anthropology/philosophy

La globalizzazione secondo Jean-Loup Amselle, un’ antropologia dell’ universalità delle culture

L’ antropologia contemporanea è spesso incappata nell’ idea della cosiddetta creolizzazione del mondo. Il termine “creolo” nacque per identificare quei bianchi di origine europea che videro la luce nelle colonie del Nuovo Mondo, per distinguerli ed enfatizzarne i costumi degenerati rispetto ai ricchi immigrati di origine europea. Soprattutto nelle Antille e nell’ America centromeridionale questo termine indicava dunque meticciato, mescolamento, fusione del puro sangue europeo con le razze indigene. Anche la lingua cosiddetta “creola” nacque dal pidgin, ovvero dalla fusione e dal mescolamento, di lingue europee importate dai coloni con lingue locali parlate dagli indigeni e dagli schiavi delle vaste piantagioni americane. Secondo molti teorici della globalizzazione attuale, l’ identità antillana, ovvero creola, avrebbe prefigurato la via intrapresa dalla totalità delle culture a seguito dell’ intensificazione delle comunicazioni, a causa della mcdonaldizzazione e della coca-colizzazione che l’ imporsi della cultura americana e dell’ economia capitalistica ha esportato in ogni angolo del globo. Tutto questo avrebbe dunque posto le fatidiche premesse per un pianeta Terra a cultura unica, globale. Questa prospettiva, se verificata dai fatti, porterebbe inevitabilmente alla fine dell’ antropologia come disciplina, dal momento che essa si è dispiegata e fondata nei secoli come scienza delle varie culture, scienza della diversità e dell’ alterità culturale. Jean-Loop Amselle scrive i suoi testi più importanti, attorno agli anni 2000, con il fine esplicito di smontare e decostruire questa, a suo avviso erronea, teoria della creolizzazione del mondo. L’ obiettivo iniziale dell’ antropologo francese è l’ abbattimento del presupposto implicito su cui i teorici della globalizzazione hanno fondato i loro argomenti: per giungere a una concezione di un mondo postcoloniale e posteriore alla Guerra Fredda visto come entità nuova in quanto ibrida, meticcia, creola, si deve necessariamente partire dal postulato dell’ esistenza, in passato, di identità culturali distinte, dette “culture”.  Si tratterebbe, a detta di Amselle, di una folle ossessione per la ricerca delle origini di stampo tipicamente occidentale, secondo la quale ogni cultura risulterebbe avere delle radici locali unicamente sue, che la hanno caratterizzata e le hanno conferito nel tempo autonomia e dignità. Ogni cultura dunque, secondo la visione apocalittica degli antropologi della globalizzazione post-moderni, sarebbe stata nei secoli una realtà chiusa in se stessa, profondamente legata alla purezza delle sue origini, che solamente nel nuovo millennio, con la diffusione planetaria di internet e dei telefoni cellulari a seguito della caduta del muro di Berlino, si sarebbe venuta a mescolare con tutte le altre culture del pianeta, interagendo con esse al caro prezzo della definitiva perdita della loro autenticità e della loro purezza. Si verrebbero dunque a contrapporre due epoche nettamente distinte della storia dell’ uomo, in un’ ottica profondamente discontinuistica: prima un’ età dell’ oro in cui centinaia di culture convivevano nel mondo nella loro solitudine, chiusura e integrità, a cui sarebbe seguita l’ età contemporanea, essenzialmente segnata dalla creolizzazione che ha fatto della Terra una sorta di calderone immenso di tutte le culture che un tempo erano presenti come realtà indipendenti, dando vita alla cosiddetta globalizzazione. Amselle intende sfuggire a questa vana e fallace idea della purezza originaria delle culture, contrapponendo ad essa il postulato secondo cui ogni società risulta essenzialmente meticciata, e il meticciato stesso è il prodotto di entità già mescolate. Il diniego esplicito da parte di Amselle di questa classica concezione di “cultura” non è di poco conto: per l’ antropologo francese la conseguenza ovvia del rifiuto occidentale del meticciato è stata (e potrebbe essere ancora) il genocidio. Lo sterminio di massa di alcune di quelle che i nazisti definivano erroneamente razze, o etnie, è stato un prodotto della cultura occidentale, e si basava sull’ ovvio presupposto che gli ebrei in quanto tali, gli zingari in quanto tali, o gli slavi in quanto tali, potessero essere riconosciuti e che si potesse in qualche modo distinguerli dalla razza ariana. Non è un caso che ognuna di quelle che Amselle chiama le “grandi narrazioni”, ovvero ogni teleologia, cessi immediatamente di avere senso davanti al terribile spettacolo di Aushwitz. I capisaldi della cultura occidentale, come l’ idea di progresso e la superiorità dell’ integerrima cultura europea su quelle indigene, finisce inevitabilmente per sbattere il naso sugli stermini di massa perpetrati dalla Germania degli anni ’30 e ’40. Il genocidio degli ebrei, inoltre (e ci è voluto proprio lo scandalo nazista per metterlo in luce !), non è stato il solo perpetrato dalla cultura europea: durante il periodo coloniale i bianchi si sono macchiati di decine di altre persecuzioni etniche, fortemente convinti di principi che per molti versi si potrebbero definire molto simili a quelli che portarono ai campi di sterminio in Polonia. Dopo la liberazione di questi, da parte dei sovietici e degli statunitensi, la specie degli uomini europei non si sentiva più in grado di farsi portatrice di quei valori assoluti di giustizia e democrazia che si era data tanta pena di esportare ovunque nei secoli precedenti, sottomettendo e “civilizzando” le popolazioni selvagge: mezzo secolo dopo lo shock degli orrori nazisti, Amselle tenterà di dimostrare che anche la razza europea in quanto tale non esiste, ma al suo interno è essenzialmente dominata, come tutte le altre culture umane, da “logiche meticce”. Il sottotitolo dato da Amselle ad uno dei suoi testi di maggior spessore (Connessioni) è emblematico a questo riguardo: non essendo le culture essenzialmente locali, sarà allora possibile fare un’ “antropologia dell’ universalità delle culture”, dal momento che qualsiasi cultura esistente o esistita sul pianeta è giocata su un piano globale, in quanto frutto di incontri, connessioni e mescolamenti originari.

La domanda implicita che Amselle sembra rivolgerci è questa: siete davvero sicuri che le culture siano esistite come entità separate, e dunque riconoscibili, mentre solamente adesso la dimensione globale dell’ economia occidentale e la velocità delle comunicazioni le stia omologando ? Non abbiamo forse sempre provato ad imporre la nostra cultura, senza effettivamente mai riuscirci ? Le culture vivono di questi continui tentativi da parte di questa o quella potenza di imporre dei significati globali, perché attraverso la ricezione particolare di questi chiunque può facilmente darsi un’ identità. La globalizzazione non viene più delineata come un fenomeno caratteristico dell’ età contemporanea, ma come qualcosa che è sempre esistito nella storia dell’ umanità e che, anziché annientare e omologare tutte le culture umane, ha invece reso possibile la loro stessa affermazione e dotazione di senso. Le varie culture umane non sono infatti, secondo Amselle, sorte dal nulla, ma esse sarebbero il risultato della cosiddetta traduzione locale di significati e simboli delle culture dominanti, ovvero globali. Tornando all’ esempio di industrie a dimensione planetaria come il Mc Donald’ s o la Coca-Cola si potrà notare, frequentandone le succursali nei diversi paesi, che queste aziende non solo non vendono dappertutto gli stessi prodotti, adattandosi alle richieste dei mercati locali, ma che la ricezione stessa di prodotti uguali in tutto il mondo cambia a seconda delle tradizioni locali in cui questi vengono esportati. I Luo del Kenya, ad esempio, sono soliti bere Coca-Cola in occasione dei matrimoni, facendo così della cola un prodotto rituale (mentre nel mondo occidentale si tratta di un bene quotidiano) e affermando così, attraverso la traduzione di un prodotto globale, una particolarità della loro cultura che li differenzia per esempio dal mondo europeo o americano. L’ importazione di idee e prodotti stranieri non è dunque un ostacolo alla cultura, ma è il motore della cultura stessa. Il linguaggio internazionale del consumo rappresenta il medium attraverso cui i diversi sistemi culturali locali sono costretti ad esprimersi. L’ imposizione di una cultura dominante non genera omologazione ma, al contrario, dà e ha dato storicamente effetto a reazioni che andassero volutamente controcorrente, al fine di combattere l’ imposizione della cultura globale. Oggigiorno la democrazia americana si fa portatrice in tutto il mondo di idee liberali, quali la laicità dello Stato, imponendole per mezzo dei media, della pubblicità, del mito del sogno americano e, a volte, persino facendo ricorso alla forza, ed ecco che si innesta un meccanismo di reazione identitaria come potrebbe essere quello dello Stato Islamico che, senza le pressioni di una cultura dominante ed egemonica, non avrebbe mai avuto la forza e il vigore di affermarsi. Sempre in Connessioni, Amselle dimostrerà come molti dei nazionalismi africani siano sorti proprio in reazione alla dominazione della cultura coloniale bianca: l’ affermazione della superiorità della razza nera da parte di un nazionalista come Souleymane Kantè non sarebbe mai stata formulata se, nel contesto storico in cui l’ intellettuale del Mali ha elaborato le sue teorie, non ci fosse stato un paradigma culturale dominante che affermava a gran voce la superiorità della razza bianca sui neri. Il colonialismo europeo in Africa, operando in quegli anni in cui la corrente ideologica dominante era indubbiamente costituita da quei nazionalismi di massa che condurranno allo scoppio della Grande Guerra, ha generato per reazione i nazionalismi africani, la negritude, che porteranno al disfacimento degli imperi occidentali e alla de-colonizzazione. A sostegno di questa tesi Amselle porta il già citato  esempio dell’ opera letteraria e profetica di Souleymane Kantè. Egli era un linguista maliano che, nel 1944, legge un articolo del giornalista libanese Kamal Marwa nel quale si sosteneva la superiorità e la maggiore complessità della cultura occidentele su quella africana. Le varie lingue del Terzo Mondo venivano paragonate al pigolio degli uccelli per via del loro carattere e della loro tradizione essenzialmente orale, che determinava inevitabilmente la banalità e la mancanza di grammatica dei vari linguaggi delle popolazioni nere. Il movimento dello N’ ko,  un nazionalismo afrocentrico inaugurato da Kantè, nasce proprio in opposizione a questa teoria eurocentrica.  Il complesso di inferiorità che animava lo sforzo di questi nazionalismi era l’ immagine mitologica del libro che parlava ai coloni europei, poiché era evidente ai selvaggi che in qualche modo le pagine scritte insegnavano ai bianchi cosa fare in determinate situazioni mentre, ai neri, sembrava voler celare i suoi segreti. Souleymane Kantè decide così di inventare un alfabeto mandingo, dal momento che quello latino risultava inadatto a trascrivere i toni delle lingue “selvagge”, l’ alfabeto N’ko, che si scrive da destra a sinistra come l’ arabo, ma è composto da due tipi di lettere, le vocali e le consonanti, come quello latino. Si tratta di un esempio lampante di traduzione locale di modelli globali, dal momento che per affermare l’ autonomia e la pari dignità della cultura e delle lingue mandinghe Kantè si serve di un materiale che non è autenticamente mandingo, ma che è globale, come la lingua araba e la lingua latina. Ma non è tutto. Suleymane Kantè si impegnerà anche, per tutto il resto della sua vita, a tradurre opere di ogni genere nel suo nuovo alfabeto, nonché a scriverne di propri, ricalcando volutamente il modello delle scienze di stampo occidentale. L’ alfabeto N’ko non solo doveva elevare culturalmente i mandinghi al livello dei coloni bianchi, ma doveva persino fornir loro una cura per il corpo, ovvero la scienza medica, così come doveva offrire una cura per l’ anima, ovvero la teologia. Kantè, sebbene credente e praticante musulmano e sebbene le sure coraniche impediscano la traduzione della parola di Allah, tradurrà il Corano in lingua mandinga con l’ ovvio scopo di fare dell’ islam una componente integrante della cultura dell’ Africa occidentale. Questo dimostra come le rivendicazioni identitarie, ovvero la pretesa da parte di alcune culture sottomesse di essere accettate, tentino spesso di “rubare” alla cultura dominante alcuni elementi che si potrebbero senza problemi definirsi globali, utilizzandoli però in modo originale, particolare, e questo priverebbe di senso l’ interrogativo sulla possibile futura omologazione di tutto il pianeta. La mescolanza delle società civili è una costante della storia universale e non può pertanto spiegare il carattere diasporico o itinerante delle culture contemporanee. Se si crede che la globalizzazione sia un fenomeno unicamente odierno, come si potrebbe definire la massiccia islamizzazione dell’ Africa a partire dall’ XI secolo che vide, in pochi decenni, la quasi totale scomparsa del paganesimo da tutta l’ Africa nord-occidentale, ormai convertita alla fede in Allah ? Ma anche in questo caso l’ imposizione non è stata unilaterale, in quanto le varie comunità musulmane africane hanno recepito le parole del Profeta in maniera completamente diversa l’ una dall’ altra, a secoda delle divinità che prima della globalizzazione islamica venivano venerate localmente, venendo così ad affermare, in termini universali, significati e dotazioni di senso del tutto particolari, diversi in ogni angolo di mondo.

La mondializzazione attuale è certo ben più massiccia e invasiva di quelle passate ma, lungi dal riuscire nel suo velato intento di renderci tutti uguali, proprio per la sua intensità inaudita porta le rivendicazioni nazionali che, come si è visto, necessariamente genera, ad assumere la pericolosa forma dei fondamentalismi etnici, nazionali e religiosi. Tanto più è forte l’ imposizione di un significato globale, tanto più la reazione ad esso sarà violenta.

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