literature/theater

Prometeo Incatenato

Il testo che segue è una riscrittura, interpretata,  del “Prometeo Incatenato” di Eschilo, qui di seguito l’ elenco dei personaggi

  • Prometeo
  • Potere
  • Efesto
  • Doride
  • Coro di Nereidi
  • Oceano

PROMETEO INCATENATO

La scena si svolge sulle impervie sommità di una rocciosa montagna della Scizia, l’ azzurro intenso del cielo ricorda il mare, tanto caro ai Greci, ma il turbinio folle del vento e il suo terribile ululato presagiscono l’ intensa tragicità della scena. Entra il Potere conducendo Prometeo per un braccio, segue Efesto che porta le catene e il maglio. Prometeo è l’ unico personaggio ad avere sembianze in tutto e per tutto umane, così come i suoi comportamenti, durante lo svolgimento, lo saranno. Ha il torso e la gambe nude, destinate a patire il gelo della neve e del ghiaccio invernali e l’ impeto erosivo del vento primaverile, il capo rasato come quello di un prigioniero. Tutti gli altri personaggi sono dèi, indossano maschere sfarzose e splendide e i loro corpi emanano una fievole luce, distaccata, opaca, sfuggevole.

POTERE       Ecco il posto peggiore della Terra, l’ ostile e solitaria Scizia. Ora, Efesto, è tempo che che tu esegua quello che il Padre impone: avvicinerai il colpevole a queste ardue rocce sull’ abisso e per l’ eternità lo avvinghierai ad esse, al loro gelo, alla loro disperazione. Tu solo puoi creare catene più dure del diamante, e per il bene del cielo dovrai punire colui che ti sottrasse il tuo tesoro, la luce artefice di tutto, il calore che addolcisce lo spirito e le membra. Così forse imparerà ad amarla, questo ingenuo, la signoria di Zeus, e così forse potrà avere pace l’ amicizia e la concordia tra gli uomini, nell’ obbedienza delle leggi divine. Lui dovrà dare l’ esempio, con il suo dolore, con la sua pena. Questo è il mio verdetto: che le sue grida, acute e strazianti, raggiungano ogni giorno le fragili orecchie delle sue amate creature, e che esse tremino per il fulmine e le saette del Padre e, rispettandolo e onorandolo, possano scampare la punizione eterna. Fintanto che gli umani vedranno i loro cari soccombere in battaglia, o marcire con lo scorrere del Tempo, non ci sarà pericolo per il regno dei cieli, e poco importa se ora, quegli inetti, eguagliano gli eternamente beati dell’ Olimpo nelle arti e nella tecnica.

EFESTO        Non posso impedire che un ordine di Zeus si compia, nè avrei mai l’ ardore di oppormi alla sua saggezza. Inoltre, sommo Potere, nulla potrà essere d’ ostacolo a che il Tuo verdetto si compia. Ma, per favore, non punite anche me, non obbligatemi ad inchiodare a questa triste roccia tempestosa un dio che ha la mia stessa origine. Personalmente, non gli serbo rancore per avermi sottratto il mio prodigio, e non voglio macchiare le mie mani del suo sangue, mentre batterò i chiodi nei suoi palmi.

POTERE       Non è il fuco ciò che conta ! Non sarebbe qui un Titano, destinato a patire per sempre le più atroci sofferenze, per il tuo misero rancore, Efesto. Prometeo si è macchiato del peggiore dei mali, ovvero la disubbidienza al Padre. E’ un ribelle, non un semplice ladro.

EFESTO       (a Prometeo) Tu hai amato gli uomini, incondizionatamente, e questo è il frutto. Come è stupido e ingenuo l’ amore incondizionato, l’ altruismo ! Perchè lo hai fatto ? Cosa pensavi di ricavarne ? Gloria ? Il Fato ti ha concesso il potere di un Titano e dunque sei immortale…dico, a cosa ti varrà l’ eternità, adesso ? Hai sprecato il bene più prezioso del cielo, lo hai rovinato. Non puoi morire, dovrai scontare la pena fino alla fine dei giorni e delle notti, e io dovrò patire il supplizio di inchiodarti qui, ed arduo sarà sopportare il  rimorso. Non avermene, non è mia la colpa, mi limito ad obbedire agli ordini, per paura di finire un giorno come te.

Efesto indugia, il suo sguardo si incorcia con quello del condannato ed è preso da una forte pietà, la sua espressione riflette rassegnazione e sottomissione ma, allo stesso tempo, emerge una rabbia fino ad allora celata per quella che evidentemente lui reputa una pena ingiusta ed eccessiva

POTERE        Perchè indugi ? Hai forse pietà per un tale individuo ? Non provi odio e disprezzo per un dio che gli dèi maledicono, e che ha disubbidito al Padre ? Sai di non essere tu la causa dei suoi mali e sai di essere nel Giusto. Affrettati ora a incatenarlo, prima che Zeus ti colga inoperoso

Si odono i colpi di maglio. Un silenzio assordante, cadenzato dal vento, è scandito dal battere dei chiodi e dalle grida strazianti di Prometeo. I suoi dolori hanno inizio, e una mano alla volta, poi i piedi, è diligentemente crocifissa alla roccia dall’ obbediente e vile Efesto. Egli però è molto buono, e mentre svolge il suo compito gravoso copiose lacrime gli rigano le guance

POTERE        Sei proprio un vile, Efesto ! Perchè piangi ? Non credi forse che la giustizia divina sia più importante delle sofferenze di un Titano ? Batti ! Batti più forte ! E che per l’ Eternità non gli sia più possibile alcun movimento!

Efesto continua il lavoro con grande pena per il suo animo, e si rivolge al Potere,  con fare ubbidiente e sottomesso ma  allo stesso tempo sdegnato, inorridito 

EFESTO   Davvero sei spietato e duro, sempre. Non provi nemmeno un po’ di compassione per questo sventurato? Sai quanto io onori Zeus e quanto io rispetti te, Potere, ma davvero ritieni che questo castigo sia giusto ?

POTERE   (inflessibile e apatico) Attento a come parli, Efesto, un giorno o l’ altro potresti rischiare di fare una fine simile, così ragionando. Ricorda che non esiste Giustizia all’ infuori di me. E che Prometeo non deve i suoi mali al Fato, quanto più a se stesso. Disobbedire a Zeus è stata una scelta, adesso avrà tutto il tempo per pensare se sarà stata “giusta” o meno.

Efesto batte l’ ultimo colpo sul chiodo, e depone il maglio. Una volta crocifisso Prometeo alla roccia, inizia ad assicurarlo con le catene e con i ceppi di ferro. Con le sue abili e possenti mani da fabbro, che in un istante terminano il lavoro in maniera impeccabile e precisa, accarezza il volto di Prometeo, duro e digrignato per il dolore e la pena

EFESTO       (deponendo i suoi attrezzi) Ecco, ho finito. Non ci voleva molto e avrebbe potuto farlo uno sguattero.

POTERE       Aspetta ! Un ultimo colpo, su ogni chiodo, per assicurarsi che siano ben piantati nella roccia

EFESTO      Questo è un oltraggio ! Sono pur sempre un Dio !

POTERE      Ubbidisci, e basta

Efesto prende con rabbia il maglio e colpisce con tutta la forza del suo braccio, uno per uno, i chiodi. Ad ogni colpo Prometeo sembra sfigurato dalla pena, tutto il suo corpo si contrae in degli spasimi acuti, ma trattiene le grida per non macchiare il suo indomito orgoglio e perchè crede che così potrà dare uno scacco, quanto meno morale, al Potere, senza capire che nella sua logica l’ etica e la morale semplicemente non esistono. Dopo il suo scatto di rabbia, Efesto stringe tra le mani possenti le catene e mostra al Potere la loro consistenza indistruttibile, imperitura, molto più dura e resistente del diamante.

EFESTO       Se è questo che vuoi… eccoti accontentato. Come vedi la qualità della mia arte non ha ancora eguali tra gli uomini, è perfetta. Ma tutto questo dolore non può lasciarti impassibile, non lo credo. Se il tuo bastone è forte, la tua fierezza è falsa.

POTERE      Ti sbagli, nulla potrà mai piegare il mio animo. Non conosco passioni, la mia arte sono le armi, e da sempre le esercitai. Un tempo per Crono, ora per Zeus. Chi mi comanda ha diritto a qualsiasi cosa, è il signore del cosmo. Dolce visione è per me l’ uomo ch’ espia una colpa meritata . E adesso andiamo, Efesto, lasciamolo solo.  (a Prometeo) L’ Eternità ti aspetta, Prometeo… Spero che il supplizio ti sia duro e la lezione chiara. Tu, che forse vorresti che il trono e lo scettro di Zeus vacillassero, adesso e per sempre sarai l’ emblema del suo dominio. Imparerai a gioire del tuo essere utile al Padre, imparerai ad essergli eternamente grato e devoto. Addio, Prometeo

Escono Efesto e il Potere, Prometeo rimane solo. La voce del Titano è scossa e tremula, anche se l’ orgoglio impedisce la copiosità delle lacrime. Un gelido terrore inizia a dipingersi sul suo volto fino ad ora impassibile, fiero, altezzoso. Prometeo non ha più nulla di titanico, è fragile e intimorito come un uomo davanti all’ Ora Suprema, come un bambino dinanzi al padre con il nerbo.

PROMETEO  (dopo un lungo silenzio) Azzurro cielo, aliti di vento, sorgenti dei fiumi, sorriso interminabile del mare, terra madre di tutto e tu, splendido e lucente occhio del sole, io v’ invoco ! Guardate un dio che soffre a causa degli dei ! Guardate…guardate l ’ Eternità…guardate la pena peggiore del cielo ! Come me, Sisifo è costretto al giogo della roccia, inutile, imperituro, eterno. La roccia è il simbolo di tutto ciò che il Tempo non è in grado di scalfire, ed io, la mia rupe, l’ aquila, le piaghe, condivideremo lunghi secoli di angoscia… Ma io lo so, Zeus, quanto sei vile ! Non per l’ oltraggio mi punisti, ma per il tuo capriccio e per la tua vergogna ! Tu sposasti la più bella tra le dee, ma non potesti strapparle la fanciullezza nel tuo letto, e farla per sempre tua. Mio padre, Eurimedonte, si unì ad Era quando ancora era una ragazzina, splendida e innocente come tu non l’ hai mai vista ! Aiutami, Madre ! Guarda cosa mi tocca soffrire, per il tuo seme !

Prometeo percepisce un battito d’ ali che si avvicina

PROMETEO  Chi viene ? E’ forse giunta l’ ora del supplizio ? Uomo, mia dolce creatura e tu, Madre Terra, chi mi darà la forza per resistere ? Non ti bastava, Zeus, la pena della rupe e della noia ? Se solo mi avessi gettato nel Tartaro…oscuro…infinito…dove giacciono le anime dei morti…ma la mia solitudine è prossima alla morte…forse peggio !… è per il fegato che temo… e per l’ acuto becco che ogni giorno mi macchierà di sangue il petto, dilaniandolo, ed esso si ricomporrà…ogni giorno…sempre…per sempre…le mie grida squariceranno e faranno a pezzetti il cielo e la Terra e faranno tremare di paura gli esseri mortali…sarò l’ araldo di Zeus…tutto mi toccò…la vergogna…la sofferenza… la paura…

Entrano, volando come leggiadre farfalle, le Oceanine, seguite da un carro alato che porta il coro delle Nereidi.  Il loro arrivo ha un che di salvifico per il Titano, che abbandona lo stato di agitazione e rassegnazione in cui versava per tornare alla calma, una calma che ha un che di arrogante e presuntuoso. Dolcemente le Oceanine si posano sulla rupe cui è inchiodato Prometeo, atterrando dal loro volo con una leggerezza pari a quella delle foglie che si agitano al vento. Le Nereidi intonano un dolce lamento, costernato, acuto e carico di compassione per l’ ardua sorte del Titano. Quando il sublime canto si affievolisce per poi spegnersi, prende la parola Doride

DORIDE       Non temere, noi ti siamo amiche, siamo sempre amiche agli infelici. L’ eco dei colpi sul ferro dell’ abile maglio di Efesto giunse fino a noi, fino alle profondità degli abissi, e ci si strinse il cuore.

PROMETEO  Non dovevate venire qui a compiangermi…Chi ti dice che io sia infelice ? Dopotutto, è con ragione e consapevolezza che ho sfidato il Padre e, nel confronto, non ho perduto.

DORIDE        E non pensi a te ? Alla tua pena ?

PROMETEO  Affari miei, mi darà ragione il Fato.

DORIDE        Cieco è il tuo orgoglio, Prometeo ! Spogliati però, almeno con me e con le mie figlie, di questa stupida maschera, e lascia che sia il tuo animo ad aprirsi a noi, sinceramente. Non siamo venute qui per giudicare, nè per compiangerti, ma per capire. Perchè hai voluto salvare l’ uomo ? Noi sappiamo che tu sapevi, Prometeo, che questo sarebbe stato, dunque perchè ? Tu hai sacrificato te stesso, dolce Prometeo, e non capisco chi sei : Narciso o Cristo ? Hai agito per gli uomini o per te stesso ?

PROMETEO (gridando, sfigurato da un folle impeto di rabbia) Non ho sacrificato niente ! Guarda, come il mio spirito ribolle ! Prima che arrivaste, ho pianto ! Avete mai visto un Dio gemere, dilaniando la valle e il cielo con le sue grida strazianti, come poco fa io feci ? Avete mai visto un dio in ginocchio, strapparsi i capelli per un fallimento o per una delusione o per la morte di un figlio sul campo di battaglia ? Avete mai udito di un dio “felice” ? Non esiste gioia senza la sofferenza, non esiste piacere che sia eterno. Gli esseri immortali sono condannati all’ apatia…

DORIDE        Ma dov’ è la tua gioia, Prometeo ? Nelle tue condizioni, invidierei le noie dell’ Olimpo… davvero preferisci la rupe ?

PROMETEO  Da questa rupe guardo l’ uomo e i suoi travagli. Da questa rupe vedrò le genti viaggiare e combattersi tra di loro, vedrò i loro amori e i loro odi, vedrò il loro rancore, la loro inquietudine, vedrò la folle emozione che proveranno all’ alba, o solcando il mare, o attraversando i monti, vedrò qualcosa di diverso, che si muove, vedrò qualcosa che nasce e che muore

DORIDE         E’ per donare la morte, che rinunciasti alla vita ? L’ uomo non sarebbe dovuto esistere nei piani di Zeus, perchè non è lecito che un mortale abbia coscienza della sua condizione. Non trovi forse ingiusto e orribile che ognuno di loro si affatichi per la durata della vita, si affanni e si arrovelli, senza poter mai concludere nulla di duraturo ? Come puoi vivere quando tutto è caduco, l’ amore, l’ amicizia, l’ arte ? Credi che gli uomini siano davvero felici ?

PROMETEO Come sei ingenua, Doride. Il tuo animo di donna è troppo tenero. Non solo donai all’ uomo le arti, ma ingenerai in lui false speranze. Ecco la chiave della felicità. Adesso l’ uomo ha fiducia in se stesso, ha fiducia nella sua ragione, è cieco di fronte alla presunta infinità del suo potere sulla Terra. Non a Zeus sacrificherà i suoi buoi, ma alle macchine…il fuoco sarà strumento del suo dominio

CORO           Prometeo ha dato inizio a un moto perpetuo, il moto dell’ uomo alla ricerca del Senso. Ma quest’ essere ibrido, che non è nè mortale nè divino, saprà gestire il suo potere ? La dolcezza del nostro animo non può risparmiare all’ uomo moderno tristi e pesanti accuse: dominatore del cielo, del mare, distruggerà tutto, calpesterà il dono che tu gli hai offerto, Prometeo. Non vedi il destino che ti attende, la tua punizione ? Non detesti forse il potente Zeus per le pene che ti fa subire ? Oggi serbi odio e rancore per il Padre, domani odierai l’ uomo, perchè il potere dà sempre alla testa e rende folli e crudeli. Tu hai voluto vendicarti di Zeus, che rubò a tuo padre Eurimedonte il dolce frutto dei suoi desideri, la tua cara e amata madre. Un giorno sì, l’ uomo offuscherà il Padre, gli sottrarrà lo scettro e il trono, ma non farà che usurparne il posto. Una cortina di fumo aleggia sulle metropoli che si stagliano più alte dell’ Olimpo, noi udiamo i lamenti dei verdi alberi delle foreste e dei boschi, udiamo il pianto delle profonde acque dell’ oceano e l’ acuto e straziante urlo del sole. L’ uomo è un turbine, un uragano, il vento sferzante della sua arte è cieco e violento, la sua sete di sapere è inappagabile e il suo potere non conoscerà mai limiti…distruggerà tutto…il giorno dell’ Apocalisse verrà…ora, a partire dalla follia di questo sfrontato Titano senza indugi, la storia dell’ universo è una strada in discesa verso le tenebre e verso l’ oblio… verso il fumo dei palazzi e il rumore dei treni…verso Hiroshima…verso Treblinka…non sarai il solo a patire le pene dell’ Ade, Prometeo…tua la colpa, tua l’ idea…Zeus ha ragione a punirti

PROMETEO  (con un nuovo impeto d’ ira) Andate via, andate via!  Lasciatemi solo con il mio dolore, lasciate che guardi la mia creatura prendere le redini del cielo. Poco importa se il giorno del Giudizio verrà, io sarò pronto, così come adesso sopporto i chiodi e la rupe con ardore. Non so che farmene nè del vostro compianto nè dei vostri ammonimenti

DORIDE   (dolce) Ma, Prometeo…

PROMETEO  (come sopra) Via di qui, ho detto ! Via !

Escono, affrante, le Oceanine e il coro delle Nereidi. Si alzano dalla rupe con un volo malincnico, lento, deluso. Prometeo rimane ancora una volta solo.

PROMETEO (spaesato, inquieto) Cos’ è questo rimorso ? Ho sovvertito l’ ordine del cielo…il mio ideale sarà eterno… non ho rimpianti…non posso avere rimpianti…o l’ Eternità sarà gravosa…più dura di questi ceppi…non piegherò mai il mio capo a Zeus ! Mai ! Voglio vederlo piangere, soccombere, l’ uomo calpesterà la sua vanità ignorandolo e solo allora, dalla sommità della mia rupe, mi sbellicherò dalle risate, sarò l’ anonimo eroe  delle sventure future…

Dopo un lungo silenzio, appesantito dallo sguardo vuoto di Prometeo che si perde nel baratro e dal suo sorriso gelido, maniaco e feroce; appare, sul suo grifone alato, Oceano.

OCEANO    Soffro con te della tua sorte, Prometeo.

Oceano estrae un otre di vino e lo porge affettuosamente, come un padre, alla bocca del Titano, che beve avidamente. 

PROMETEO  Ti ringrazio, Oceano. Anche tu vieni a osservare i miei mali ? Bene,  guarda pure… questa è la giustizia del Padre…

OCEANO     Ti vedo, Prometeo, e voglio consigliarti per il meglio: adattati, riconosci chi sei e piegati al volere di chi di te è più forte. Ora che l’ uomo è salvo, il tuo orgoglio non potrà più giovargli. Gli dèi hanno un nuovo signore e le parole che lanci, acute, aspre, affilate, potrebbe anche udirle, lui che è il signore del cielo. Deponi, sventurato, le passioni, o la sua rabbia di adesso e i tuoi tanti guai potrebbero sembrarti, un giorno, quando tutto sarà peggio, una sciocchezza. Tu non sai farti piccolo, non cedi ai mali, anzi ne aggiungi altri ai vecchi. Questa è la realtà, nuda e cruda, senza ideali: Zeus ha il pungolo e tu gli hai porto la mano senza cautela, ma il tuo ardore e il tuo sprezzo è qui che ti hanno portato, inchiodato alla rupe. E’ il solo re, non tollera controlli. Incederò io, per te, sperando che mi ascolti…

PROMETEO  Non darti pena per me, non lo convincerai. Zeus non si convince.

OCEANO      Perchè rifiuti l’ aiuto di un amico ? Lasciami almeno tentare…

PROMETEO  Perchè non voglio nemmeno lasciare la rupe. Questo è il mio posto, adesso

OCEANO      Come puoi non desiderare la libertà ?  Non puoi amare quei ceppi che ti stringono i polsi…

PROMETEO Così come sicuramente avresti detto, con spavalda certezza,  che non sarebbe stato  possibile che un immortale  amasse l’ uomo più di se stesso. Soltanto Zeus è libero, non dimenticartelo : anche tu, Oceano, hai la tua rupe e i tuoi chiodi. Ogni dio ce li ha.

OCEANO      Fin dove potranno spingersi il tuo disprezzo e la tua rabbia ? Sana è la moderazione per gli esseri immortali, ma tu non conosci equilibrio.

PROMETEO  Sempre le solite cose ! Ho avuto sete di gloria e di rivoluzione, ho bramato con tutto me stesso che un fulmine dilaniasse il cielo e sconvolgesse tutto l’ Olimpo, da cima a fondo ! Io scagliai quel fulmine, sottrassi il fuoco e lo donai alle bestie… io diedi vita alla cultura.  Ho sovvertito l’ ordine costituito, quello della Natura, e ho imposto il caos sulla Terra. Credi che l’ uomo si fermerà qui ? Credi che sarà sazio delle sue navi in legno e delle sue capanne ? Tu non puoi vedere al di là del Tempo, ma adesso io ti dirò quel che sarà: l’ uomo, un giorno, sarà più forte di Zeus. Con il mio fuoco sta costruendo un nuovo mondo, un mondo mostruoso, fatto di ferro e di sangue. Sulla Terra non esiste pianta o animale che non sarà, un giorno,  schiavo della mia creatura. Pensa, Oceano: io sono riuscito a uccidere gli dèi immortali, io sono riuscito a uccidere me stesso e anche tu, un  giorno, per causa mia morrai, dimenticato dagli uomini. Non più Zeus venereranno, le mie creature, ma Ippocrate e Archimede ! Il sangue dei buoi non macchierà più gli altari del Padre, nè ci saranno più buoi, o verdi prati, o lo splendido e interminabile cielo terso dell’ Olimpo . Anche il tuo regno, il mare profondo e il nero abisso, saranno offuscati, sondati, sporcati, profanati  senza vergogna e senza umiltà.

OCEANO     Allora sei davvero crudele come dicono, Prometeo. Ed io che credetti ingiusto e feroce il tuo supplizio, che ancora la tua anima non riesce a domare. Non sei senza dolore però, te lo si legge in faccia. Sei caduto nella trappola che tu stesso hai tessuto per l’ uomo: l’ illusione, la speranza. Tu credi che quando il Giorno verrà, in cui l’ uomo costruirà una torre alta come l’ Olimpo e in armi deporrà il Cronide e con le armi ammansirà i sui fulmini, credi che allora sarai felice ? Credi che sarai appagato e che il becco aguzzo dell’ aquila smetterà di dolerti ? Tu serberai per sempre il Terrore della tua pena, lo porterai nell’ anima, se ne hai una. O forse anch’ essa è fatta di fuoco e di ferro ?

PROMETEO  Verrà anche il giorno in cui le anime e i cuori saranno di fuoco e di ferro, forse anche questo accadrà. L’ uomo non si fermerà mai, il suo travaglio non avrà fine.

OCEANO   (sdegnato) Sei lo specchio del mostro che hai creato. Che triste e dannato avvenire che hai riservato alla tua creatura ! Eternamente inappagata, continuerà il suo cammino tortuoso, infinito, verso la fine dei tempi. Se solo gli avessi concesso un istante, un istante solo, in cui fermarsi a riflettere, e a gustare i frutti della sua arte e del suo fuoco, la tua vendetta non avrebbe potuto compiersi… Mi fate pena, Prometeo, sia te che l’ uomo, eternamente pungolati dal desiderio e dalla bramosia, eternamente confusi, insaziabili, ingordi, voraci…eternamente infelici.

PROMETEO  Se è questo che pensi, allora vattene. Cosa sei venuto a fare ?

Oceano volta le spalle a Prometeo con fare stanco e avvilito, e mentre monta sul suo splendido grifone alato pare un debole vecchio, piuttosto che un dio. E’ deluso e afflitto, e continua convulsamente a muovere il capo da destra a sinistra, facendo continui cenni di dissenso. Prometeo rimane solo per la terza volta, tace profondamente, sembra assorto in dolenti pensieri. Per molto tempo rimane immobile e zitto ma a un tratto, dato che nessuno lo vede, depone l’ orgoglio e delle lacrime iniziano a rigargli le guance… Si ricompone in fretta e smette subito di piangere, inizia a guardare l’ abisso con uno sguardo pietoso, abbattuto, distrutto. All’ improvviso il Titano inizia a sentir tuonare, nella sua testa, la voce canzonatoria del Coro delle Nereidi. La voce ribadisce che l’ uomo è destinato all’ inappagamento eterno, alla sete insaziabile di sapere e di dominio, che lo spingerà a una perpetua ricerca di progresso e a una cieca fede nell’ avvenire destinata a risolversi in un disastro apocalittico, nella distruzione del Tutto e nello sperpero di ogni singola esistenza umana, votata all’ eterno castigo di ergere al cielo, con immensa fatica, mostri di ferro più alti e robusti dello stesso Olimpo. Ha inizio il delirio di Prometeo, che si esprime in un sentito ripensamento e in un tragico orrore per la sorte che lo aspetta.

PROMETEO  Perdonami uomo, mia dolce creatura. Non ho agito che per me stesso…sono io che ho voluto la tua rovina…perdonami. Da adesso ti spezzerai la schiena e le braccia per compiere la mia vendetta, tu che sei nato dal fuoco finirai per vendere a quelle stessa fiamme che ti salvarono la tua preziosa libertà ! Sarai schiavo, schiavo del mio stesso dono. Ti perderai in esso…avrai fiducia nel fuoco…trarrai vigore dal fuoco…la tua vita saranno le fiamme, nient’ altro. Ti spezzerai la schiena per mantenerle sempre accese, al riparo dal vento e dalla pioggia, e brucerai in esse i tuoi figli, tua madre, i tuoi fratelli, perfino te stesso. Perdonami, uomo…perdonami…

In lontananza, si ode il grido acuto dell’ aquila. Non appena il battito delle possenti  ali rapaci giunge alle tese orecchie del Titano, il suo volto si sfigura. Il Terrore trasuda dalla pelle, cola dagli occhi, si riversa in tutto il suo essere. Prometeo è preso dal panico e dallo sconforto. Inizia ad agitarsi convulsamente, a tentare di divincolarsi e di spezzare il giogo, ma le catene di Efesto sono immortali e i chiodi ben conficcati nella dura ed aspra roccia. 

PROMETEO  E’ giunta l’ ora ! Aiutatemi ! Madre ! Madre ! Signora del cielo ! Intercedi per me ! Guarda tuo figlio che cosa deve subire ! Aiutami, madre, ho paura…

L’ aquila arriva. E’ veramente giunta l’ ora del supplizio, del vero supplizio, e Prometeo crolla. La scena si dissolve tra le grida strazianti del Titano, acute, sconvolgenti, un misto di puro dolore fisico e disperazione, mentre il rapace inizia lentamente a dilaniargli il costato e a divorargli il fegato.

Luigi Vittoria

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