cinema

STAN BRAKHAGE

<< Immaginate un mondo prima di “in principio era il Verbo”>>

Stan Brakhage è uno dei maggiori esponenti del cinema sperimentale a livello mondiale e del cinema indipendente americano.

Nasce in un orfanotrofio di Kansas City, Missouri, nel 1933, con il nome di Robert Sanders. Sono Ludwig e Clara Brakhage che lo adottano e lo chiamano Stanley Brakhage.

Da ragazzo il suo desiderio più grande è quello di diventare un poeta, e grazie alla visione di Orfeo di Jean Cocteau, viene spinto a pensare che la realizzazione di film è parte integrante del mondo dell’arte tanto quanto la poesia.

Intorno ai vent’anni inizia a produrre i suoi primi film, influenzato da Eizenstejn, Jean Cocteau e dal neorealismo italiano. Interim è uno dei suoi primi lavori e viene realizzato nel 1952.

Nel 1957 Brakhage sposa Jane Collum. La loro vita familiare, con i loro figli, costituisce uno dei principali argomenti di molti dei suoi film realizzati tra gli anni Sessanta e Settanta. A questi affianca film astratti, come ad esempio The text of light, dove il soggetto non è nient’altro che la luce. Per comporre l’opera l’autore osservò la luce rifratta attraverso un posa cenere di vetro.

Nel corso della sua esperienza artistica Brakhage viene profondamente influenzato dalla poesia di Gertrude Stein, ma anche da pittori e compositori di musica classica. Pittura e musica, infatti, sono elementi determinanti nella costruzione delle sue opere.

Il filmaker muore a Victoria nel 2003 a causa di un cancro, probabilmente dovuto alle tinte utilizzate per colorare le pellicole. Durante tutta la sua carriera Brakhage ha realizzato tra i trecento e quattrocento film, utilizzando pellicole di 8 e 16 mm.

Come già citato, Jean Cocteau è punto di riferimento per le prime opere di Brakhage, in particolare con l’opera Le sang d’un poéte che segna, inoltre, la nascita del New American Cinema, gruppo del quale faceva parte lo stesso Brakhage. Le sang d’un poéte venne proiettato a New York per anni insieme a Dreams that money can buy, film realizzato nel 1949 da Hans Richter. Il lavoro di Richter è considerato determinante per diversi autori, come ad esempio Mekas, e grazie il suo insegnamento nasce nei filmaker americani l’esigenza di una riappropriazione del mezzo cinematografico e delle sue tecniche.

 Lo stile di Brakhage si è dimostrato, lungo tutta la sua carriera, come  un graduale sprofondare verso l’irrazionale. Ciò che determina una crescita, a livello artistico, nell’opera del regista è il suo totale abbandono del dramma, usato inizialmente come fonte d’ispirazione. La ricerca del materiale, della storia e della vita su cui lavorare lo indirizza infatti verso la dimensione interiore dell'”io”. Il suo cinema diventa così estremamente lirico, visionario e rituale. Inoltre è anti-narrativo, nel tentativo di far emergere nella maniera più naturale possibile, e senza censure, l’interiorità dell’autore. Quello che emerge, grazie al venir meno di una rappresentazione naturalistica, sono sensazioni, emozioni ed esperienze visionarie che seguono una temporalità onirica: viene dunque esplorato l’inconscio, ribollente sotto la coscienza ordinaria. Il tipo di narrazione di Brakhage è dunque lontano e libero dai canoni letterari, sia nella “trama” sia nell’aspetto visivo. Il suo lavoro ha la peculiarità di concentrarsi su aspetti legati alla sfera emotiva, rappresentati attraverso un minor controllo cosciente e razionale, con gesti generati da stimoli e reazioni derivati dal subconscio. Questi gesti risultano così meccanici e automatici e seguono lo steso principio su cui si basa l’ action painting.

Lo stile di Brakhage si delinea anche grazie agli interventi che l’autore effettua durante la postproduzione : sovrimpressioni, pittura a mano, graffi all’emulsione, incorporazioni di parti del negativo.

Secondo Stephen Dwoskin, importante cineasta indipendente inglese, Brakhage attraverso il suo cinema esprime un carattere poetico e vicino alla composizione musicale. I suoi film possono infatti essere considerati come sinfonie per immagini messe in successione secondo un determinato ritmo.

Un altro aspetto fondamentale nella ricerca di Brakhage è il suo rapporto con l’Espressionismo, più in particolare con l’Espressionismo astratto americano. Questo rapporto inizia ad essere evidente già nei suoi primi “trance-film” degli anni Cinquanta, dove la ricerca di forme astratte è in stretto legame con l’intensità e l’esplorazione di sensazioni, pensieri e visioni del regista.

DOG STAR MAN

Dog star man è uno dei film più importanti che Stan Brakhage ha realizzato in tutta la sua carriera e si colloca al culmine della fase lirica alla quale l’artista ha dedicato la sua attenzione nel corso della sua ricerca.

Il film viene prodotto nel 1964 e ha una durata di circa ottanta minuti, anche se viene inizialmente concepito per durare quattro ore e mezzo. Le riprese del film vengono realizzate da Brakhage presso la sua residenza tra le Montagne Rocciose del Colorado e raccolgono avvenimenti che riguardano la nascita, il ciclo delle stagioni, l’antagonismo tra uomo e natura e la sessualità. Il film si articola in quattro parti precedute da un preludio.

“Prelude” riassume e preannuncia i temi e gli aspetti principali che si sviluppano nelle parti seguenti e risulta come un complesso, confuso e caleidoscopico processo che sempre realizzarsi in epoche lontane, mitologiche e primordiali, dove numerose forme che si moltiplicano, e sembrano inizialmente indistinte, vengono messe a fuoco. Le immagini si assemblano impetuosamente: inquadrature di montagne e alberi, ripresi con una lente anaformica, il sole, la luna, cellule umane ingrandite e pannelli di colore che evidenziano la tumultuosità del processo.

prelude-dog-star-man1

“Prelude” viene realizzato da Brakhage attraverso l’unione  di due “strati filmici” capaci, una volta uniti, di compensarsi. Il primo “strato” viene visto dal regista come una sorta di base nella quale egli raccoglie il materiale che ha girato secondo un criterio di massima casualità. Il secondo “strato” è invece costruito da Brakhage con un’attenta scelta del materiale girato che propone una linea interpretativa.

Nel momento in cui i due strati vengono uniti, il secondo dà indicazioni e giustificazioni sul contenuto del primo.

Nella prima parte di Dog star man appaiono immagini della montagna, simbolo di ogni sfida e alta impresa, che si alternano a visioni generali del paesaggio e visioni particolareggiate dei singoli elementi della natura. Allo stesso tempo, la rappresentazione della montagna si alterna ad immagini di pianeti e astri. Ad un certo punto appare un uomo, interpretato dallo steso regista, barbuto e dai capelli lunghi, intento a scalare la montagna coperta dalla neve e in compagnia di Sirius, ovvero l’amato cane dei Brakhage. Numerose soggettive evidenziano l’azione dell’uomo e la sua dura lotta nell’intraprendere la scalata.

Il protagonista principale della secondo parte del film è il bambino, uno dei figli del regista. Sulle riprese del fanciullo sono sovrimpresse immagini di minerali e lo scorrimento di immagini di forme quasi indistinte e del regista. Tutta la seconda parte procede secondo un ritmo celere e incalzante che corrisponde alla velocità con cui le impressioni più diverse possono colpire la mente fresca e pure e i sensi del neonato.

dog-star-man-part-ii-19631

La conclusione di questa parte propone una visione di Brakhage che sogna la moglie, ritratta nuda, per un istante, in sovrimpressione. Questa scena di chiusura introduce il tema della terza parte.

L’amore, visto nella sua espressione sessuale, è infatti al centro della terza parte del film. Numerose sono le riprese dei corpi nudi dell’artista e di sua moglie, totalmente deformati, sovrapposti e alternati a immagini molto ravvicinate di indefiniti organi e a segni grafici eseguiti dal regista sulla pellicola.

Il soggetto principale della quarta parte è l’abbattimento di un albero morto. Le riprese dell’azione si alternano con elementi già visti nelle parti precedenti del film, come ad esempio l’artista addormentato, gli astri, gli organi, la natura, la moglie e il bambino.

Dog star man è un film che raccoglie esperienze del tutto persona dell’artista, espresse da immagini-simbolo, e vuole rappresentare l’eterna lotta dell’uomo con se stesso e con l’ambiente che lo circonda.

Il titolo fa riferimento al cane presente in un’altra opera del regista, Sirius remembered, realizzata nel 1959, dove viene documentata la decomposizione del cadavere del cane dei Brakhage e la successiva rinascita della natura. A causa di un incidente automobilistico il cane Sirius era deceduto ed era stato deposto sotto un albero del giardino della casa dell’artista. Brakhage filmò il cadavere con ripetuti movimenti simili tra loro, variati solamente dal cambio degli obbiettivi usati durante le riprese. “Vi è in Sirius remembered il premonitore apparire di simboli, veri e propri “personaggi”, che troveranno qualche tempo dopo in Dog star man il loro più pieno svolgimento” ( Alfredo Leonardi, Occhio mio dio. Il New American Cinema, Feltrinelli, 1971). Il primo  tra questi è appunto il cane, che in Dog star man risorgerà a una nuova vita piena di gioiosa furia e attivismo e la relazione con l’uomo non sarà come in Sirius remembered solo passiva, ma sarà un paritetico rapporto di mutua protezione e compagnia. Si presenta così l’idea di una vita che differisce la morte e l’immagine del cane è associata a quella delle stelle (Sirio è detta infatti Stella del Cane) che sono parte di un “tessuto cosmico” (emergeredelpossibile.blogspot.com) in cui è presente anche l’uomo.

Per meglio comprendere l’opera, in una collezione di scritti intitolata Metaphors on vision, Brakhage scrive :<< Immaginate un occhio non governato dalle leggi prospettiche create dall’uomo, e senza il pregiudizio della logica compositiva, un occhio che non risponde al nome di ogni cosa ma che deve conoscere ogni singolo oggetto incontrato nella vita attraverso un’avventura della percezione: quanti colori vi sono nel prato  in cui il bimbo, ignaro del Verde, ruzza? Quanti arcobaleni può creare la luce dell’occhio ingenuo? Quanto consapevole può essere quest’occhio delle variazioni delle onde di calore? Immaginate un mondo animato da oggetti incomprensibili e vibrante di un’infinita varietà di movimenti e di innumerevoli gradazioni di colore. Immaginate un mondo prima di “in principio era il Verbo”>>. <<Fate entrare le cosiddette allucinazioni nel dominio della percezione… accettate le visioni di sogno, sogni notturni ed ad occhi aperti, come se fossero avvenimenti reali, facendo anche in modo che le astrazioni, in così dinamico movimento quando si premono le palpebre , siano veramente percepite. Rendetevi conto del fatto che non siete influenzato solamente dai fenomeni visuali su cui siete focalizzati, e cercate di snodare le profondità di tutto ciò che condiziona la vista>>.

Un anno dopo la realizzazione di Dog star man, nel 1965 Brakhage realizza un’opera strettamente connessa ad esso intitolata The art of vision. Questo film, della durata di quattro ore e un quarto, utilizza tutto il materiale di Dog star man, che viene analizzato nei minimi dettagli, quasi con occhio scientifico. L’opera si propone dunque come una ricombinazione del girato di Dog star man, per suggerire nuove interpretazioni attraverso le immagini variamente e diversamente accostate tra loro.

Durante la realizzazione di Dog star man e The art of vision, Brakhage aveva trovato il tempo per la realizzazione di altri film di minor lunghezza. Il primo tra questi fu Thigh line lyre triangular, opera che registra la nascita del terzo figlio: la ripresa è semplice e traspare, grazie anche agli interventi pittorici realizzati manualmente, “un sereno, caldo lirismo e tranquillità” (Alfredo Leonardi, Occhio mio dio. Il New American Cinema, Feltrinelli, 1971).

Altra opera  realizzata in quest’arco di tempo è Mothlight, dove l’uso della macchina da presa è completamente assente. Per questo film Brakhage collocò infatti tra due pellicole trasparenti frammenti di falene, foglie e petali. L’operazione diede vita ad una fantasiosa visione di pezzi di vita animale e vegetale.

film_184w_bybrakhage_original

MITOPOIESI

La mitopoiesi può essere considerata come una tendenza dello spirito umano a pensare o a interpretare la realtà in termini mitologici. Secondo Stan Brakhage, infatti, un’opera deve essere creata secondo una personale mitopoiesi, ovvero una personale forma di mitologia tratta dal proprio immaginario.

In un’intervista del 1985, Brakhage afferma che uno degli aspetti principali che  fondano il suo lavoro consiste nel continuo vedere ad occhi chiusi come i bambini, che si strofinano gli occhi per produrre un’esplosione di colori e forme. Queste forme astratte sono per l’artista la materia prima capace di generare forme simboliche, strettamente legate alle sue esperienze e al suo immaginario che riporta sulla pellicola attraverso la pittura. Queste forme corrispondono dunque al pensiero dell’artista o, in altre parole, sono ciò che il suo occhio interiore vede.

Anticipation of the night è il primo film del regista sulla natura dell’esperienza visiva. Con la realizzazione di questo film Brakhage arriva ad un eclatante scoperta per la sua estetica, per l’appunto la riproduzione di forme astratte che corrispondo alla sua visione mentale.

stan-brakhages-anticipation-of-the-night-6

“Il film descrive un lungo sogno o memoria crepuscolare di visioni mescolate a ricordi infantili percepiti come presenti. L’opera si sviluppa mediante associazioni ritmiche e cromatiche evidentemente giustificate da scelte formali, ma spiegabili a un livello ancor più profondo da private ragioni affettive e irrazionali” (Alfredo Leonardi, Occhio mio dio. Il New American Cinema, Feltrinelli, 1971).

Dog star man può essere considerato il film che più esprime il concetto di mitopoiesi secondo l’autore. L’opera propone una morfogenesi nel caos che rimanda appunto alla creazione e, nell’intervista che introduce Metaphors on vision, Brakhage afferma: << […] Cominciai a sentire che tutta la storia, tutta la vita, tutto ciò che avrei avuto come materiale con cui lavorare, sarebbe dovuto venire dal mio interno verso l’esterno piuttosto che come qualche forma imposta dall’esterno verso l’interno. Vedevo tutto come mia radiazione, pensando che quanto più personale ed egocentrico fossi divenuto, tanto più profondamente avrei potuto tendermi e meglio toccare quegli interessi universali che avrebbero parlato ad ogni uomo>>.

Fonti

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...