anthropology/philosophy

Un viaggio contro la naturale diffidenza nei confronti dell’ alterità culturale

Con il presente articolo si intende dimostrare l’ importanza del viaggio come pratica culturale e l’ immenso valore di una conseguente visione del mondo di stampo relativistico e antropologico. Il giro lungo, ovvero il vagare inquieto di un uomo oltre ai costumi e alle abitudini di casa sua, verrà presentato come una tipologia di esperienza volta all’ acquisizione di una maggiore conoscenza del mondo nella sua vastità , di fondamentale importanza anche perchè capace di operare un profondo sconvolgimento dell’ Io. Il presupposto affinché un individuo possa crescere culturalmente e individualmente durante il viaggio, nonché  al suo ritorno da esso, dovrà essere tenuto presente fin dall’ inizio dell’ argomentazione: il pellegrino dovrà tentare in ogni modo di non chiudere i battenti all’ alterità, dovrà cercarla freneticamente e, al tempo stesso, con velata spontaneità. Si butterà via il proprio tempo se non si considererà sempre, fin dal primo passo mosso al di là dei confini del proprio paese d’ origine, che ogni persona che si incontra da quel momento in avanti ha un background culturale profondamente diverso da quello in cui si è nati e cresciuti: si tratta dunque di un individuo a cui, in un certo senso, non si è abituati.  Obiettivo parallelo di questo articolo sarà inoltre considerare la probabilità che lo sconvolgimento dell’ abitutide, anche se solo momentaneo, costituisce una pratica sana di evoluzione esistenziale, al riparo dai tormentosi pericoli del nichilismo o dello scetticismo.

Ogni comunità di uomini che viva in maniera socialmente organizzata crea inevitabilmente, fin dalla sua prima formazione, una visione del mondo in cui tutti gli individui che ne fanno parte si trovano inconsciamente gettati. Nessun essere umano può scappare da questa influenza culturale, anche se essa potrebbe manifestarsi in infiniti modi di fare e di pensare differenti, ma nessun individuo potrà mai sradicarsi definitivamente dalle sue fondamenta culturali. Secondo la nota definizione di Tylor, la parola “cultura” smette di essere connessa, infatti, a un sapere acquisibile unicamente sui libri, attraverso lo studio dei testi antichi e degli scritti dotti: “cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’ insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’ arte, la morale, il diritto, il costume o qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’ uomo in quanto membro di una società”. Ma questo non è tutto. Non solo ogni comunità umana crea la propria visione del  mondo che mette in atto nel sistema complesso delle usanze, ma ogni comunità (e dunque ogni individuo che le appartiene) risulta anche naturalmente incline a considerare i propri costumi come ovvi, scontati, e in quanto tali migliori di tutti gli altri. L’ intuizione di questa particolare caratteristica comune a tutti gli agglomerati umani risale a pochi anni prima la nascita della filosofia classica (fondata da Socrate e Platone), in quanto è negli scritti di Erodoto che per la prima volta emerge significativamente. I Persiani, secondo quanto riportato dalle historiai , sembrerebbero avere elaborato uno schema di valutazione etnica a cerchi concentrici in base al quale, ponendosi ovviamente essi stessi al centro, giudicano via via inferiori i popoli che si trovano a distanze sempre maggiori dal centro e partecipano quindi in misura sempre decrescente delle loro qualità. Ma non è questo lo stesso identico atteggiamento dei greci, i quali chiamano “barbari” tutti coloro che non partecipano alla politica democratica delle poleis, che non conoscono l’ arte di lavorare il marmo di Fidia, ignorano la musica e non si cimentano in componimenti poetici sullo stile di Omero ? Già in Erodoto la barbarie inizia ad essere interpretata non più come una condizione oggettiva di alcuni esseri inferiori ad altri che invece godono di una maggiore civiltà, si tratta invece di un giudizio enunciato da un’ etnia particolare nei confronti di un’ etnia differente, al fine di affermare la propria identità e la propria esclusività. Per il punto di vista degli altri siamo tutti barbari. Se immaginassimo, prosegue Erodoto, di porre davanti a tutti gli uomini l’ infinita varietà di costumi presenti sulla Terra e se invitassimo ciascun individuo a scegliere le usanze che egli ritiene migliori, ogni uomo sceglierebbe naturalmente i propri, quelli in cui è nato e cresciuto e a cui fin da sempre è stato abituato. Nel racconto erodoteo un esperimento come quello di cui sopra sarebbe stato tentato da Dario, re dei Persiani, ponendo a confronto i rappresentanti di due culture: gli Indiani Callati da una parte e i Greci dall’ altra. I primi erano soliti mangiare i cadaveri dei propri genitori, perché credevano che la miglior tomba per un padre defunto fosse appunto il corpo di suo figlio, i secondi, come è noto, li bruciavano. A questo punto Dario chiede a entrambi a quale prezzo sarebbero disposti a fare scambio di costumi sepolcrali, ed entrambi rispondono sdegnati che preferirebbero farsi ammazzare piuttosto che bruciare/divorare i corpi dei propri padri: dissimili dunque per quanto riguarda il modo di trattare i cadaveri, Greci e Callati si dimostrano invece molto affini per quel che riguarda il loro naturale attaccamento ai propri costumi. Non ha nessun senso perdere tempo a scervellarsi su quale usanza sia migliore di un’ altra, dal momento che il giudizio è già espresso dagli uomini che aderiscono a un determinato costume e non esiste di certo un tribunale supremo capace di mettere tutti gli individui d’ accordo. Eppure non tutti la pensano così: la filosofia occidentale è nata proprio nel tentativo (a mio parere vano) di istituire un tribunale di tal sorta, ovvero il tribunale della Ragione, capace di  emettere sentenze oggettivamente giuste, e dunque garante dell’ ordine e dell’ unità. Sostengo che quella che illustrerò tra poco in Platone, in Cartesio o in Kant,  è la stessa forma mentis che è stata a fondamento, ad esempio, del “fardello dell’ uomo bianco” dell’ Inghilterra vittoriana, o del medesimo impulso culturale che spinse gli spagnoli a considerare alla stregua di bestie prive di anima gli “indiani” americani che trovarono nel Nuovo Mondo, o dello stesso modo di ragionare che sta a fondamento del naturale stupore per l’ evidente arretratezza (tecnologica) di tante popolazioni non europee sparse sulla Terra. La cultura europea, probabilmente per la sua evidente e indiscutibile superiorità tecnologica ed economica, si è tendenzialmente  considerata con un velo di superbia rispetto alle altre civiltà, tanto che nell’ evolversi delle vicende storiche si è spesso investita del ruolo di esportatrice di Giustizia e di Progresso, ovvero di valori che gli europei hanno, ed hanno avuto, la pretesa di considerare universalmente perfetti. Anche i primi antropologi ragionarono in questi termini: l’ evoluzionismo unilineare partiva dal presupposto di Tylor, secondo il quale ogni popolazione umana sarebbe dotata di “cultura” e non solamente i dotti occidentali, ma il mondo occidentale nutriva ai suoi occhi una indubbia superiorità nei confronti di tutti gli altri nuclei umani sparsi sulla Terra. Perchè? Perché esisteva, ai loro occhi, una sola tipologia di “cultura”, ovvero quella che oggi definiremmo tecnologica. Questa unica cultura era suddivisa in gradi di sviluppo, e il posto più alto era ovviamente occupato dall’ Inghilterra vittoriana, sotto la corona della Regina vivevano invece interessanti popolazioni tribali un po’ in ritardo con i tempi, paesi “in via di sviluppo”. L’ antropologia si innestò su questo presupposto dell’ evoluzionismo unilineare, iniziando a suscitare gli interessi degli studiosi perché ai loro occhi si trattava, più che di una scienza, di una sorta di macchina del tempo : andare a studiare le altre società (inferiori) poteva significare studiare la nostra cultura così come era una volta, tanto tempo fa. I pigmei di fine ottocento erano considerati esattamente come gli antenati degli inglesi, numerosi anni prima di Cristo. Gli antropologi che seguirono però, grazie a quel viaggio che gli stessi evoluzionisti lineari avevano intimato a compiere, capirono che le cose non stavano affatto così: secondo gli evoluzionisti le religioni, in quanto componenti della “cultura” di ogni popolo, si sarebbero inevitabilmente sviluppate (sotto l’ egida dell’ idea di progresso, terribilmente in voga nell’ Inghilterra vittoriana) da politeiste a monoteiste; ma ecco che si compie un giro lungo, si vanno a osservare i pigmei e si scopre che essi, pur essendo a un gradino bassissimo della scala di sviluppo per non avere ancora iniziato a praticare l’ agricoltura, sono monoteisti. L’ evoluzionismo credeva che le culture si evolvessero da poligamiche a monogamiche, ma finalmente si scopre che le società tecnologicamente inferiori, essendo nomadi, hanno bisogno di nuclei familiari piccoli per spostarsi con meno fatica e dunque sono monogamiche. Il viaggio sgretola le opinioni che ci si portava dietro, sgretola i pregiudizi, apre gli occhi estasiati di un uomo che decide di mettersi in cammino. Come si giunge dunque alla scoperta ? Grazie a uno sconvolgimento dell’ Io, grazie a un baratro esistenziale, grazie a un vuoto cosmico che spaventa e sconcerta. La biologia e la paleoantropologia hanno dimostrato che la specie homo sapiens è, tra tutte le forme viventi sulla Terra, quella i cui piccoli hanno più bisogno di attenzioni e di cure per acquistare autonomia: in modo infinitamente maggiore rispetto alle altre specie animali noi abbiamo avuto particolare bisogno della cultura quale strumento di adattamento evolutivo. Essendoci staccati dal mondo-ambiente animale per crearci un mondo-ambiente unicamente umano ci siamo affinati grazie ai privilegi del viziamento, e questo ha portato alla necessità di adeguarsi non alle logiche della lotta per la sopravvivenza naturali ma alle logiche del gruppo umano, ovvero alla cultura sociale di cui l’ individuo si trova a far parte. Da un punto di vista animale il bipedismo, la perdita di denti aguzzi con cui divorare la carne cruda e di artigli affilati per uccidere le prede, la perdita del pelo e della coda, costituirebbero indubbiamente delle gravi involuzioni, ma per le logiche interne al gruppo umano non fu così.  Inoltre, è un fatto assodato che alla base del comportamento umano vi sia un atteggiamento mimetico. Ebbene, una volta cresciuto sulle orme dei propri padri un giovane uomo, armato del suo bagaglio culturale ormai acquisito, decide di mettersi in viaggio, di rompere le barriere che lo vincolavano alla sua terra d’ origine: il risultato inevitabile sarà il vuoto. Se il viaggiatore sarà saggio, si renderà conto dell’ infinita varietà delle altre culture esistenti sulla Terra, e non potrà non comprendere che la sua stessa cultura, da sempre considerata ovvia e naturale, non è altro che una cultura tra le tante. Il giro lungo ha dunque la caratteristica di gettare il nostro modello di umanità nella poltiglia fangosa dell’ alterità, di metterlo a confronto con antropologie del tutto diverse dalla nostra, ma uguali per genesi e natura. La de-naturalizzazione dei costumi, ovvero il percorso che ci fa giungere a conoscenza che i nostri costumi non sono naturali ma culturali, consiste esattamente in questa scoperta sconvolgente, che può a mio avviso considerarsi un vero e proprio dramma per un individuo umano.

Giunti a questo punto occorre sottolineare come io non sia il solo ad avere notato il dramma che si annida, come un serpente pronto a mordere, sotto al processo di de-naturalizzazione dei costumi, sotto all’ ardua impresa di mettersi in viaggio. Qualsiasi storico della filosofia sarebbe d’ accordo con me nel sostenere che i due fondatori, i marmorei pilastri della filosofia occidentale sono stati Platone e Cartesio: questi due illustri predecessori daranno vita al pensiero occidentale proprio per far fronte al vuoto generato dalla scoperta dell’ alterità culturale, ovvero con lo scopo primario di erigere un sapere su fondamenta solide, extra-culturali, e in quanto tali indistruttibili. Platone scrisse pochi anni dopo Erodoto, al tempo in cui i sofisti sconvolgevano le menti degli ateniesi con la loro abilità oratoria, predicando idee relativiste e decostruendo i saperi presunti ovvi e certi dall’ imponente tradizione greca. Per Platone, che voleva edificare uno Stato che fosse perfetto, giusto, incorruttibile, la dimensione del viaggio costituiva un grande pericolo. Non dobbiamo dimenticarci che il suo maestro fu Socrate, il quale predicava di poter conoscere perfettamente l’ uomo pur senza muovere mai un passo all’ infuori delle mura di Atene, e che, pur di abbandonare la sua patria e di disobbedire alle sue leggi, preferirà ingoiare la cicuta. Se per Erodoto il logos coincide con la dimensione del viaggio, organo del logos è invece per Platone il nous, l’ intelletto, che si dispiega non già in un’ esplorazione oltre i confini del proprio paese, attraverso la moltitudine dei costumi e l’ alterità culturale, bensì in un cammino interiore, solitario, costituito dal “dialogare interiore” dell’ anima con se stessa. L’ intelletto sarebbe così in grado di cogliere un ordine divino, ideale, e su questo modello intelligibile, su questo “ideale dell’ unità” occorre per Platone costruire lo Stato, rifondare la società: “non altrove è necessario volgersi per trovare una costituzione modello”, laddove l’ altrove è rappresentato proprio dalle altre società, ognuna caratterizzata dai propri costumi, dai propri ordinamenti particolari, ma “nessuna legge, nessun ordinamento è superiore alla scienza”. Non a caso l’ obiettivo principale delle Leggi sarà rendere uno, solido, privo di alterità lo Stato, anche sotto il profilo delle emozioni e dei sentimenti. Se mutevoli sono gli stili musicali, i canoni della decenza e i modi di abbigliarsi, se viene onorato chi “sempre inventa qualcosa di nuovo e introduce nel comportamento, nei colori, in tutte le altre cose del genere, un che d’ inusitato, ebbene non vi è per uno Stato maggiore sciagura di questa”. Ma Platone non è uno stupido, si rende immediatamente conto che non è in nessun modo possibile eliminare del tutto la possibilità di un viaggio a tutti i cittadini di Kallipolis, ed è a questo proposito che il filosofo di Atene istituirà le figure degli “osservatori”: il loro lavoro è considerato persino fondamentale per mettere in moto una città giusta ma, allo stesso tempo, risulta a tal punto pericoloso da dover essere sottoposto necessariamente a una durissima regolamentazione. Questi etnologi dello stato platonico potranno mettersi in viaggio solamente dall’ età minima di cinquant’ anni all’ età massima di sessanta, dovranno essere cittadini illustri e infine, al loro ritorno, dovranno immediatamente essere sottoposti al giudizio del consiglio degli anziani al fine di verificare il loro stato mentale al ritorno in patria. Il consiglio valuterà l’ utilità delle notizie riportate e soprattutto giudicherà se il viaggiatore sia stato corrotto o meno dai costumi stranieri, in quest’ ultimo caso, per Platone, il viaggiatore dovrà essere immediatamente condannato a morte. Sembrerà certamente al lettore un modo arcaico di vedere le cose, ormai superato da tempo, eppure  anche Cartesio dimostrerà la medesima diffidenza platonica, eppure la Chiesa di Roma brucerà Giordano Bruno come un eretico perché faceva intendere che la Bibbia fosse storia soltanto del popolo ebraico, Kant affermerà di non sapere cosa farsene di Tahiti, Hegel considererà la Siberia e tutte le altre “periferie del mondo” come rami secchi della storia, eppure per Marx la rivoluzione operaia non potrà che avvenire nella più sviluppata delle civiltà, ovvero nella Londra industriale, eppure Lèvi Strauss, considerato da molti il fondatore dell’ antropologia, affermerà di odiare i viaggi. E’ importante ora capire che la ricerca di un terreno solido su cui edificare la conoscenza, la pretesa dell’ esistenza di valori universali, l’ appello incondizionato alla Ragione e alla logica etc… non sono essi stessi componenti universali della natura umana: essi, al contrario, non risultano altro che caratteristiche della cultura occidentale. Non si vuole, con il presente articolo, criticare questa razionalità occidentale in toto, dal momento che questa ha portato all’ edificazione di grattacieli, di supermercati, di autostrade, di macchine, di cellulari, di servizi pubblici, di diritti. La tecnologia è infatti un’ estensione delle abilità umane, e poiché ogni cultura richiede ai suoi individui abilità diverse, di conseguenza anche lo sviluppo tecnologico è diverso in ogni angolo di mondo: le tribù di cacciatori-raccoglitori necessitano di aumentare la loro forza per uccidere gli animali, e così hanno inventato le lance, le clave e le frecce; al contrario la società occidentale ha storicamente avuto bisogno di maggiore memoria, di maggiore capacità di calcolo, di maggiore velocità nei trasporti, e così sono stati inventati i treni e i computer. Fino a qui tutto bene, ma è importante ricordare che così come Kant non sa cosa farsene dei selvaggi abitanti di Tahiti, allo stesso modo i Maori neozelandesi o i Banande del Congo non sanno cosa farsene né di Kant, né del nostro sviluppo tecnologico, né dei nostri tribunali di Giustizia, né dei nostri diritti, né tantomeno della nostra democrazia. Quello che mi turba è la pretesa, tipicamente occidentale, che i valori etici, così come il grandioso progresso tecnologico, siano considerati valori da esportare in tutto il mondo, mi turba il fatto che un individuo possa confondere la diversità con l’ errore. Si può ben affermare che non è affatto “razionale” che una bambina di tredici anni venga costretta in sposa dal padre a un uomo adulto che non ha mai visto prima, che una donna debba indossare il burqa, che alcuni individui all’ interno di una comunità non siano investiti del diritto di voto, che un monarca governi alla stregua di una divinità o che un uomo abbia più di una moglie, ma la “razionalità” è una prerogativa solo per noi occidentali, così come l’ uguaglianza. Il nostro concetto di libertà è diverso, ad esempio, da quello del mondo islamico, e sono pronto a scommettere che una donna sottomessa al suo marito, costretta ad indossare ad esempio il burqa o costretta a convivere con altre mogli del suo stesso uomo, bhè questa donna non si sentirà affatto “costretta” a fare tutte queste cose, ma le farà naturalmente, con la stessa naturalezza con cui ogni bambino occidentale si sveglia la mattina e si reca a scuola: non si tratta di nient’ altro che di pratiche culturali. Non si può pretendere che tutte le società abbiano e vivano un loro illuminismo, perché l’ illuminismo è stato un movimento tipicamente europeo, che non poteva che avvenire in Europa e che non poteva essere accettato da altri, se non da uomini europei.

Da dove nasce dunque la concezione europea di Giustizia, di Verità ? Perché è nata proprio in Europa la democrazia, l’ uguaglianza dei diritti (o almeno la certezza che l’ uguaglianza dei diritti sia giusta) e la parità dei sessi ? Tenteremo di dare una risposta ad alcuni di questi interrogativi con l’ analisi di quello che, in precedenza, era stato definito come il fondatore, sulla scia di Platone, della mentalità europea occidentale, ovvero Cartesio. Quest’ ultimo vive in un’ epoca in cui il viaggio e l’ alterità culturale sono argomenti molto dibattuti in filosofia e con i quali ogni intellettuale europeo non poteva fare a meno di confrontarsi: per i filosofi faceva scuola Montaigne, e in generale era appena stato scoperto il continente americano. Molti storici e sociologi hanno scelto proprio i viaggi di Colombo per segnare l’ inizio dell’ era moderna, e questo non si tratta certo di un caso. Prima dello sbarco in America gli uomini non conoscevano ancora una fetta di mondo per nulla inconsistente: in questo caso è particolarmente evidente come un viaggio, un naufragio nel mare dell’ alterità, abbia portato non allo sconvolgimento della mentalità di un solo individuo, ma  addirittura di un’ intera popolazione. Non è forse casuale nemmeno il fatto che la Rivoluzione Scientifica, ovvero l’ imposizione del sistema eliocentrico su quello geocentrico di tolemaica memoria, si sviluppò più o meno negli stessi anni. Anche Cartesio non poteva dunque ignorare l’ esistenza di altri esseri umani con una storia lunga almeno tanto quanto la nostra, con una scienza abbastanza evoluta e con degli imperi che vantavano notevolissima estensione territoriale, ma cui, ad esempio, la parola di Dio non era mai stata rivelata. Com’ era possibile questo ? Dal Discorso sul metodo non emerge un’ avversità ai viaggi e alla scoperta dell’ alterità culturale pari a quella delle Leggi, eppure la varietà dei costumi e delle usanze rimane pur sempre considerata come una minaccia, da temere e da superare piuttosto che da scoprire e studiare. Non si dà scienza della molteplicità, il sapere rimane pur sempre qualcosa di intrinsecamente connesso all’ ordine, alla precisione, alla schematicità e non al volgare e inutile accumulo di dati empirici. Cartesio viaggia molto, ma l’ obiettivo dei suoi viaggi si limita alla fase decostruttiva dei pre-giudizi, all’ eliminazione delle false credenze ma , a suo dire, oltre a questo non si possono ottenere altri benefici dal viaggio. Troppo viaggiare risulta anzi pericoloso, deviante, si finisce per “diventare stranieri nel proprio paese”. La semplice lettura di un libro viene equiparata essa stessa al viaggiare, viene posta sullo stesso piano : Kant addirittura la assumerà a fondamento del viaggiare, la considererà addirittura più importante e istruttiva. Ancora una volta: viaggiare con la mente e con il Pensiero risulta, agli occhi di due pensatori tipicamente occidentali,  il modo migliore per giungere alla saggezza e alla Verità. L’ alterità culturale è sì interessante, ma non fa altro che produrre sconcerto, turbamento, non fa che demolire le credenze non razionali che il viaggiatore serba in sè, ovvero quelle che inconsciamente gli hanno tramandato gli avi e la storia. Ma Cartesio e Kant ancora non potevano pensare che il loro stesso modo di vedere le cose, la loro stessa  filosofia, era un prodotto anch’ esso di quella cultura occidentale da cui loro pensavano di potersi liberare con semplicità. La loro teoria era che la razionalità, il ragionamento logico e inconfutabile, fosse qualcosa di extra-culturale, qualcosa di oggettivamente vero, un’ idea pura elaborata da un io puro in un mondo puro. Ammiro, oltre all’ indiscutibile raffinatezza di pensiero, l’ altezza dell’ obiettivo che si ponevano, ovvero trovare un mondo giusto, trovare una verità perfetta, trovare un terreno solido su cui costruire uno splendido edificio di parole, ma forse, per il mio modo di vedere, ritengo che un pochino di presunzione e superbia li abbia accecati. Cartesio torna dai suoi viaggi (e dallo studio di Montaigne) convinto di potere ora, dopo avere eliminato le false credenze, percorrere una via sicura per giungere a conoscenze chiare, distinte ed evidenti. L’ importante, per riuscire in questa impresa, era avere il metodo giusto, ispirato all’ ordine della matematica e ai procedimenti logici della geometria, l’ importante era utilizzare questo metodo su un terreno stabile e solido per costruire alti monumenti che mai sarebbero crollati. Questi stessi monumenti avrebbero rimpiazzato i vicoli disordinati e confusi che rappresentano le false credenze ottenute dalla tradizione, un solo artigiano avrebbe abbellito così la città donandole precisione geometrica, simmetria, razionalità. Il prezzo da pagare, ovviamente, sarà però il progressivo ma totale abbattimento delle vie del centro, delle viuzze che nei secoli si sono accavallate per il borgo in maniera casuale, senza un piano prestabilito, senza un progetto chiaro e distinto e senza un metodo impeccabile… la rigidità della perfezione, la certezza di un progresso florido e rigoglioso vengono contrapposti  al fascino esotico di un arruffato disordine tipico, ad esempio, di Erodoto e Montaigne.

Non resta da porsi che un’ ultima questione. E’ evidente che mi sono personalmente schierato contro la chiusura alla dimensione dell’ alterità culturale e del viaggio da parte di pensatori come Platone, Cartesio e Kant, sulla scia dell’ antropologia di Francesco Remotti. Ho anche sostenuto che le idee di questi filosofi non fossero altro che la proiezione, culturalmente molto più elevata, di una forma mentis tipicamente occidentale, refrattaria ai popoli culturalmente considerati inferiori per via della loro arretratezza tecnologica ed economica, superba della sua perfezione e della sua giustizia, sempre pronta a colonizzare la Terra per esportare democrazia e diritti.  Ma non è facile spiegare queste mie affermazioni, in quanto io stesso sono occidentale. Per quale motivo non sostengo anche io l’ indiscussa superiorità della democrazia, delle metropoli, dell’ arte italiana e della nostra tecnologia ? Come è possibile che in piena Europa ci siano persone che la pensano esattamente come me ? Sono pronto a sostenere che questa mia visione del mondo, non condivisa sicuramente da me solo, sia la dimostrazione palpabile del progressivo declino della cultura europea. Il relativismo di Remotti, il mio relativismo, non sono altro che espressioni di una cultura in declino, pronta a soccombere, sradicata dalle sue origini, una cultura che sta abbandonando i suoi storici modi di fare musica per abbracciare le innovazioni del rock e del jazz statunitensi, una cultura che più che agli arazzi, ai quadri, ai mosaici della sua storia sembra rivolta ai graffiti provenienti dalla cultura hip-hop del Bronx di New York, una cultura che sta perdendo le sue origini per andare ad abbracciare nuovi orizzonti. Non posso negare di essere terribilmente affascinato da questo nuovo millennio rivoluzionario, ma la paura di un imminente disastro e di un conseguente tracollo è altrettanto forte.

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