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La guerra del Peloponneso

LE PREMESSE DII UNO SCONVOLGIMENTO EPOCALE

La guerra del Peloponneso fu uno sconvolgimento epocale per il mondo greco, si trattò della sua prima e unica “guerra mondiale”. Il suo esito, ovvero lo smantellamento delle Lunghe Mura e la rinuncia alla potenza navale imposti ad Atene nel 404, rappresentò un punto di svolta dal valore fortemente simbolico, che sanzionò il definitivo tramonto dell’ esperienza più dinamica della storia greca, e cioè la fine irreversibile dell’ egemonia imperiale di Atene. Il conflitto durò ben 27 anni, sebbene il suo carattere unitario non può che essere considerato come il risultato di una moderna operazione storiografica; la sua scansione fondamentale  è fra due periodi di vera e propria guerra tra Atene e Sparta , entrambi prolungatisi per un decennio, scanditi da un periodo di circa sette anni di pace instabile o di guerra mascherata, la “tregua inquieta” di cui ci parla Tucidide. Anche questa triplice scansione in guerra archidamica (431-421), tregua inquieta e guerra ionica (414-404) è però il frutto di una ricostruzione storiografica moderna, in quanto il cantore contemporaneo alle sue vicende, da cui provengono la maggior parte delle nostre informazioni a riguardo, ovvero Tucidide, si pose nella prospettiva di un unico grande conflitto, il più grande mai combattuto tra greci contro greci, cercando con questa affermazione di elevare l’ intensità, la drammaticità e l’ importanza storica degli accadimenti da lui vissuti e narrati oltre la tradizione, e quindi oltre quello che era stato considerato, fin dagli albori della civiltà greca, come il più grande conflitto intraellenico: la presa di Troia. Le inedite dimensioni di questo conflitto, che era stato preparato agli occhi di Tucidide dalle tensioni tra Sparta e Atene che si erano venute accumulando dopo le guerre persiane, erano dovute al fatto che, per la prima volta nella storia delle poleis, le due città che si trovarono a fronteggiarsi l’ una contro l’ altra erano entrambe a capo di un poderoso sistema di alleanze, in parte ereditato proprio dalle guerre persiane, che fece sì che un tradizionale scontro tra due potenze si trasformasse nell’ epicentro di un sisma le cui onde si propagarono all’ intero mondo greco. Le innovazioni furono tante e lo sconvolgimento generale, dopo la guerra del Peloponneso il mondo greco non sarà più lo stesso. Innanzitutto, in una guerra così geograficamente sfrangiata, non fu sempre la battaglia campale di tipo tradizionale a imporsi e a decidere le sorti dei due contendenti. Dal punto di vista strettamente militare, poiché i conflitti si estesero anche a terreni impervi e scoscesi che mettevano in difficoltà la già esigua capacità di movimento e manovra della falange oplitica, assunsero sempre più importanza i soldati mercenari, soprattutto gli agili peltasti della Tracia, che nella classica battaglia oplitica erano di norma presenti solo con una funzione ausiliaria, raramente decisiva per l’ esito finale. Non va dimenticato che al tempo, con l’ unica eccezione di Sparta, non esistevano quasi soldati di professione e la struttura fondante dell’ organizzazione della polis si basava proprio sulla figura del cittadino-soldato, che doveva alternare il suo lavoro nei campi a periodi di servizio militare a difesa della patria. Questo assetto di base non fu più possibile con il prolungarsi del conflitto per così lungo tempo, e questa abnorme durata della guerra, insieme alla diversità e lontananza geografica dei teatri in cui gli scontri si svolgono, portò con sé, tra le altre cose, la necessità di assicurare continuità alle campagne al di là della rigida scadenza annuale degli incarichi di comando: si spezza così il cordone ombelicale che legava il comandante dell’ esercito alla sua polis, e che ne faceva un mero esecutore delle autorità politiche, dando il via alla specializzazione degli strateghi, che nel modello oplitico-agonale erano ancora dei combattenti tra gli altri, investiti dell’ onere di dare l’ esempio e di incoraggiare le truppe a non rompere i ranghi. Non sarà un caso che proprio nel IV secolo, a conclusione della guerra, nascerà la manualistica militare. Il fatto che la guerra terrestre fosse diventato un affare assai più complicato, in cui l’ aspetto tattico assumeva un ruolo predominante, portò ad un ulteriore sconvolgimento epocale, ovvero alla democratizzazione dell’ antico concetto eroico-aristocratico della virtù guerriera. Nel Lachete (424-418) platonico tutti gli interlocutori si trovano d’ accordo nel rifiutare la tradizionale definizione di virtù guerriera, vale a dire “restare nei ranghi, respingendo il nemico senza darsi alla fuga”, e tutti concordano anche sulla necessità che all’ ardimento e alla forza, all’ ideale della morte eroica, si debba necessariamente accompagnare l’ ingegno, la conoscenza, l’ esperienza e la capacità di previsione, al fine non solo di mostrare coraggio ma anche di elaborare tattiche e strategie vincenti. Non è un caso che la definizione iniziale, quella che con la guerra del Peloponneso finirà per essere abbandonata, riprenda quasi alla lettera due versi del cantore dell’ oplitismo per eccellenza e della sua ideologia aristocratico-egalitaria, vale a dire lo spartano Tirteo. Un’ ulteriore, radicale, cambiamento sarà apportato dal modo inedito con cui Atene deciderà di approcciarsi alla guerra. Atene aveva costruito nel corso del tempo una supremazia navale che nel 431 risultava indiscutibile e, allo stesso tempo, irraggiungibile per qualsiasi altra polis. La scelta di Atene di optare, come chiave per la vittoria, sulla talassocrazia, portò al proliferare di scontri sui mari, nei quali su ogni trireme erano impiegati centosettanta rematori che si trovarono ad assumere l’ ostico ruolo di anonimi protagonisti delle vittorie o delle sconfitte. E’ bene ricordare che da sempre, per la mentalità greca, l’ uomo che si impegnava a difendere la patria in armi veniva automaticamente considerato cittadino, con il servizio militare veniva legittimata la possibilità e, anzi, il dovere di occuparsi delle faccende pubbliche. Fu così che la guerra navale non solo concorse molto sia alla democratizzazione dell’ antica virtù guerriera che alla specializzazione degli strateghi, ma costituì anche il sostrato necessario per l’ avvento della democrazia radicale ad Atene. La supremazia navale di Atene aveva ormai origini piuttosto antiche: fu Temistocle il primo a prevedere che la rinascita della sua polis, dopo la distruzione dei Persiani e la fuga della popolazione a Salamina, era nella talassocrazia, fu sempre Temistocle, dopo la tregua che seguì a Maratona, a convincere i cittadini  a investire le entrate delle miniere del Laurio nella costruzione di un’ imponente flotta, in contrasto con le leggi della città che prevedevano che ogni entrata extra fosse equamente distribuita tra tutti i cittadini. In effetti, seguendo Tucidide, è proprio negli anni che seguirono alle guerre persiane che lo storico si trova a dover cercare di rintracciare la nascita di quella causa più vera che sottostarebbe alle cause dichiarate della guerra del Peloponneso, ovvero la paura di Sparta per l’ egemonia imperiale di Atene su gran parte della Grecia, all’ infuori della penisola peloponnesiaca. E’ opinione comune che con la battaglia di Micale del 479, subito dopo Platea, abbiano termine le guerre persiane, ma in realtà i conflitti non erano affatto terminati e le tensioni non si allentarono così in fretta. I Persiani, dopo la loro sconfitta e la loro fuga, costituivano pur sempre una minaccia, e poiché erano già state due le spedizione punitive che avevano portato l’ esercito e la flotta del Gran Re ad invadere la Grecia, nessuno poteva assicurare che non ce ne sarebbe stata una terza. Per fare fronte a queste due invasioni si era costituita una Lega ellenica, sotto la guida spartana, i cui contingenti militari, di terra ma soprattutto di mare, erano alle prese con la conquista di Bisanzio sotto la guida di Pausania, quel comandante spartano che aveva vinto Platea. La cosa che può risultare strana (ragionando con un’ ottica che si svilupperà solo più tardi, ovvero il bipolarismo conflittuale Sparta-Atene) è che fu proprio Sparta a sollecitare gli Ateniesi a prendere il comando delle operazioni e, quindi, a sostenere il peso maggiore dell’ impegno militare. Sparta infatti soffriva di una crisi interna per via del fatto che entrambi i re erano minorenni e per il fatto che l’ uomo più in vista della città, il comandante Pausania, era stato accusato in patria dei due crimini più gravi della legge della polis: la collusione con il nemico e l’ intesa con gli iloti. La prima accusa si spiega con il fatto che Pausania stava subendo, durante le sue spedizioni, il fascino del potere assoluto e del lusso e delle ricchezze dei sovrani orientali, accumulando un ingente bottino e “medizzando”, se non sul fronte militare, quanto meno nei suoi costumi personali, soprattutto nel vestiario, mentre la seconda accusa risulta un semplice pretesto per condannare a morte un uomo ormai ricco, potente, e, per via del fatto che stava dimostrando uno spiccato individualismo nella conduzione dell’ esercito panellenico, pericoloso. Non va sottovalutato, a riguardo, l’ immobilismo di cui i Corinzi, ovvero Tucidide, accusano gli Spartani: la verità è che fin dall’ indomani di Platea Pausania aveva mostrato uno spiccato individualismo, sia nella conduzione delle operazioni, sia nel suo arricchimento personale, cosa che metteva in crisi l’ egalitarismo di fondo dell’ ideologia e della mentalità spartana. L’ immutabilità essenziale dell’ organizzazione sociale di Sparta e delle sue leggi facevano sì che venissero mal sopportati i contatti con il mondo esterno, la disciplina e il conservatorismo spartani portavano gli abitanti a credere che coloro che si allontanavano dalla polis si “guastassero”. Il tradizionale mondo arcaico, nel quale tutti riconoscevano e divinizzavano il combattimento oplitico di Sparta, considerato unanimemente imbattibile, consentiva alla città l’ egemonia sul Peloponneso e gli Spartiati erano convinti che questo mondo sarebbe potuto durare per sempre. Non bisogna dimenticare che, in questo’ ottica spartana, era possibile, attraverso amicizie personali con gli aristocratici delle altre poleis, mantenere buoni rapporti con le città che non erano inserite nell’ orbita della lega peloponnesiaca e del suo esercito, soprattutto con Atene, nella quale la maggior parte delle decisioni spettava ancora al consiglio dell’ Areopago, non essendo ancora state varate le riforme di Efialte che condurranno allo strano esperimento della democrazia radicale (461). La prosecuzione della guerra era dunque per Sparta un inutile impiccio, destinato per di più a corrompere i migliori Spartiati (che già in questo periodo iniziavano a diminuire di numero), sottoposti alle effimere lusinghe del lusso, della fama e della ricchezza. Il tratto più evidente di Cimone, allora leader di Atene, fu proprio, per quanto riguarda la sua politica estera, i buoni rapporti con Sparta, al punto che chiamerà suo figlio Lacedemonio. Per dare seguito alla particolare analisi sociologica che ci consegna Tucidide, delineando gli Ateniesi come essenzialmente dinamici e inclini al cambiamento, esseri sempre in movimento nonostante le difficoltà, contrapposti all’ immobilismo caratteristico di Sparta, è interessante notare come Atene accettò di farsi carico del comando dell’ esercito della Lega ellenica pur versando in grandi difficoltà, in quanto la città era stata messa a ferro e fuoco dai Perisani e ancora la maggior parte della popolazione o era impegnata in opere di ricostruzione oppure era ancora esule a Salamina. Nella primavera del 477, però, avvenne la svolta, in quanto Atene decise di modificare radicalmente l’ alleanza che si era trovata a comandare, istituendo la Lega di Delo: il pretesto era quello di devastare la terra del Re, per vendicarsi di ciò che i Greci avevano dovuto subire, ma di fatto essa si trasformò nello strumento del dominio imperiale di una polis su tutte le altre. Per prima cosa la nuova Lega presentava un tratto caratteristico completamente nuovo, ovvero un’ informale organizzazione gerarchica che contrastava il tradizionale assetto egualitario delle precedenti alleanze tra poleis, in quanto i membri più ricchi erano tenuti a fornire navi, mentre i membri più deboli potevano limitarsi al pagamento di un tributo, il phoros. L’ entità del tributo era determinata, ogni quattro anni, da Atene. La partecipazione all’ alleanza era di fatto libera ma, come dimostreranno i primi episodi tipicamente imperialisti di Atene, di qui a qualche anno, risultava impossibile uscirne. E’ interessante notare che Aristide, l’ ispiratore dell’ alleanza, fece ricorso a forme rituali che facevano ormai parte del patrimonio culturale di tutte la famiglie aristocratiche greche, come il giuramento che prevedeva di avere gli stessi amici e gli stessi nemici, o l’ affondamento dei blocchi di ferro in mare o la cornice tradizionalmente religiosa dell’ alleanza, tutto ciò al fine di rendere meno vistoso il fatto che mancavano del tutto dei precedenti istituzionali per dare vita a una struttura così complessa. Con la rivolta degli iloti che seguì al terremoto che sconvolse le Laconia del 464, i rapporti tra Sparta e Atene si guastarono e Cimone fu ostracizzato. Il suo successore, Efialte, cui seguirà Pericle, abolirà la maggior parte delle prerogative dell’ Areopago dando vita a un esperimento, unico in tutta la Grecia, di effettivo potere del popolo, sempre intendendo con “popolo” i cittadini ed escludendo quindi i meteci, gli schiavi e le donne. E’ interessante sottolineare come il prodigioso esperimento politico del quale si è tanto dibattuto e che costituirà il vero “miracolo greco” in campo amministrativo aveva essenzialmente bisogno, per nascere, sia della frequenza della guerra, e quindi di un’ aggressiva politica imperiale da parte di Atene, sia del phoros che gli alleati-sudditi erano costretti a pagarle. L’ innovazione fondamentale infatti, che scatenò lo stupore di gran parte del mondo greco stesso, fu la retribuzione delle cariche pubbliche, che andava a intaccare il presupposto fondamentale su cui la democrazia olpitica si era storicamente fondata. L’ equivalenza tra il contadino libero e il cittadino trovava la sua ragione d’ essere nel fatto che solo a coloro che riuscivano a produrre un surplus agricolo tale da potersi permettere l’ armatura oplitica era concessa la partecipazione alla vita pubblica, e il tradizionale uomo dabbene, in questa classica impalcatura ideologica, era proprio colui che, potendo vivere di rendita, aveva tempo per dedicarsi alle armi e alla vita politica. La retribuzione delle cariche pubbliche apriva davvero le porte della partecipazione a qualsiasi cittadino, ma poiché la tassazione diretta allora non esisteva (la tassazione era vista come un’ umiliante imposizione inconciliabile con lo status di cittadino, solo i meteci erano costretti a pagare 12 dracme all’ anno allo Stato) solamente i proventi dell’ impero potevano consentire un bottino tale da potersi permettere un tale provvedimento. Ecco dunque perché esiste un intrinseco rapporto di causa-effetto tra il deteriorarsi dei rapporti con Sparta, l’ instaurazione della democrazia radicale ateniese, l’ evoluzione aggressiva della politica imperiale della polis dell’ Attica e lo scoppio della guerra del Peloponneso. La potenza di Atene, inoltre, era fondata sulla’ efficienza e sulle dimensioni della flotta, che al momento dello scoppio delle ostilità poteva contare più di trecento triremi. Questo presupponeva degli investimenti in materie prime (soprattutto legname) e in infrastrutture (cantieri navali) che solo una potenza imperiale poteva permettersi. Inoltre il servizio nella flotta, come già si accennava, concedeva a moltissimi poveri ateniesi di guadagnare il soldo giornaliero come rematori (anche i loro stipendi venivano prelevati dal bottino della Lega), con  l’ ovvia equazione più guerra, più impiego della flotta, più paghe per i rematori. A partire dal 454 il tesoro della Lega fu trasportato ad Atene e, da allora, la distinzione tra entrate dello stato ateniese ed entrate dell’ alleanza cessò di avere un senso. Pericle, grazie a queste entrate, diede il via a uno straordinario progetto di abbellimento dell’ Acropoli della città proprio per estendere il primato politico di Atene anche al piano culturale, dimostrando ai sudditi dell’ impero che si recavano ad Atene per chiedere giustizia (tutti i processi che contemplassero la pena capitale dovevano avere luogo ad Atene) o per versare il tributo, che non esisteva in Grecia una polis tanto bella, avanzata e potente come Atene.

 

LA GUERRA ARCHIDAMICA

L’ opinione pubblica ateniese del tempo, testimoniata dagli Acarnesi e dalle Rane di Aristofane, condivideva l’ idea che la causa scatenante del conflitto fosse stata l’ emanazione, intorno al 432, di un decreto ateniese che escludeva i Megaresi da tutti i porti dell’ impero. Di fatto, gli Spartani fecero della cancellazione di tale decreto, voluto da Pericle, la condizione per evitare l’ apertura delle ostilità, ma in realtà furono le pressioni degli alleati di Sparta a spingerla alla guerra. I veri protagonisti dello scoppio delle ostilità furono i Corinzi, che entrarono in conflitto con Atene per via della sua insolita alleanza con Corcira e del suo violento assedio di Potidea, ex colonia corinzia. L’ alleanza tra Atene e Corcira rompeva gli schemi tradizionali delle alleanze, in quanto Corcira era anch’ essa una ex colonia di Corinto ed era tradizionalmente retta da un regime oligarchico, ma il fatto è che essa poteva dispiegare la seconda flotta più efficiente dell’ Egeo dopo, ovviamente, quella ateniese. Questa mossa di Atene, nella splendida prosa in cui ce la racconta Tucidide, riflette bene il punto di vista dello storico, imperniato sul suo paradigma realista secondo cui gli argomenti di carattere etico non risultano mai la chiave giusta per comprendere la politica. Le ragioni umanitarie, nei discorsi degli oratori tucididei, non si vedono mai accordare la distinzione di un logos a sè stante, ma esse hanno invece bisogno, per affermarsi, di occultarsi in una trama argomentativa che non perda mai di vista l’ unico, autentico metro di giudizio, ovvero il mero interesse della polis più forte. Ad Atene non era conveniente lasciare che la seconda flotta dell’ Egeo potesse schierarsi  contro di lei, poco importano dunque le ragioni ideologiche che vedrebbero preferibilmente il supporto dei democratici ai democratici e degli oligarchici agli oligarchici. E’ Corinto, dunque, a spingere Sparta ad aprire le ostilità, con un celebre discorso davanti all’ assemblea e ai gheronti che presto si trasforma in una violenta invettiva contro l’ immobilismo spartano, contrapposto al dinamismo con cui Atene aveva costruito il suo impero. Il re Archidamo, dunque, dà inizio a una lunga marcia di avvicinamento verso Atene, seguendo non la strada più diretta dal Peloponneso all’ Attica, ovvero quella costiera, ma una via più lunga e tortuosa al fine di dare ad Atene un’ ultima possibilità per ripensarci: è la prima delle cinque invasioni dell’ Attica che si succederanno nei sette anni a venire. L’ esercito peloponnesiaco si muoveva lungo i binari di una pratica bellica ormai secolare, che non concepiva altro che l’ invasione nel territorio nemico e la conseguente battaglia campale; Atene, invece, si comportò in un modo inedito, sconvolgente per la mentalità di allora, che ben riflette la crisi dell’ ideologia oplitica di cui si era parlato nell’ introduzione. Pericle convinse infatti i suoi cittadini, che istintivamente volevano tentare di difendere i loro campi e le loro terre dagli invasori, a rifugiarsi dentro il perimetro delle Lunghe Mura, volute da Temistocle, che collegavano la città al Pireo, abbandonando il territorio rurale alle devastazioni dell’ esercito nemico e rifiutando quella battaglia campale che avrebbe dato una vittoria sicura alla più numerosa e potente armata peloponnesiaca. Nel contempo, la sicurezza delle acque antistanti la zona portuale, accoppiata al dominio dei mari reso possibile dalla flotta più cospicua ed efficiente del mondo greco, avrebbe garantito il solido controllo dell’ impero, dal quale provenivano annualmente 600 talenti sotto forma di tributi, una cifra che allora nessun bottino di nessun’ altra polis avrebbe mai potuto eguagliare. Atene poteva così bilanciare l’ impossibilità di distruggere o di fermare il potenziale militare nemico con un’ illimitata capacità di resistere a qualsiasi tentativo di annientamento operato nei termini di una tradizionale guerra terrestre. Pericle voleva così dare una dimostrazione di forza e di superiorità, la sua strategia di stampo difensivo mirava a costringere Sparta a riconoscere, come un dato ormai immodificabile, l’ impero e il primato ateniesi. Ma questa visione periclea peccava di una rischiosa sopravvalutazione della capacità finanziaria di Atene e della disponibilità a resistere degli Ateniesi. Da un lato, infatti, Atene si trovava nella necessità di tenere costantemente in mare e in armi un gran numero di triremi, per la semplice sorveglianza dell’ Attica, del Pireo e degli alleati-sudditi : fino all’ estate del 426 erano stati spesi circa 3800 talenti e, alla vigilia della pace di Nicia (421), il bottino iniziale che ammontava a 9800 talenti era ormai ridotto a ben poca cosa. Inoltre l’ abbandono della campagne dell’ Attica era stata una misura freddamente studiata a tavolino, in omaggio alla strategia di fondo, senza contare che la maggior parte degli individui coinvolti non aveva un alloggio ad Atene, e l’ esodo comportò per molti la ricerca di abitazioni di fortuna:  le torri per le fortificazioni e le Lunghe Mura divennero, ben presto, le assai disagiate dimore per molti di questi immigrati. La città affollata e in condizioni igieniche precarie conobbe, a partire dal 430, una spaventosa epidemia di un morbo che è passato alla storia come la “peste” di Atene, ma probabilmente si trattò di una grave epidemia di tifo, tale da causare la scomparsa di circa un terzo della popolazione. L’ antropologia tucididea, tutta imperniata sul concetto di una natura umana sempre uguale a sè stessa e influenzata dall’ ambiente che la circonda, ci regala della pagine immense nella descrizione del degrado morale che colpì gli Ateniesi, così come i corciresi durante la stasis, per via del loro quotidiano contatto con la sofferenza e la morte. L’ analogia tra peste e stasis è  ricorrente in Tucidide, in quanto se la prima è la più pericolosa malattia per il corpo, la seconda è la peggior malattia della polis. La situazione, nonostante i subbugli interni ad Atene che scalfirono molto la fiducia del popolo in Pericle, entrò in una situazione di stallo. La mossa che avrebbe consentito a Sparta una rapida vittoria sarebbe indubbiamente stata l’ apertura di un fronte nell’ Egeo, che avrebbe messo Atene in seria difficoltà a perseguire il duplice obiettivo di tenere sotto pressione le coste del Peloponneso (con rapide incursioni navali) e difendere le città dell’ impero. Il fatto è che il gap navale tra i due schieramenti era troppo grande per essere colmato, in quanto esso non si basava solo sulla scarsità di risorse finanziarie che potessero alimentare, da parte peloponnesiaca, una politica navale di ampio respiro,  permettendo il reclutamento degli equipaggi a tempo pieno, oltre il ristretto orizzonte della singola spedizione. La talassocrazia di Atene si basava anche e soprattutto sul fatto che gli Ateniesi avevano portato a uno stadio molto avanzato uno stile di combattimento che si era iniziato a praticare quando, sul finire del VI secolo, le triremi avevano rimpiazzato le vecchie navi da guerra a trenta o cinquanta remi, ma con il quale gli Ioni avevano ancora scarsa dimestichezza e altrove in Grecia non si era ancora affermato allo scoppio delle ostilità. Le triremi ateniesi non imbarcavano più di una decina di opliti ed eccellevano nelle manovre in spazi aperti: la fase propriamente offensiva era costituita dall’ attraversamento e dall’ aggiramento delle linee nemiche, che doveva mettere in condizione la trireme, provvista a prua di un pesante rostro di metallo, di speronare la nave avversaria e metterla fuori uso. La tradizionale battaglia navale, a cui la maggior parte dei greci era ancora abituata, non prevedeva queste manovre complesse e, dunque, non presupponeva l’ addestramento e la specializzazione dei rematori. Le navi peloponnesiache si limitavano ad allinearsi a quelle nemiche per permettere l’ arrembaggio degli opliti, e sui ponti della navi si svolgeva uno scontro tra falangi in tutto e per tutto simile alla battaglia terrestre. Nonostante ciò Sparta era forte, nei confronti della rivale, del favore della maggior parte dei Greci, in quanto Archidamo si era curato di lanciare l’ efficace parola d’ ordine della “liberazione” dal dominio di Atene per legittimare l’ invasione dell’ Attica. Questa situazione di stallo fu rotta da Atene, che mai come nel 425 si trovò a un passo dalla vittoria e che, sotto la guida di Cleone (Pericle era morto di peste nel 429), si era fatta più aggressiva. Nel corso di una spedizione destinata a raggiungere la Sicilia, un improvviso sbarco di Demostene sulla costa occidentale del Peloponneso, presso l’ isoletta di Sfacteria, permise la creazione di un avamposto in territorio nemico e la cattura di trecento opliti spartani, tra cui centoventi Spartiati, che furono condotti prigionieri ad Atene. Per via della sua stessa struttura sociale organizzata in fasce censitarie gerarchiche e fondata sulla riduzione in stato di semi-schiavitù dei Messeni, Sparta si è costantemente trovata a dover affrontare il problema del numero dei suoi Spartiati, in quanto se questo avesse dovuto raggiungere delle cifre troppo limitate sarebbe diventato difficile sedare un’ ipotetica rivolta degli iloti. Sparta fu presa dal panico alla notizia della presa in ostaggio di un così gran numero di homoioi e si affrettò a proporre la pace, ma Cleone convinse i suoi cittadini a rifiutare le offerte, a testimonianza del fatto che si sentiva ormai sicuro della vittoria imminente. Va tenuto presente anche il fatto che la Laconia non era mai, fin dall’ arrivo dei Dori, stata invasa da un esercito nemico, e bisognerà aspettare Epaminonda e il breve periodo di egemonia tebana perchè questo avvenga: così la creazione di un avamposto ateniese a pochi chilometri da Sparta concorse indubbiamente a rafforzare l’ orgoglio degli abitanti dell’ Attica e la paura dei Lacedemoni. Di lì a poco, però, il genio di Brasida ristabilirà gli equilibri con la presa di Anfipoli, colonia ateniese fondamentale per gli approvvigionamenti di legno dalla boscosa Tracia, in Grecia settentrionale. La morte sotto le mura di Anfipoli di Brasida e di Cleone, nel 422, fece rivalutare a entrambe le parti le azioni di quanti erano favorevoli alla pace, dei quali il più in vista, ad Atene, era Nicia, da cui la pace prenderà il nome. Le condizioni rispettavano sostanzialmente lo status quo ante.

 

LA SPEDIZIONE IN SICILIA

Il progetto di sfruttare la situazione locale per estendere la propria influenza in Sicilia non era uscito dall’ agenda politica di Atene nemmeno dopo la conclusione, nel 424, della pace di Gela. Il pretesto per l’ intervento fu fornito, nel 416-415, da ambasciatori di Segesta, che chiesero con insistenza l’ assistenza militare ateniese per la loro città che stava avendo la peggio con la confinante città dorica di Selinunte, storica alleata di Siracusa. Il più forte argomento addotto a supporto di tale richiesta era il pericolo potenziale che Siracusa potesse intervenire in Grecia a fianco di Sparta. Nel frattempo le relazioni tra la città lacone ed Atene erano acquietate dalla reciproca promessa di una tregua cinquantennale, anch’ essa sancita dalla pace di Nicia. L’ assemblea ateniese si riunisce e vota di affidare una spedizione di sessanta navi a tre comandanti con pieni poteri: Alcibiade, Nicia e Lamarco, e  proprio in questa scelta Tucidide ravviserà la grande colpa di Atene, ovvero la spregiudicata sete di dominio imperiale, unita all’ incapacità e all’ egoismo dei reggenti di Atene dopo Pericle. E’ stato addirittura suggerito, infatti, che agli occhi di Alcibiade la spedizione in Sicilia facesse parte di un ben più ardito piano di dominio sull’ Occidente, volto a creare un impero che a sè annettesse tutta la Sicilia, la Magna Grecia, e perfino Cartagine. Torna dunque, con la figura di Alcibiade, un tema molto noto alla tradizione greca: ovvero quello della hybris come peccato capitale umano, che suscita l’ invidia degli dèi e conseguenti sventure. La sventura di Atene sarà la perdita del suo impero e del suo dominio sui mari, e il dinamismo dei suoi cittadini, sempre incline ad andare oltre, ad ottenere un dito per poi prendersi il braccio, a puntare in alto e a continuare, inesorabilmente, a porsi nuovi obiettivi, sarà circolarmente causa sia della breve egemonia della città sulla Grecia sia della perdita stessa di questo primato. Nel resoconto tucidideo del discorso in cui gli ateniesi prendono la decisione fatale ricorre con insistenza il termine eros e termini da lui derivati, rivelatori di un desiderio intenso e malsano, perverso, inappagabile.  Fortemente ostile alla spedizione sarà invece Nicia, una figura che Tucidide utilizzerà con maestria per esprimere l’ equivalnza che per lui si può intrecciare tra giustizia e ingenuità. Tucidide attribuisce infatti arete a Nicia, virtù che si sostanzia di pietas e di senso di giustizia nei confronti degli uomini; eppure la bontà e la moderazione di Nicia non tolgono il fatto che le sue future prestazioni in veste di unico comandante superstite a Siracusa risultarono drammaticamente inadeguate alle circostanze, senza contare che la sua superstizione, figlia dell’ ingenuità e, quindi, anche della pietas, lo indusse a un errore fatale per la salvezza dell’ esercito ateniese. Quando la sconfitta era ormai certa e già Demostene proponeva la fuga, Nicia si oppose alla precipitosa partenza senza previa consultazione degli indovini, che ammonirono l’ esercito ateniese di non abbandonare le fortificazioni senza che fossero passati “tre volte nove giorni”. Resisi conto dell’ intenzione ateniese di partire e fiduciosi nella carismatica figura di Gilippo, i Siracusani capirono che ormai il nemico si sentiva in inferiorità e presero l’ iniziativa decisiva.

Il mattino in cui era previsto che le navi salpassero alla volta della Sicilia, gli Ateniesi scoprirono che nottetempo quasi tutte le erme della città – dei piccoli pilastri sormontati dalla testa di Hermes, con un fallo eretto sporgente sul davanti – erano state sfigurate: un gesto empio che fu spesso letto come un cattivo presagio per la spedizione o come un tentativo di sabotarla operato dai Corinti. La vicenda arrivò a coinvolgere Alcibiade e fu brandita dai suoi avversari politici che, una volta partito, lo richiamarono in patria per sottoporlo a giudizio. Alcibiade, quando la flotta approdò a Reggio, in Calabria, abbandonò la spedizione per sottrarsi alle accuse che, quasi sicuramente, lo avrebbero condannato al suo rientro forzato in patria, e si rifugiò a Sparta, con un aspettato cambio di fronte che cambiò i destini della spedizione. Nel frattempo Lamarco era morto in una battaglia navale, e Nicia era rimasto solo a condurre l’ esercito, lui che era stato l’ unico dei comandanti a non dare il suo appoggio alla spedizione. Alcibiade diede a Sparta le chiavi per piegare Atene: l’ invio di Gilippo, geniale condottiero spartano, affinchè prendesse le redini della difesa di Siaracusa dall’ assedio, con navi da guerra e opliti al seguito, e la ripresa della guerra aperta con Atene, attraverso l’ occupazione stabile del forte di Decelea in Attica, che avrebbe sottratto ad Atene l’ accesso alle miniere del Laurio che, dopo i proventi dell’ impero, costituiva la fonte massima delle entrate della polis. Atene si trovò anche a dover importare le vettovaglie che dall’ Eubea le garantivano la resistenza alle invasioni spartane via mare e non più via terra, poichè la strada terrestre che collegava Oropo ad Atene passava proprio per Decelea, con il conseguente aggravio dei costi, dei rischi e con il vertiginoso aumento delle tempistiche. L’ esercito ateniese era definitivamente sconfitto a Siracusa, e il contingente di seimila uomini in fuga al comando di Demostene e Nicia venne interamente catturato. I due comandanti vennero messi a morte, mentre l’ esercito ateniese fu gettato nelle latomie, delle cave di pietra nei pressi del teatro di Siracusa, dove i soldati furono lasciati a marcire, in condizioni deplorevoli, per otto mesi, esposti al caldo e al freddo e con razioni da fame. Quattro anni dopo, nel corso della guerra ionica, gli equipaggi di quattro navi siracusane catturate nell’ Egeo furono spediti ad Atene e rinchiusi nelle cave di pietra del Pireo, ripagati con la stessa moneta .

 

LA GUERRA IONICA

Uno dei protagonisti di questa terza e ultima fase della guerra del Peloponneso fu il Gran Re dei Medi, che da questo momento in avanti inizierà ad intromettersi sempre più negli affari greci fino ad assumere un’ influenza tale nelle relazioni tra le poleis da arrivare a dettare, in seguito alla guerra di Corinto, una pace panellenica (386), che tutte le poleis saranno obbligate a sottoscrivere, pena l’ inimicizia di Sparta . Quest’ asse tra Sparta e l’ impero persiano ha le sue radici nei tempi di cui stiamo trattando. I contraccolpi della disfatta in Sicilia non tardarono a farsi sentire sulla coesione e sulla tenuta dell’ impero, tanto che a Sparta si riunì un congresso tra tutte le poleis che, come già avevano fatto quelle dell’ Eubea e quelle di Lesbo, intendevano defezionare. A Sparta si presentarono anche degli emissari di Tissaferne, satrapo della Lidia che, incaricato da Dario II di esigere i tributi arretrati dalle città d’ Asia controllate ora da Atene, intendeva promettere a Sparta il sostentamento degli equipaggi, come premessa per scalzare l’  odiato dominio di Atene. L’ esercito persiano non era così pericoloso come le dimensioni del suo impero potevano far pensare, come dimostrerà l’ impresa di Alessandro Magno quasi un secolo più tardi, ma le finanze del Gran Re erano tali da poter armare senza alcun problema la flotta permanente di cui Sparta avrebbe avuto bisogno fin dalla guerra Archidamica. Non fu facile accettare per Sparta, poichè non era facile trattare con una potenza che voleva esplicitamente riportare sotto il suo dominio quelle città greche per cui si erano combattute le guerre persiane e quelle stesse città greche che Sparta si proponeva ideologicamente di liberare dal dominio ateniese. Ad Atene, inoltre, nel 411, una rivoluzione pacifica e formalmente legale instaurava un regime oligarchico, abolendo l’ odiata retribuzione delle cariche pubbliche, fatta eccezione per quelle militari, e riservando i diritti politici ai cinquemila cittadini più agiati della città. Nel frattempo la flotta era di stanza a Samo, e i soldati ateniesi prestarono un giuramento di fedeltà agli ordinamenti democratici ormai perduti, individuando i nemici comuni nei Quattrocento e nei peloponnesiaci: nell’ assemblea fu detto che erano ormai loro, gli uomini di Samo che disponevano della flotta e che rimanevano fedeli alla costituzione democratica, a rappresentare la vera Atene, mentre la città era assediata da una minoranza che aveva rovesciato il regime. Per via dell’ identificazione della polis non con il suo centro abitato, ma con i suoi cittadini (il discorso di Temistocle ai Corinzi prima della battaglia di Salamina, in Erodoto, lo dimostra) si vennero a creare due “Atene”, una in patria e una di stanza a Samo. Alcibiade aveva avuto responsabilità dirette nel sovvertimento del potere democratico e appoggiva inizialmente i Quattrocento, ma la decisione dei congiurati di fare a meno di lui nell’ attuazione del colpo di Stato obliterò il suo coinvolgimento e, con un ennesimo cambio di fronte, riuscì a farsi eleggere stratega della flotta di stanza a Samo e a diventare così il baluardo della reinstaurazione della democrazia radicale. Alcibiade era riuscito a convincere i marinai assicurando loro che, grazie alla sua sincera amicizia e alla sua enorme influenza su Tissaferne, sarebbe riuscito a far sposare ai persiani la causa ateniese. Si trattò di un abile intrigo e di un geniale colpo diplomatico, poichè il vero obiettivo del Gran Re non era assicurare a Sparta una vittoria schiacciante, quanto più equilibrare le forze in campo al fine di lasciare che le due più grandi poleis del mondo greco si logorassero a vicenda. Non si spiegherebbe se no il mancato arrivo in Egeo della flotta fenicia, ai comandi del Gran Re, di proporzioni tali da assicurare una sicura vittoria alla potenza con cui si fosse schierata: il malvagio colpo di genio di Alcibiade fu proprio quello di investirsi del merito di non aver fatto intervenire contro Atene la flotta fenicia. La flotta ateniese riportò ancora qualche successo, come la clamorosa vittoria alle Arginuse, ma ormai la fine della città era segnata: a Egospotami la flotta cadde nelle mani di Lisandro e Atene perse tutti i suoi strumenti di difesa. Dopo pochi giorni di assedio, nell’ aprile del 404, lo stesso Lisandro entrò nel Pireo e prese possesso di  un’ Atene stanca e affamata. Corinzi e Tebani proposero la distruzione della città, l’ uccisione di tutti i maschi adulti e la vendita come schiavi di donne e bambini, ma le condizioni dettate dagli Spartani furono assai più miti: abbattimento delle Lunghe Mura e consegna della flotta, ad eccezione di 12 navi, l’ obbligo, infine, di “avere gli stessi amici e gli stessi nemici degli Spartani e di seguire questi ultimi ovunque li guidassero per terra e per mare”, la classica fomula rituale che sanciva l’ alleanza diseguale tra Sparta e un altro Stato, di fatto la fine di una politica internazionale autonoma di Atene. Le mura di Atene erano percepite come il baluardo non solo della città ma della stessa democrazia, e dopo la resa a Lisandro ebbe origine il sanguinoso regime dei Trenta Tiranni, non si sa se imposto dagli Spartani o meno

 

LE CONCLUSIONI DI TUCIDIDE

L’ ostinata resistenza che Atene ha opposto tra il 413 e il 405 a un fronte nemico che comprendeva ormai, oltre alla Lega del Peloponneso, i Siracusani e i sudditi ribelli, tutti sostenuti dalle finanze del Gran Re, è per Tucidide la prova che Pericle aveva visto giusto: se Atene avesse seguito i suoi consigli non sarebbe emersa sconfitta dallo scontro con i soli Peloponnesiaci. L’ errore fatale di Atene è stato attaccare Siracusa, creandosi nuovi nemici e abbandonando la strategia difensiva di stampo pericleo. La sua grande opportunità si era presentata nell’ estate del 425, quando, potendo minacciare Sparta di uccidere da un momento all’ altro centoventi dei suoi cittadini a pieni diritti, avrebbe potuto negoziare da una posizione di forza le proposte di pace avanzate da una Sparta terrorizzata da una possibile rivolta degli iloti. Anche il semplice congelamento delle posizioni sul terreno sarebbe stata una vittoria per Atene, perchè per lei non avrebbe implicato alcuna perdita e, anzi, avrebbe sicuramente comportato il riconoscimento della legittimità del suo impero, in quanto polis invulnerabile. La grande opportunità era stata persa per colpa di una leadership inetta, che accentuò i motivi interni di disgregazione, acuendo così quelli che Tucidide considera come dei difetti insiti nella democrazia che, per reggersi salda in piedi, ha bisogno per essenza di robusti correttivi, come ad esempio un leader carismatico come Pericle, oppure un antidoto istituzionale come prevedeva l’ esperimento oligarchico del 411, cui Tucidide era favorevole. Nel giudizio di Pericle, e quindi di Tucidide, qualsiasi tentativo di ampliare l’ impero prima che la partita con Sparta fosse chiusa definitivamente andava considerato come un’ azione sconsiderata, irrazionale, frutto dell’ hybris. A dimostrazione della leggerezza con cui gli Ateniesi votarono a favore della spedizione in Sicilia, va sottolineato come sarebbe stato molto difficile pensare, in caso di vittoria, come un modello imperiale consolidatosi nello spazio relativamente ristretto dell’ Egeo e nella forma primitiva di un semplice sistema coercitivo potesse avere qualche probabilità di successo su una scala ormai molto allargata, e cioè mediterranea. Era invece molto facile prevedere che un eventuale insuccesso avrebbe indotto i suoi nemici a fare fronte comune e i loro sudditi a ribellarsi, compromettendo definitivamente anche le possibilità di successo con Sparta.

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