literature/theater

Frank Wedekind e la decostruzione della morale borghese: “Il risveglio di primavera”

 

La genesi del Risveglio di primavera ha occupato pochi mesi tra il 1890 e il 1891, ovvero negli anni che subito seguirono la morte del padre di Wedekind. Si tratta di un dato importante perchè il tema centrale della tragedia è proprio il rapporto tra le generazioni ed è trattato da Wedekind, per la prima volta, con una certa licenziosità, forse proprio per via dell’ assenza del padre. La prima edizione completa del dramma, infatti, uscirà presso un editore svizzero di Zurigo, dal momento che in Germania si erano rifiutati di pubblicarla e la censura del Reich aveva attaccato alcune scene per la loro forte ed esplicita carica erotica. Il dramma ruota tutto attorno a un gruppo di adolescenti tra i quindici e i sedici anni, che vivono la loro vita sostanzialmente in tre dimensioni diverse: a contatto tra di loro, a scuola con gli insegnanti e a casa con i genitori. Tutto il testo può essere considerato come una critica feroce e spietata al bigottismo della società guglielmina, dove gli adolescenti erano costretti in una serie di norme e preconcetti che tendevano a castrarne i desideri e i sogni. Si tratta di un tema ricorrente per le avanguerdie letterarie e filosofiche dell’ epoca, basti pensare che Wedekind lesse avidamente Nietzsche e ne abbracciò lo spirito di rivolta contro quel sapere dogmatico e scolastico che tende a razionalizzare il tutto e a organizzarlo in degli schemi. Il Risveglio di primavera è esattamente quello che sfugge e che è sempre sfuggito agli schemi del pensiero razionale dei moderni, in quanto lo spirito della natura risveglia gli istinti e le passioni di individui che non sono ancora pronti ad affrontare il mondo, perchè non lo hanno ancora visto ma lo hanno solamente studiato. Gli adulti, i veri colpevoli della tragedia,  si sono limitati a spiegare ingenuamente ai loro figli cosa fosse il mondo, rigorosamente filtrandolo attraverso il loro paraocchi: il perbenismo, che li porta continuamente a illudersi che gli istinti e le passioni non esistono e mai arriveranno a intaccare e a degenerare i loro pargoli innocenti. Il sottotitolo del dramma è infatti Eine Kindertragödie, cioè una tragedia per “kind”, parola neutra che letteralmente significa “cucciolo di essere umano”: dal punto di vista biologico tra i cuccioli degli animali non conta più di tanto la differenza di sesso, perchè la maturità sessuale non è ancora stata raggiunta. E’ stato sempre il Nietzsche di quegli anni, con la Gaia scienza, a invitare i suoi contemporanei a cominciare, una volta per tutte, a naturalizzare l’ uomo e a de-antropomorfizzare la natura, e sulla scia del pensiero nietzschiano Wedekind mette magistralmente a nudo tutte le contraddizioni dell’ educazione tradizionale, incapace di vedere la realtà e l’ uomo per quello che essi sono realmente, ma che da sempre li sublima in un iperuranio di pura ragione e di idee: gli adulti, ovvero gli uomini del passato, crescono ingenuamente i loro figli perchè credono di essere testa d’ angelo alato senza corpo, ovvero solamente pensiero che, per definizione, non ha nulla a che vedere con la bestialità degli impulsi, essi si illudono che l’ uomo sia un essere in tutto e per tutto razionale , e si comportano e agiscono come se non avessero niente a che fare con lo spirito dionisiaco della tragedia. Wedekind aveva letto avidamente anche Il mondo come volontà e rappresentazione, ed era stato proprio Shopenhauer ad iniziare il pensiero occidentale verso il  recupero di quella dimensione corporale, animale dell’ uomo che la metafisica da Platone, attraverso il cristianesimo, fino a Cartesio aveva del tutto obliato e misconosciuto. I protagonisti del Risveglio di primavera non sono infatti propriamente dei bambini, non sono dei cuccioli, ed è per questa contraddizione che il testo si trasforma in tragedia: alcuni di questi adolescenti moriranno perchè la società borghese, bigotta e conservatrice, li tratta come se fossero ancora bambini e non li prepara alla maturità sessuale, perchè in effetti il primo pensiero dei genitori è proprio che questa stessa maturità non arrivi mai. L’ accostamento del concetto di tragedia a quello di bambino è volutamente disturbante, perchè di solito le storie di bambini non finiscono in tragedia, perchè di solito esse sono morali, pedagogiche. Come Nietzsche anche Wedekind propone l’ avvento di un sistema educativo completamente ribaldato, invertito di segno e dunque amorale, che si discosti dalle illusioni e dalle ipocrisie del bigottismo borghese. E se, per permettere l’ avvento di questa nuova paideia, Nietzsche dovette prima decostruire i principi cardine che stavano a fondamento del pensiero metafisico, così Wedekind dà vita a una vera e propria rivoluzione anti-paradigmatica, dove il paradigma del tempo era rappresentato dal naturalismo, corrente dominante del teatro tedesco a partire dalla diffusione nel Reich dei drammi di Ibsen (è sulla base della drammaturgia dei grandi scandinavi che avranno vita i testi di Hauptmann). Nella falsa obiettività e nella falsificazione moralistica del naturalismo Wedekind vede infatti soddisfatta l’ aspirazione piccolo-borghese del letterato moderno a riprodurre, grazie all’ autorità della scienza positiva, tutta la complessità del reale nell’ ambito di un moralismo astratto, schematico-riduttivo. La “gioia”, e dunque la vita, nel mondo contemporaneo è sepolta sotto l’ ipocrisia delle leggi etiche, condannata a languire sotto le tavole bigotte di una sistematica mortificazione della naturalità e dell’ innocenza dei sensi: è evidente che gran parte della  Lebensphilosophie di Nietzsche è racchiusa in questa operazione. Wedekind rifiuta la copertura ideale di quel sordido egoismo di cui vive la borghesia: i diritti dell’ uomo, di cui essa baldanzosamente fregia le origini rivoluzionarie della propria supremazia politica, sono smontati di tutta la loro autorità morale dai diritti della carne.

La prima scena del Risveglio di primavera si svolge all’ interno, nel salotto di casa Bergmann. Tutti gli atti del dramma si aprono infatti, come vedremo, con una scena in uno spazio chiuso e si chiudono invece con una scena all’ aria aperta. Wedekind, sulla scia del dramma borghese di cui, pur invertendone i contenuti, non muta troppo radicalmente la forma, carica di simboli la maggior parte dei luoghi in cui le scene si svolgono. La vera rivoluzione wedekindiana consiste invece nello strumento linguistico: nel dramma tradizionale deve infatti avvenire, nel dialogo, una comunicazione che serva a portare avanti l’ azione; Wedekind invece molto spesso non fa nascere una vera e propria conversazione tra i personaggi ma è come se li facesse monologare tra loro, nel senso che essi esprimono sì le loro sensazioni e le loro idee ma senza realmente entrare in comunicazione con i loro interlocutori, senza cioè propriamente capirsi. Il dialogo iniziale infatti, che si svolge tra Wendla e sua madre, sembra ruotare attorno a un tema in apparenza banale e quotidiano, ovvero il fatto che Wendla non vuole che sua madre le allunghi il vestitino; dalle parole che si scambiano però emerge che non si tratta solamente di una premura della madre che vuole evitare sguardi concupiscenti, è evidente che ci sono molte cose non dette tra i due personaggi e tutto il dialogo si svolge sulla base di questo non detto e di questo non saputo: il problema è che la madre non ha mai fornito a Wendla informazioni sessuali. E’ come se le vite di tutti gli adolescenti del dramma fossero ancora immerse nell’ oscurità, non ancora sbocciate, e Wedekind ci mostra dei piccoli frammenti di esse, anche molto quotidiani, dai quali scaturirà poi l’ intreccio tragico. Wendla, come tutti i personaggi della sua stessa età, non ha ancora acquisito del tutto le convenzioni culturali e sociali, non padroneggia ancora quel controllo e quel decoro borghese che instaura un netto rapporto di opposizione tra linguaggio accettato e tabù linguistico : “sarebbe meglio se avessi caldo tra le gambe ?”

La seconda scena ci presenta invece gli altri due principali protagonisti della tragedia, altri due studenti liceali come Wendla : Melchior e Moritz. Inizialmente i due ci vengono presentati in un contesto di gruppo, in compagnia degli altri compagni di classe, con i quali naturalmente, per via del contesto “sociale”, si ritrovano a parlare solo e unicamente di frivolezze. Quando invece il gruppo si scioglie e i due cominciano a camminare in solitaria il vento primaverile li fa simbolicamente arrivare ai temi scabrosi di cui parleranno nel dettaglio e che metteranno in chiara evidenza le differenze fondamentali tra i due personaggi. Melchior è il migliore della classe, è un ragazzo sveglio che sa un po’ di più sulle cose del mondo, mentre Moritz è l’ emblema, in quanto vittima,  di quel puritanesimo che Wedekind intendeva attaccare. Moritz, infatti, si vergogna terribilmente di parlare dei temi scottanti che lo assalgono, ovvero il sopraggiungere in lui di impulsi sessuali, mentre Melchior vive la stessa situazione in maniera molto meno drammatica in quanto figlio di genitori meno intransigenti e più liberali. Per andare più a fondo con il parallelismo con Nietzsche è interessante notare come era stato proprio lui, in ambito filosofico, a rinvenire nel pensiero ideale e trascendente dei moderni la colpa di avere affossato la vita, la vera e pura esistenza dell’ uomo, sotto a tutta una fitta coltre di precetti morali e di pregiudizi razionali illusori e fuorvianti. Moritz sarà proprio colui che, per colpa del gravoso fardello che è costretto a portarsi sulle spalle -l’ educazione bigotta del padre-, rinnegherà la vita, togliendosela con un colpo di pistola. Ma non solo, Moritz sembra non togliersi propriamente la vita perchè in effetti, per colpa della sua ingenua e incolpevole ignoranza delle cose del mondo, non ha mai effettivamente vissuto: “c’ è da vergognarsi, esser stati uomini senza aver conosciuto ciò che vi è di più umano. Egregio signore, lei viene dall’ Egitto e non ha visto le Piramidi ?” saranno le ultime parole di Moritz, che muore senza aver mai provato le gioie del corpo, quelle stesse gioie che si era fatto spiegare da Melchior con un saggio e che aveva rifiutato, per vergogna e viltà, proprio in punto di morte da una bellissima e concupiscente Elsa, pronta ad offrirgli una via di salvezza dal  suicidio per una cosa tanto stupida come una bocciatura a scuola. Ma la critica al bigottismo della società borghese non si ferma qui nel dramma di Wedekind, perchè anche lo scaltro Melchior (proprio per colpa di quel saggio che aveva redatto per il suo amico, intitolato Il coito, attraverso il quale aveva spiegato a Moritz come avviene un rapporto sessuale) verrà incolpato dai professori del “sacrilegio” di Moritz, ovvero del suo suicidio. L’ inumanità della falsa e traviante morale borghese ha un picco di elevatissima intensità tragica quando il padre di Moritz, sulla tomba del figlio, griderà : “il ragazzo non era mio ! Il ragazzo non era mio ! Fin da piccolo non mi era mai piaciuto”, perchè era stato bocciato e perchè aveva sperperato il più alto dono di Dio, quello stesso dono che in verità era stato lui stesso in quanto pessimo padre, con la sua educazione bigotta e moralistica, a non concedere al figlio. Moritz non riesce a vivere perchè non può fare a meno di quelle categorie culturali che il padre ha inculcato in lui, quando invece una madre dai tratti ben più positivi come la signora Gabor dirà : “secondo me è inammissibile giudicare un giovane dalle sue pagelle scolastiche. Abbiamo troppi esempi che pessimi alunni sono diventati uomini eccellenti e, viceversa, scolari distinti non hanno dato gran buona prova della vita”, eppure la società non ragiona, purtroppo, allo stesso modo, e Moritz stesso si toglierà la vita proprio per il suo non riuscire a emanciparsi da tali schemi. Moritz, a dimostrazione di come la tradizionale educazione non faccia altro che castrare i desideri e i sogni dei giovani, quando prova a chiedere a Melchior se si fosse mai masturbato non riesce a formulare la frase, perchè muore di vergogna per la “brutalità” dei suoi impulsi. Melchior si propone invece, come già dicevamo, come l’ uomo moderno, lo scienziato, l’ empirista che impara le cose dalla vita, nell’ opposizione tra i due personaggi Wedekind mette in contrapposizione due stereotipi: l’ uomo spigliato che appare più consapevole e il ragazzino effemminato, la “crisi della mascolinità”. Anche Melchior andà incontro a un destino drammatico e anch’ egli in quanto vittima, considerato da tutti come il colpevole della morte sia di Moritz che di Wendla, e finirà in riformatorio, centro rieducativo che dispensa la peggior educazione possibile.

Due saranno le vicende tragiche, quella di Moritz e quella di Wendla, il primo morto suicida per l’ essere stato bocciato a scuola e la seconda morta per un aborto clandestino, voluto insistentemente dalla madre. Le ragioni effettive del decesso saranno offuscate anch’ esse da quella mentalità borghese che non ha il coraggio di guardare in faccia la realtà: l’ iscrizione sulla tomba di Wendla riporterà “morta di clorosi il 27 ottobre 1892. Beati i puri di cuore”. Con una delle sue prime battute Moritz segnala immediatamente il problema centrale dal quale si snoderà la prima delle vicende tragiche che tingeranno di rosso il dramma : “sette devono perdere l’ anno non fosse altro perchè l’ aula di sopra ha soltanto sessanta posti…” . Nella quarta scena dello stesso atto compariranno per la prima volta i professori del liceo, che entrano sul palco senza nessun rapporto con gli studenti in quanto rimangono volutamente defilati nel loro sovra-mondo dell’ istituzione, separato e distaccato dai suoi “sudditi”, e hanno contatto con gli alunni solamente per punirli. La loro scenetta grottesca contiene un intimo e dirompente seme tragico in quanto, con le loro brevi parole, mettono a nudo che tutto è già deciso: Moritz è convinto di scampare alla bocciatura perchè sta iniziando seriamente a impegnarsi ma tutto sarà vano, lui è ormai vittima designata. La seconda vicenda tragica si innesca invece nella seconda scena del secondo atto: qui troviamo ancora una volta, come nella scena di apertura, Wendla e sua madre da sole nel salotto di casa Bergmann. Veniamo ora a sapere che Wendla ha una sorella maggiore che, ormai sposata, ha appena avuto un altro figlio. I genitori avevano detto a Wendla che la sorella era malata da mesi, perchè non volevano farle vedere che fosse incinta, e per darle la notizia la madre dice a Wendla che è arrivata la cicogna, illudendosi che lei possa crederle perchè continua a considerarla una bambina. Ecco il gioco tragico di Wedekind contro il bigottismo dei borghesi: Wendla rimarrà incinta per colpa della madre, perchè di fatto non sa come materialmente si rimanga incinta. La ragazza chiede più volte a sua madre come si possa dar vita a un bambino ma la signora Bergmann continua a riempirla di frottole, a cui Wendla ormai non crede più. Per colpa della madre Wendla si convince che fintanto che non ci si sposa e finchè non si ama sinceramente il proprio marito non si può rimanere incinta, e perciò non si farà scrupoli nè prenderà precauzioni nel seguire quell’ impulso naturale che la spingerà tra le braccia di Melchior in un fienile, nella quarta scena del secondo atto. Le contraddizioni che continuamente si instaurano tra la falsa educazione puritana che ha ricevuto e le pulsioni che, dal compimento del suo quattordicesimo anno di età, iniziano a sopraggiungere in Wendla la porteranno alla confusione più totale: nella quinta scena del primo atto chiede istintivamente a Melchior di picchiarla con una verga, perchè non riesce a comprendere le pulsioni che la attirano verso lo spasimante. La bellezza dell’ atto sessuale è offuscata, nella sua mente, dai tabù della sua generazione, venendosi a contaminare con un pericoloso istinto masochista e autolesionista. Ma Melchior, come si accennava, sebbene non abbia quell’ ingenuità che caratterizza Melchior e Wendla grazie agli insegnamenti di una madre libertina, non per questo potrà sfuggire dal destino tragico che la società in cui è immerso drammaticamente gli impone. La tragedia si chiude con la sua fuga dal riformatorio e con il suo incontro con Il signore mascherato, personaggio che lo stesso Wedekind impersonificherà nella prima messa in scena del dramma e a cui l’ intero testo è dedicato. L’ incontro tra i due avviene in una chiara notte di novembre, a testimonianza del fatto che il Risveglio di primavera è ormai finito -ed è finito tragicamente-, nel cimitero in cui è sepolta Wendla. Grazie all’ avvento di questo signore sconosciuto, che piomba sulla scena come un deus ex machina, almeno Melchior avrà salva la vita. In quest’ ultima scena Wedekind mette in bocca al suo personaggio misterioso la “morale” dell’ intera storia, enunciata davanti allo spettro di Moritz che tiene sotto braccio la sua stessa testa, citazione quanto mai evidente al teschio dell’ Amleto

IL MASCHERATO :     […] per morale intendo il prodotto reale di due grandezze   immaginarie. Le grandezze immaginarie sono dovere e volere. Il prodotto si chiama morale e non se ne può negare la realtà.

MORITZ :                    Me l’ avesse detto prima ! La mia morale mi ha spinto alla morte. Per amore dei miei cari genitori ho fatto ricorso all’ arma. “Onora il padre e la madre se vuoi vivere a lungo”. Con me la Scrittura ha fatto un fiasco fenomenale. 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...