrava non reggersi in piedi. Finalmente,venne il momento di viziarmi, il mio preferito.  Ero al centro del mondo, era  il mio momento di gloria ! Camminando eravamo giunti davanti al gelataio. Una calca immensa si spingeva e si strattonava facendo la fila per un cono o una coppetta. La folla era viscida, ti appiccicavi come una ventosa alle carni imperlate di sudore, umidicce, soffocanti. Spingevano tutti, si incanalavano verso il bancone come una folla di morti alle porte del Purgatorio. Catone non c’ era, a mettere ordine col bastone, era il caos, il tumulto, l’ anarchia. Pigia e ripigia, non ti muovevi di un passo. Sembrava di osservare centinaia di lumache, una sopra l’ altra, che si accavallavano come ossessi per i propri bambini che squittivano. Tutti i marmocchi, seduti sulle panchine, frignavano per avere il gelato, lo volevano subito, erano impazienti, e così i genitori si ammazzavano. Grida, guaiti, insulti si alzavano verso quel cielo splendido, limpido e puro. Sembravano deturparlo. Le nuvole erano deluse dell’ uomo, rimproveravano i bambini per i loro schiamazzi e i genitori per la loro foga di viziarli. Sfrignazzavano tutti, i marmocchi, volevano il pane. Loro che sono grassi e pacioccosi come prosciutti, vogliono il pane ! Uno sfollato senza tetto non mugugnerebbe a quel modo: i poveri, quelli veri, gli affamati,  muoiono in silenzio, non se li caga nessuno quando schiamazzano. Col tempo capisci la lezione. Ma quei bastardi poppanti frignavano, continuavano a frignare, volevano ingurgitare tutto, tracannare, ingozzarsi ! Che si affoghino, nel gelato, i porci ! Vogliono sguazzare, fin da bambini. Depravati si nasce, boriosi, incancreniti dal lusso. La nonna si gettò nella calca, con audacia. Anche io scalpitavo, come tutte quelle piattole sedute vicino a me sulle panchine. Un piccolo pidocchio si mise persino a piangere forte, capriccioso da fare schifo. Schiamazzava, cinguettava, cicalava, gridava, si agitava, avrei voluto mollargli una gran secca sul grugno in modo da dargli un motivo valido per dimenarsi tanto. Che gran rottura di cazzo, i bambini ! All’ improvviso la folla si sciolse, si aprì in un cerchio e le grida raddoppiarono. Chiamavano un medico, avevano smesso di azzuffarsi. Perfino il gelataio smise di fare il proprio lavoro e si precipitò anche lui nella calca, con il suo camice bianco tutto sporco di cioccolato. Le grida raddoppiarono, tutti erano stupiti e agitati. Un uomo gridò di chiamare un’ ambulanza, era il panico. Che succede ? Ancora non capisco. Non trovo la nonna… la cerco con lo sguardo… la chiamo… Mi infilo anch’ io, tra tutte quelle braccia che si agitano e quelle gambe che scalpitano, in quella folle mischia. Il centro della ressa era vuoto, c’ era solo la nonna ad occuparlo. Eccola lì ! Trovata !  Aveva la bava alla bocca e gli occhi chiusi. Era sdraiata pancia in sù sull’ erba, sembrava congelata. Un morto è uguale a una statua venuta male, una pietra mal levigata da nascondere sottoterra. La guardavo fissa sul grugno, ancora madida di sudore. Non sapevo che fare… accasciarsi sul suo corpo e piangerla ? Troppo teatrale… Scappare via ? Infantile… Stetti immobile, come un sasso. La morte si vive eccome, eccola qua, è la vita a spiattellartela in faccia. In bella mostra, tutti in fila, a guardare il proprio futuro. Ultima meta è la morte, improrogabile è la morte. Ed eccola finalmente qui, davanti a me, in carne ed ossa, tutta accaldata dal sole e appiccicaticcia, distesa sull’ asfalto a pancia all’ aria, senza pudore, con le sottane tirate fin sopra la vita. Le si vedevano i mutandoni, alla nonna, tanto era stramazzata. Quando vidi la morte  non sapevo se né come presentarmi, non capivo se fosse carino o meno  salutare… non è tempo di cortesie… la morte si presenta da sola… la morte sa già tutto su di te… meglio tacere. Per un istante almeno, uno solo, il silenzio regnò tra gli astanti. Tutto il parco sembrava improvvisamente congelato. Non un fiato, non una sillaba. Fu un momento solo, costernato, impudico, illuso. Non appena allontanarono il cadavere tutti tornarono ai loro posti in trincea, spalla contro spalla, gomito contro gomito, a pigiarsi verso il bancone dei gelati. Spingi, grida, mordi, strattona, urla, bestemmia, insulta, sbraita, scazzotta, salta, sempre la solita solfa. I bimbi ricominciano a frignare. Io continuo a starmene immobile… non so più cosa fare… ho imparato qualcosa. Sono stato iniziato alla vita, sono stato iniziato alla morte. La morte è la vita, e la vita è la morte, si fondono insieme, due anime in un unico corpo…passione…furore… impeto… noia… e non c’ è più domani, non ci sono più certezze. C’ è soltanto la nonna, lì, immobile…non può muovere un dito… non può più cinguettare… è sola in questo momento… lo sarà per sempre… sarà un pasto caldo per vermi… se ne è andato lo spirito… sottoterra toccherà al corpo. E’ uno schifo !

                *

I funerali sono l’ evento sociale per eccellenza. C’ è tutta l’ essenza della mondanità tra la cerimonia, le condoglianze, le lacrime, i saluti, la processione… un popo’ di roba da imparare su come comportarsi… bisogna saper essere educati con tutti… ma allo stesso tempo non si può apparire degli insensibili… Dio santo, la nonna era morta ! Era importante far vedere a tutti quanto soffrivamo, quanto eravamo costernati, quanto eravamo distrutti, quanto avevamo bisogno del calore e della vicinanza di tutti. Era assolutamente necessario essere sempre al centro dell’ attenzione, i riflettori erano puntati verso di noi dal momento che eravamo i parenti più stretti della defunta. La mamma aveva il capogiro dall’ emozione. Mi trascinò per le strade in cerca di un abito, sotto l’ arsura. Cuocevo piano, a fuoco lento, sulla brace dell’ asfalto… la città intera era una stufa. La mamma sembrava non accorgersene, sgroppava, mi tirava, mi diceva di muovermi… Entrava in un posto, mi faceva provare le camice, i pantaloni, la giacca, il cravattino o il papillon… non le piaceva… tornavamo in strada a soffriggere… un altro posto,  nuove camice, nuove giacche e cravatte… niente, non le piaceva. Ci buttai un’ intera giornata nel cesso, per quel fottuto abito, e più o meno tutte le energie che serbavo in corpo, tutto il mio sudore ! Sembravo un chierichetto, uno di quei bravi ragazzini tutti morticini, che non dicono una parola senza chiedere prima il permesso, una di quelle mezze checchette tutta reverenze e sorrisini, un pacioccone da sbaciucchiare. Puah ! Mi sale il vomito ! Sarà il mio destino, così incartocciato e pettinato, essere mordicchiato, coccolato, punzecchiato da tutti, sarò il loro divertimento, la loro valvola di sfogo ! Questa delle carinerie sta diventando un cancro della società… siamo tutti falsi…recitiamo tutti, alla fin fine. ‘Sta volta mi toccherà la parte dell’ orsacchiotto triste, a cui è appena schiattato un caro parente… mi saranno tutti addosso… ‘na merdaccia ! La chiesa era gremita di gente, la mamma aveva distribuito inviti a destra e a manca, come per le sue cene, come per i suoi rinfreschi. Erano il suo modo di dire addio alla nonna, le frivolezze. In verità, sotto sotto, soffriva veramente. Non poteva certo darlo troppo a vedere però, e poi doveva essere all’ altezza delle aspettative. In società voleva apparire come una donna fiera, forte, emancipata. Il babbo se ne sbatteva il cazzo, anche di questo, si lasciava vivere, la carogna! Se ne stava in un angolo, tutto reverente e chiuso in se stesso, borbottava ogni tanto qualcosa, snocciolava qualche preghiera a denti stretti. Si arruffava tutto, quando venivano a porgergli le condoglianze, schizzava dal letargo e iniziava beatamente a chiacchierare. Del più e del meno… non della nonna. Cazzate, come sempre, per passare il tempo.  Il prete ci riservò un trattamento speciale, dava a vedere con maestria di essere sempre a nostra disposizione. Dalle sue dolci parole sembrava che conoscesse la nonna da sempre, che le fosse affezionato. A che cazzo servivano ? Perché c’ erano file e file di gente vestite a lutto, che ci compativano ? Miserabili ! Non erano lì per la nonna, nessuno era lì per la nonna, nemmeno noi eravamo lì per la nonna. Io e la mamma avevamo pianto abbastanza, non ne potevamo più. Il funerale ci apparve quasi come una festicciola, una mascherata piena di pagliacci di quelle che organizzano i vecchi, noiose a non finire. Tutti vestiti seri… tutti che chiacchierano… tutti bisbigliano, ammiccano, piangono… fingono…fingono….fingono. Non sanno fare altro. Poi piangono ancora un po’, recitano la parte degli afflitti. Non sapevano soffrire, si disperavano a caso, come viene viene. A un cenno del prete tutti si alzarono. Li comandava a bacchetta, quella branca di caproni, nella sua chiesa. Ci sedemmo per l’ omelia. Fummo rassicurati a non finire, un fiume di parole iniziò a colare dolcemente sui nostri cuori spezzati per rinfrescarli come un balsamo, l’ eternità era assicurata, la pace perpetua pure, lo stesso la beatitudine eterna e bla, bla, bla… La vedevo, la nonna. Al momento degli ultimi saluti avevano aperto la bara. Non era in Paradiso, non era nel regno dei cieli, non era da nessuna parte. Dimenticata, puff ! Sparita nel nulla. Era lì, davanti ai nostri occhi, vestita come una dama d’ altri tempi, bella come non era mai stata. Immobile e muta. Fredda. Sembrava contenta.

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