philosophy

Il prometeo giustiziato

“Questa è in generale nella storia universale la posizione degli eroi, che schiudono un mondo nuovo, il cui principio è in contrasto con quello fin allora vigente […] Individualmente essi incontrano la rovina; ma la pena distrugge soltanto l’individuo, non il principio […] che più tardi si farà strada, sebbene sotto altro aspetto, e s’innalzerà fino a diventare una forma dello Spirito universale.” (G.W.F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia)

Hegel annovera Socrate tra gli individui “cosmico-storici” (weltgeschichtlich), tra quelle personalità che, come Alessandro Magno, Cesare, Cristo e Napoleone, hanno prodotto una svolta significativa nel corso della storia umana. Il filosofo tedesco li chiama “veggenti” e in effetti essi sono dei veri e propri prometidi, nel senso greco del termine Προμήθευς: “colui che vede/apprende prima”. Tutti questi eroi della storia dello Spirito pagarono in qualche modo il fio di tale preveggenza, in quanto si resero colpevoli di aver maturato un’idea che non era ancora alla portata della loro epoca ma che, col tempo, avrebbe conquistato l’immortalità, elevandosi a forma dello Spirito universale. Secondo Hegel il popolo ateniese aveva il diritto ed anzi il dovere di processare Socrate, di condannarlo in quanto sovvertitore di equilibri, la cui messa in discussione rappresentava un serio pericolo per la città. L’introduzione dell’interiorità costituì una cesura storica nel pensiero occidentale di tale portata che Hegel la considerò un nodo cruciale della storia dello Spirito, definendo così Socrate una figura prometeica e storico-universale, in quanto segnò l’atto di nascita della morale al posto dell’etica intesa come mera obbedienza ad un costume prestabilito. Gli Ateniesi non recepirono positivamente il principio socratico della coscienza soggettiva, dal momento che essi “prima di Socrate possedevano eticità, non moralità, giacchè operavano razionalmente nelle contingenze della vita senza sapere tuttavia di essere ottimi uomini. […] In tal modo a Socrate deve la sua origine la filosofia morale”. George Steiner ne Lo scandalo della rivelazione sostiene che la sensibilità metafisica e politica dell’Occidente sia stata plasmata da due morti: quella di Socrate e quella di Cristo, di cui siamo tuttora figli. Già nei primi secoli dell’era cristiana si può notare la profonda influenza della morte di Socrate, che negli Atti del martirio di Apollonio viene paragonata a quella di Gesù, attraverso una citazione del celebre passo della Repubblica platonica in cui Glaucone raffigura la sorte inevitabile dell’uomo giusto, il suo infausto destino. Nel II secolo d.C. Giustino Martire, filosofo platonico convertito al cristianesimo, traccia un parallelismo tra le persecuzioni dei cristiani e quella subita da Socrate, considerandolo addirittura un cristiano ante-litteram, dal momento che visse secondo il lògos, ossia secondo la Ragione divina, così come anche Eraclito e Abramo; dunque attraverso l’esempio socratico, Giustino identifica nella filosofia pagana un preludio alle verità rivelate. Quest’ultima considerazione rimanda al cosiddetto “furto sacro” agostiniano, secondo cui la comunità dei fedeli era legittimata a servirsi in maniera strumentale delle fonti pagane per ritrovare in esse elementi propri della dottrina cristiana, inoltre lo stesso Agostino accomuna Socrate a Cristo in quanto entrambi non scrissero nulla. Tuttavia ciò che colpì maggiormente gli autori cristiani furono le implicazioni morali del messaggio socratico e in effetti l’esortazione a non commettere ingiustizia in nessun caso, nemmeno in risposta ad un’altra ingiustizia, rappresenta una chiara anticipazione dell’invito cristiano a “porgere l’altra guancia”. Il passo dell’Apologia in cui Socrate afferma di preferire il patimento del corpo a quello dell’anima, sembra prefigurare la gerarchia ontologica propria di tutta la tradizione platonica e che verrà adottata, in forma diversa, dal Cristianesimo; non è un caso infatti che, quando nel XV secolo Marsilio Ficino analizza la figura di Socrate sul piano esistenziale, evidenziando la sua subordinazione del bene materiale a quello spirituale, possa ritrovare in essa un’immagine della vita cristiana. Verso la fine del ‘300 Coluccio Salutati, nel suo De fato et fortuna, elogiò la stoica accettazione della morte da parte di Socrate ed è interessante notare che concluse la sua opera con un appello alla pace politica e sociale modellato sul discorso delle Leggi contenuto nel Critone. In questo dialogo, compreso nella cosiddetta trilogia “tragica” di Platone insieme al Fedone e all’Apologia, Socrate non si lascia convincere dal suo discepolo Critone a fuggire dal carcere e a commettere dunque un’ingiustizia, sebbene la sua condanna fosse stata ingiusta, poichè afferma che un buon cittadino non deve infrangere le leggi dello città, che lo hanno partorito e allevato, ma può solo battersi per renderle migliori; insomma, egli rimase fedele al suo insegnamento sino alla fine, conducendo un’esistenza all’insegna della virtù e della giustizia. Questa testimonianza, sebbene non scevra di contributi platonici, comprova la tesi di un Socrate rivoluzionario del pensiero ma non consente di raffigurarlo come un eversivo, quanto piuttosto come un cittadino esemplare che accetta la preminenza dello Stato e delle sue leggi rispetto al singolo individuo, una posizione che non avrebbe indugiato a condividere Hegel, per il quale l’uomo trova la sua piena realizzazione nello Stato, sintesi di famiglia e società civile. Il contesto storico-politico in cui ha luogo il processo di Socrate è quello che vede un’Atene prostrata dopo una guerra trentennale e due colpi di Stato oligarchici, in cui le vacillanti istituzioni democratiche intendevano rifondare gli antichi valori della città; inoltre, diversi personaggi esiliati durante il governo dei Trenta, una volta rientrati in patria, non celarono atteggiamenti rancorosi e vendicativi, come fu il caso di Anito, principale accusatore di Socrate. In merito al secondo capo d’accusa imputato a Socrate, la corruzione dei giovani, bisogna considerare quelle sue amicizie “pericolose” tra cui ricordiamo Crizia e Carmide, esponenti di spicco della parentesi oligarchica dei Trenta Tiranni, e Alcibiade, exemplum perfetto dei “nuovi politici” che si affermarono in Atene dopo la morte di Pericle, spregiudicati e orientati al solo interesse personale, nonchè traditore della patria e accusato di blasfemia in merito alla questione della mutilazione delle Erme. Se da un lato Trasibulo e i suoi, una volta restaurata la democrazia, concessero l’amnistia per tutti i delitti commessi prima del 403, dall’altro era ancora viva nella coscienza collettiva degli ateniesi la memoria di quegli allievi di Socrate che contribuirono a instaurare la tirannide. Sebbene sia eccessivo definirlo filoligarchico, era manifesta la sua avversione nei confronti di alcuni principi fondanti della democrazia ateniese, in particolare verso l’elezione delle cariche pubbliche tramite sorteggio, citata dal retore di parte democratica Policrate nella sua Accusa contro Socrate come prova della corruzione dei giovani, ma anche nei Memorabili di Senofonte, il quale, da antidemocratico dichiarato, non può che concordare con le posizioni del maestro. Secondo il ritratto senofonteo di Socrate, un compito così importante come la guida dello Stato, spetta a chi possiede una conoscenza specifica, la virtù politica, e non può essere assegnato a caso, nè conquistato con la forza o con l’inganno. Devo dunque dissentire dall’interpretazione di Gregory Vlastos, che, nel suo intento di presentare Socrate come un democratico incrollabile, svaluta del tutto la testimonianza di Senofonte, comprovata dall’arringa socratica presente nell’Apologia, diretta contro i politici incompetenti e contro coloro che, esperti in un mestiere, pretendono di esercitare la difficile arte della politica. Inoltre quell’appello alla conoscenza come condizione necessaria per la guida della città sembra prefigurare in nuce il grande progetto dei governanti-filosofi delineato da Platone nella Repubblica. Socrate si impegnò molto poco nella vita attiva della sua città, e il motivo di questa sua astensione viene riportato sempre nell’Apologia, dove egli evidenzia i rischi che si corrono quando ci si oppone a una massa popolare per impedire illegalità e ingiustizie. La critica socratica alle istituzioni democratiche ateniesi consente uno spunto di riflessione sulle accezioni negative del termine democrazia, intesa come dittatura della maggioranza, sulla scia dell’interpretazione di Aristotele e di Tocqueville che vede formarsi, attraverso il suffragio universale maschile, una società conformista e massificata, oppure come oclocrazia, espressione coniata da Polibio per indicare un regime dove una moltitudine senza identità si illude di esercitare una funzione autonoma ma è in realtà sedotta e manipolata da abili demagoghi che ne orientano le opinioni e i desideri. All’inizio del ‘400, Leonardo Bruni sembra ricalcare queste posizioni, ritenendo del tutto ingiusta la condanna del filosofo da parte di una massa ignorante e incapace di comprendere un progetto politico e culturale d’èlite, sottintendendo l’appello alla virtù politica, che verrà ribadita circa un secolo dopo da Machiavelli come caratteristica imprescindibile del buon Principe, incaricata di governare la ‘fortuna’ (gli eventi esterni). Nei paragrafi conclusivi del Protagora di Platone, al cui interno è contenuto il celebre mito di Prometeo ed Epimeteo sulla nascita dell’uomo, Socrate afferma di preferire la conoscenza prometeica, che comporta un’esistenza consapevole e virtuosa, rispetto ad un sapere modellato sull’opinione comune e sul suo incerto successo evolutivo, come quello professato da Protagora e, in generale, dalla democrazia, poichè quest’ultimo è un tipo di conoscenza epimeteica, maturata a posteriori, che spinge a vivere in balia degli eventi. La fine di un grande filosofo come Socrate apparirà sempre ingiusta, tuttavia, che la s’interpreti hegelianamente come tragica, oppure in chiave ironica seguendo Kierkegaard, che svela il carattere prometeico dell’ironia socratica, preludio alla rivelazione cristiana e dunque alla centralità della sfera esistenziale, essa mostra la piena coincidenza tra la sua vita e il suo pensiero, aprendo altresì la strada allo sviluppo della filosofia occidentale come oggi la conosciamo. C’è poi da chiedersi che cosa sarebbe successo alla filosofia se Socrate non avesse bevuto la cicuta e avesse seguito gli amici che avevano pianificato la sua fuga dal carcere. È proprio ciò su cui s’interroga Mauro Bonazzi in un suo articolo, prospettando devastanti ripercussioni sul pensiero occidentale e giungendo infine a una conclusione infelice ma necessaria: Socrate doveva morire, del resto ha lasciato la sua vita terrena qualche anno prima del dovuto, giacchè era ormai avanti negli anni, ma la sua esistenza ha ottenuto una dimensione eterna e la sua figura ha ispirato l’intera riflessione filosofia a lui successiva.

 

Bibliografia

  • G.W.F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia.
  • G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio.
  • C. Bearzot, Come si abbatte una democrazia. Tecniche di colpo di Stato nell’Atene antica.
  • Polibio, Storie, libro IV.
  • Aristotele, Politica.
  • Platone, Critone.
  • Platone, Protagora.
  • N. Machiavelli, Principe e altri discorsi.
  • A. de Tocqueville, Una rivoluzione fallita: ricordi del 1848-49.
  • M. M. Sassi, Indagine su Socrate.
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