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Man Ray: fotografia e figura femminile

  • Breve ritratto biografico

Man Ray nasce nel 1890 a Filadelfia. Il suo vero nome è Emmanuel Radnitzky – ciò suggerisce le sue origini est-europee – e cresce in un ambiente famigliare legato alle tradizioni e alla lingua ebraiche.

Verso la fine degli anni novanta la famiglia Radnitzky si trasferisce a Brooklyn per motivi legati al lavoro del padre. Qui il giovane artista frequenta la scuola superiore maschile di Brooklyn dove segue corsi di disegno libero e tecnico. Terminata la scuola, svolge diversi impieghi come edicolante, apprendista incisore e disegnatore di caratteri in un’agenzia di pubblicità e frequenta assiduamente la Galleria 291 dove vede le esposizioni dedicate a Paul Cézanne, Pablo Picasso, Pierre-Auguste Renoir, Auguste Rodin, Vincent Van Gogh e altri maestri europei.

Nel 1912 la famiglia Radnitzky cambia il proprio cognome in Ray e, successivamente , Emmanuel abbrevia il suo nome in Man e inizia dunque a firmarsi come Man Ray.

Nello stesso anno l’artista frequenta corsi di nudo presso il Ferrer Center di New York e scopre le opere di Marchel Duchamp e Francis Picabia, con i quali stringerà amicizia due anni dopo, ed entra in contatto con le avanguardie, lasciandosi suggestionare in particolar modo dalle opere cubiste.

A partire dal 1915 Ray inaugura le sue prime mostre e realizza i suoi primi ritratti fotografici. Cinque anni più tardi, insieme a Duchamp e all’artista Katherine Dreier, fonda la Société Anonyme, prima istituzione americana volta alla promozione dell’arte d’avanguardia.

La ritrattistica fotografica diviene la sua principale fonte di reddito ed entra in contatto con l’ambiente dadaista, intrattenendo una corrispondenza epistolare con Tristan Tzara.

Nel 1921 abbandona gli Stati Uniti e giunge a Parigi dove è atteso da Duchamp che lo presenta agli amici artisti. In questo periodo Ray realizza i primi rayographs – fotografie ottenute non utilizzando la macchina fotografica, ma collocando vari oggetti sulla carta fotosensibile ed esponendoli alla luce per qualche istante. Le fotografie che ne derivano conservano solo la traccia, la loro sagoma, creando composizioni ambigue ed enigmatiche – , proseguendo dunque l’attività di fotografo e ritraendo inoltre i nuovi letterati anglo-americani tra cui Ernest Hemingway, James Joyce… e facendo il suo ingresso nel campo della fotografia della moda.


A partire dagli anni venti Ray si dedica alla cinematografia, girando diverse pellicole e nel 1924 aderisce al movimento surrealista, di cui Breton pubblica quell’anno il Manifesto.

A causa della Seconda Guerra Mondiale, e di conseguenza delle sue origini ebree, l’artista si ritrova a trasferirsi diverse volte tra Stati Uniti e Francia, stabilendosi prima a Los Angeles e poi nuovamente a Parigi.

Nel corso della sua vita Man Ray rimane in perenne contatto con l’ambiente culturale e artistico che si divide tra surrealismo e dadaismo, lavora per numerose mostra e sperimenta nuove tecniche fotografiche.

Muore a Parigi nel 1976 e sepolte nel cimitero di Montparnasse.

  • Man Ray e parte della sua ricerca artistica

Man Ray si trova a far parte di quel gruppo di artisti, come Duchamp, Picabia, Dalì e Breton, in cerca di territori dell’arte sconosciuti delineando in tal modo il dadaismo e il surrealismo.

Da subito Man Ray rivela una mente dadaista anche se, nel corso degli anni, si avvicina anche al cosiddetto surrealismo, senza però sprofondare a pieno nella sua dimensione. A differenza di questa corrente Ray possedeva idee troppo indipendenti.

Tuttavia nella sua opera ha fatto emergere i lati più oscuri e più incandescenti del subconscio così da avvicinarlo ancora di più al surrealismo bretoniano ma senza mai rinunciare alla sua personalità. Anche come dadaista ha cercato di dare una dimensione misteriosa al sistema artistico, scardinandone la fisionomia tradizionale.

Man Ray ha vissuto la vita del pittore, del fotografo di professione e del fotografo puramente creativo, ha vissuto la vita del cineasta che inventava una nuova cinematografia, ha vissuto la vita dello scopritore di nuove forme e oggetti e ha vissuto intensamente la vita dei sentimenti amorosi la quale si è rivelata una vita pubblica e una vita artistica, poiché quando ha incontrato le donne da amare, le ha proiettate nella sua opera.

Il ruolo della donna è molto importante nella ricerca di Man Ray. L’artista viene a contatto, per la prima volta, con il fascino della figura femminile presso i corsi di nudo del Ferrer Center di New York. Arte e amore sono dunque due termini adiacenti: non c’è alcuna distanza fra ispirazione sentimentale e desiderio nel riprodurre il corpo sulla carta.

In diverse opere l’artista ci rivela la sua concezione riguardo alla donna che si dimostrerà legata al materialismo e alla visione della “donna oggetto”. Si vede per esempio in “Le Violon d’Ingres”, del 1924, e in “Coat Stand”, del 1920, dove in entrambe le fotografie prevale una soggezione legata ad una volontà maschile. Si esprime dunque un desiderio di controllo sulla donna che trova maggiore espressione, ad esempio, in “Venus restaurée” del 1971, un busto femminile avvolto da più giri di corda. Il busto rimanda a una Venere antica, ma incarna allo stesso tempo una femminilità fatta solo di puro corpo, priva di individualità e di possibilità di difesa.

Quando giunge a Parigi, Man Ray è nel pieno di una maturità creativa che lo spinge ad attivarsi in molteplici campi artistici. Gli anni parigini risultano intensi e senza un attimo di pausa: l’artista, infatti, pratica nuove tecniche fotografiche come il rayograph e la solarizzazione – fenomeno per cui, superando di molto il limite di esposizione al di là del quale si ha sovraesposizione, l’annerimento del materiale sensibile diminuisce anziché aumentare, per cui si ha una sorta di grossolana inversione: la positiva appare per qualche verso una negativa-.

A causa della guerra Ray ritorna negli Stati Uniti, stabilendosi a Los Angeles. In questi anni viene riconosciuto come un mito, specialmente da una generazione più giovane rispetto a lui, il quale insieme ai suoi amici dadaisti e surrealisti ha compiuto una delle più importanti rivoluzioni estetiche del XX secolo.

Verso la fine della guerra l’artista ritorna a Parigi, dove trascorre l’ultimo periodo della sua vita. La figura di Man Ray rimane ancora oggi importante e senza tempo, la sua impronta è inconfondibile e il suo spirito indomabile e nomade lo rende unico. La sua arte parla ancora alla nostra sensibilità poiché costituisce il punto d’unione tra il passato e il futuro e ha cercato di cogliere e conciliare numerosi mondi nella sua opera molteplice.

  • Man Ray e la fotografia

Man Ray iniziò ad avvicinarsi alla fotografia negli anni in cui viveva a New York, quando visitava la Galleria 291. Nonostante il nuovo interesse per la fotografia, la passione principale dell’artista rimaneva tuttavia la pittura. Ray non condivideva però il disprezzo degli altri pittori per la fotografia, ma invidiava e ammirava quegli artisti che utilizzavano contemporaneamente macchine fotografiche e tecniche pittoriche senza che le une fossero ostacolo alle altre.

Nel corso degli anni questo mezzo espressivo divenne per l’artista una diversivo, dopo un lungo periodo dedicato alla pittura. Iniziò a fotografare tutte le persone che gli capitavano a tiro, riunendo le stampe in una cartella, ma cominciò prima di tutto con una serie di ritratti femminili. La fotografia rimaneva però un mezzo per guadagnarsi da vivere e l’obbiettivo di Ray era quello di diventare un buon ritrattista, cercando i soggetti adatti in giro per la città e nei caffè aperti di notte. Le persone disposte a posare erano principalmente scrittori e pittori. Durante il soggiorno Parigi, decise dunque di organizzarsi uno studio e di allestirlo nella maniera più funzionale. Il suo materiale consisteva in due bacinelle, qualche bottiglia di soluzioni chimiche, un bicchiere graduato, un termometro e una scatola di carta sensibile.

Attraverso il processo di stampa – che consisteva nel posare il negativo in vetro su un foglio di carta fotosensibile steso sul tavolo per poi accendere, in un lasso di tempo molto breve, la luce e sviluppare l’immagine – Man Ray arrivò al suo processo “rayografico”, ovvero alla fotografia senza macchina da presa :

Un foglio di carta sensibile intatto, che era finito inavvertitamente tra quelli già esposti con sopra il negativo, era stato sottoposto al bagno di sviluppo. Mentre aspettavo invano che comparisse un’immagine, rimpiangendo lo spreco di materiale, con un gesto meccanico poggiai un piccolo imbuto di vetro, il bicchiere graduato e il termometro nella bacinella sopra la carta bagnata. Accesi la luce; sotto i miei occhi cominciò a formarsi un’immagine deformata e rifratta dal vetro, a seconda che gli oggetti fossero più o meno in contatto con la carta, mentre la parte la parte direttamente esposta alla luce spiccava come in rilievo sul fondo nero. […] Prendevo tutti gli oggetti che mi capitavano sotto mano: la chiave della camera d’albergo, un fazzoletto, delle matite, un pennello, una candela, un pezzo di spago. […] Bastava posarli sulla carta e poi esporli per pochi secondi alla luce, come i negativi. [..] Rayographs, così decisi di chiamare questi esperimenti. Avevano un aspetto sorprendentemente nuovo e misterioso. […] erano purissime creazioni dada.

Nel circolo artistico parigino i rayographs ebbero un gran successo; Man Ray tentava con questi esperimenti di fare quello che si faceva in pittura, con la differenza che si utilizzava luce e prodotti chimici al posto dei colori, senza l’ausilio dell’apparecchio fotografico. Ray voleva fotografare nello stesso modo in cui dipingeva, trasformando il soggetto, idealizzandolo e deformandolo proprio come faceva il pittore.

Nel periodo parigino l’artista accostò così due concezioni riguardo alla fotografia: la prima ad una dimensione del fare artistico e l’altra legata al lavoro e dunque alla sopravvivenza. Man Ray ebbe la fortuna di entrare nel mondo della moda e di diventare un richiestissimo fotografo. Gli fu anche richiesto di fotografare opere di diversi artisti e se accettò malvolentieri si rese conto ben presto che questa attività non gli permetteva soltanto da vivere, ma era anche un modo per avvicinarsi alle personalità degli artisti. Se poi, oltre a fotografare le opere, gli capitava di fare il ritratto agli autori, ciò lo aiutava notevolmente ad approfondire la comprensione delle loro personalità di creatori.

Ray nel corso della sua vita si cimentò in diverse tecniche fotografiche che usava per mettere in risalto determinati tratti del soggetto che gli parevano importanti. Un esempio di queste tecniche è la solarizzazione, un procedimento per cui i contorni di un soggetto risultavano accentuati da una linea scura, come in un disegno.

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Le sue opere più famose furono realizzate nel periodo dada, movimento culturale che aveva come scopo quello di deridere la futilità del movimento artistico e politico presente, opponendole l’irrazionalità e la distruzione di tutti i valori universalmente riconosciuti. Poesie e dipinti erano illogici e irriverenti. Successivamente il dada si trasformò e divenne surrealismo. Il nuovo movimento si componeva di tutti i membri del gruppo dada, ma sviluppò nuove fonti d’ispirazione per la lettura e le arti figurative, quali il subconscio: il ricorso a un’espressione automatica, non controllata dalla logica, e all’attività onirica. Ray decise di ripresentare i lavori dada che si adattarono benissimo ai precetti del surrealismo.

Con la fotografia l’artista riuscì a ricavarne qualcosa di assolutamente originale, basandosi anche sulla corrente artistica di cui faceva parte e fu dunque capace di trasformare questo nuovo mezzo espressivo in puro materiale artistico d’avanguardia.

  • Man Ray e la donna

Le-Violon-dIngres[1].jpgLe Violon d’Ingres, 1924/ Collezione privata

La fotografia è datata 1924 e tutt’oggi è appartenente ad una collezione privata in Svizzera.

A posare per l’artista è la sua compagna Kiki da Montparnasse, modella di molti artisti del circolo parigino, cantante e assidua frequentatrice dei locali notturni della capitale francese.

La donna rivolge la schiena all’obbiettivo, indossando un decorato turbante e mostrando, all’altezza dei reni, le “effe” presenti in tutti quegli strumenti musicali appartenenti alla famiglia del violino.

Man Ray trasforma così il copro della donna in uno strumento musicale, in una dimensione, tuttavia, di piena sensualità ed erotismo. Con questa stampa fotografica l’artista rivela come concepisce la donna, ovvero come amplificatore delle passioni maschili. La luce è morbida sul corpo della modella e il fondo scuro esalta i contorni della vita e dei fianchi.

Come dichiara il titolo dell’opera, l’esplicito riferimento è al pittore neoclassico Jean-Auguste-Dominique Ingres del quale evoca molte sue opere, soprattutto “La Bagnante di Valpiçon”, e la nota passione per il violino.

Le Violon d’Ingres può dunque risultare come omaggio a un grande maestro del passato ma può essere anche concepita come una riflessione personale di Man Ray sulle possibilità della fotografia come mezzo espressivo.

man-ray-the-coat-stand-1920-5899711Coat stand, 1920/Collezione privata

L’opera è inclusa in quella concezione della donna come “donna oggetto”, espressa precedentemente. Viene appunto immortalato un nudo di donna che si ibrida con volto, spalle e braccia di uno schematico manichino. Il viso sintetico presenta un’espressione di stupore, con occhi e bocca spalancati che rimandano ad una possibile idea di femminilità senza spessore, ingenua.

tumblr_nv99u3d5pk1u0do27o1_5401La preghiera, 1930/Collezione privata

Gran parte del lavoro di Man Ray era caratterizzato dal desiderio di creare uno shock momentaneo all’osservatore, in modo tale da fermare i pensieri razionali e animare nuovi modi di vedere.

Questa fotografia ne è un esempio poiché sconvolge lo spettatore in un primo impatto ed evoca predilezioni sessuali. La modella che posò per l’artista era la sua amante Lee Miller, il cui corpo e la dimensione erotica che trasmette è in pieno contrasto con il titolo, elemento sacrale e religioso. Tuttavia l’accostamento del titolo e dell’immagine creano una dimensione originale e lontana dalla realtà, una dimensione surreale che evoca i pensieri più profondi e misteriosi dell’inconscio e che risulta il principio fondante il surrealismo.

 

Bibliografia:

  • Autoritratto, Man Ray, Abscondita
  • Man Ray, a cura di Guido Comis e Antonio Giusa, Skira
  • Man Ray sulla fotografia, a cura di Janus, Abscondita

		
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