philosophy

Nietzsche e la scienza dionisiaca

Con La gaia scienza, testo del 1882, redatto da Nietzsche in uno dei periodi più “lucidi” e sereni della sua esistenza, viene proposto a gran voce l’ avvento di un nuovo modo del conoscere, di una nuova scienza appunto. Si tratta di quella che, utilizzando un’ espressione mutuata da La nascita della tragedia, si potrebbe definire una scienza dionisiaca: una scienza che pur non prendendo distanza dalla condizione drammatica dell’ uomo riesce ad ergersi al di sopra di essa, a danzare come l’ uomo libero sui flutti tempestosi dell’ esistenza. La nuova scienza sarà una scienza del ridere, una scienza che sarà in grado di superare la seriosità dei sogni che l’ umanità, credendo di emanciparsi dalla natura, ha prodotto. Per Nietzsche l’ uomo occidentale non è stato in grado di accettare, per istinto, la sua natura animale, il suo costitutivo esser parte della natura. E’ stato Darwin a teorizzare per la prima volta la discendenza dell’ uomo da un antenato comune a quello delle scimmie, mentre prima di lui la confortante certezza di avere un’ anima che le bestie non hanno, o di avere una Ragione che Dio ha infuso solamente in noi, sue creature predilette, ha fatto sì che la componente animale dell’ uomo -il corpo- si screditasse. L’ obiettivo di gran parte della filosofia moderna è stato spesso quello di glorificare ed evidenziare la differenza costitutiva dell’ uomo dal mondo della natura, rigidamente governato da leggi meccaniche che Dio ha infuso per noi nella materia, essenzialmente differenziato dal nostro mondo, dal mondo umano,  per il suo non essere libero né autocosciente. Il compito dell’ uomo era, per autori come Cartesio o Kant, riuscire a decifrare quegli schemi che una mente sopraffina, un perfetto orologiaio, aveva inserito nella materia progettandola, dando così un ordine alla totalità del cosmo. Il giovane Nietzsche, negli anni in cui scriveva La nascita della tragedia, non esitava ad annoverare tra i suoi massimi ispiratori -oltre a Wagner- Shopenhauer, che era stato proprio il primo a premere, in ambito filosofico, perchè si iniziasse a riabilitare la dimensione del corpo nei processi conoscitivi umani. L’ emancipazione dell’ uomo dalla natura è falsa, è un cadere in un mondo di sogni, un vagheggiare totalmente irreale nel quale gli uomini iniziano a identificarsi con una serie di idee astratte, di rappresentazioni che non corrispondono in alcun modo a ciò che essi sono e a ciò che esperiscono quotidianamente nel mondo reale. La scienza del futuro potrà dunque nascere solo quando l’ uomo sarà davvero riuscito a naturalizzarsi completamente, cioè a capire la propria identità con la natura stessa.

La scienza è una forma di comportamento, non c’ è nessuna differenza qualitativa tra l’ addestramento di un animale o l’ addestramento di un uomo. Le nostre attitudini scientifiche sono state, seguendo Nietzsche, il sofisticatissimo perfezionamento di adattamenti alle pressioni dell’ ambiente sulla specie umana, il cui comportamento era in origine comune a quello degli animali. La scienza che ride è allora la scienza che perde questa drammatica illusione che l’ uomo appartenga a un mondo o a un ambito del reale completamente diverso. Quello che vuole Nietzsche, alla fine, come qello che vorranno autori come Descola o Heidegger, è il superamento del dualismo che da sempre è intrinseco nella visione del mondo di noi uomini moderni. Socrate, come il Cartesio interpretato nei primi paragrafi di Essere e Tempo, ha contrapposto il detto apollineo “conosci te stesso” alla non conoscenza di sè propria del mito, e quindi propria di un’ umanità inferiore, meno emancipata dalla natura: la coscienza è divenuta così la cifra distintiva della specie umana, che grazie ad essa si è nobilitata. La tradizione metafisica ha posto l’ accento sulla coscienza come centro del mondo, come garanzia di unità per il soggetto, ma questa per Nietzsche è stata una follia del pensiero. Se la coscienza è, come la intende Nietzsche, nient’ altro che un ultimo atto di adattamento al nostro mondo, qualitativamente non differente dalla genesi del piede o della mano, perchè mai dovrebbe essere assunta come radice metafisica e ultima dell’ intera realtà ? La coscienza non è sostanziale, non è qualcosa di sempre identico a se stesso, infuso in noi da un essere superiore e trascendente, è invece anch’ essa divenuta e affonda anch’ essa le proprie radici nel nostro essere materiale e animale. Dire che la coscienza è nata dal corpo, sotto la spinta delle pressioni ambientali sulla specie, è dire esattamente l’ opposto dell’ intera filosofia platonica o cartesiana, secondo la quale sono proprio gli istinti e le passioni quelle componenti animali che l’ uomo dovrebbe estirpare per poter avere una visione ordinata, chiara e distinta del mondo e quindi un’ esistenza felice. L’ utopia di molti filosofi occidentali, da Bacone a Kant, è stata spesso quella di dare vita a un mondo di sole menti, di teste d’ angelo alato senza corpo, di pura ragione, dove i sentimenti e le passioni non potessero intralciare la perfetta consequenzialità logica del pensiero. La passione è esattamente ciò che la scienza moderna ha obliato, riducendosi così a disputa noiosa e retorica tra dotti moralisti, ed è proprio la passione ciò che la scienza dovrà recuperare per poter finalmente dirsi “gaia”.

Tutti gli errori della metafisica nascono, per Nietzsche, dal depositarsi di una particolare visione del mondo nelle menti di noi uomini occidentali, ovvero di quella visione secondo cui il mondo è essenzialmente “razionale”, ordinato: la ragione del mondo risiederebbe nel suo artefice, un essere supremo che lo ha progettato. Questa visione è falsa, in quanto si basa sull’ idea fuorviante di un mondo visto come qualcosa che serve a qualcos’ altro, che ha uno scopo, progettato da un abile archietto che lo ha pianificato con determinati fini. Questa visione è la visione tragica dell’ esistenza, ovvero quella dei teorici del fine e della morale, quella di coloro che hanno inventato le religioni e le fedi incondizionate e di coloro che, fino ad oggi, hanno fatto scienza. La scienza non dionisiaca, ovvero quella scienza dispensatrice di morale, è intesa da Nietzsche come la costruzione di un mondo fisso, immutabile, che ci impone delle leggi chiare e distinte che, da ultimo, si riveleranno essere leggi morali. La conoscenza moderna è il luogo, metaforicamente una gabbia, in cui l’ uomo smette di cercare, può finalmente tirare un sospiro di sollievo in quanto il suo pensiero può finalmente godere di una certa tranquillità, in quanto la scienza ne ha, in sua vece, tracciato i limiti costitutivi. E’ interessante notare come questa visione sia molto affine alla concezione heideggeriana di filosofia come vagare, come ricerca senza fine, e come entrambe queste teorie nascondano una critica feroce alla Critica della Ragion Pura e al concetto di “limite” che Kant espone in essa. La metafisica è dunque, per Nietzsche, storicamente divenuta un fondamentale bisogno dell’ uomo moderno, che senza certezze chiare ed evidenti finirebbe inevitabilmente per sentirsi smarrito. E’ su queste basi che Nietzsche propone l’ avvento di una nuova umanità, che sappia sopportare, ridendo e danzando, un mondo senza fine e senza scopi che infinitamente ridiventa identico. L’ uomo moderno non è ancora in grado di farlo perchè, per non diventare folle, ha bisogno ogni tanto di sapere per quale motivo egli è al mondo, quando invece non vi è alcun motivo reale dietro la sua nascita, se non motivi fisici, naturali, motivi del corpo e non della ragione. La metafisica è un atteggiamento confortante, ma non per questo riesce in alcun modo a descrivere l’ effettiva costituzione del reale che è invece logos, eterno mutare, lotta, è un groviglio di impulsi e di passioni che la metafisica ha cercato in ogni modo di obliare. Per Kant noi non possiamo avere accesso alle cose in sè, eppure la realtà fenomenica è fondata, non può trattarsi di un sogno o di un’ illusione proprio per via della sua ferrea dipendenza da leggi. Le leggi sono dunque come dei piani di un orologiaio, sono degli andamenti universali che prevedono e prefissano tutto ciò che la macchina sarà tenuta necessariamente a fare. A detta di Nietzsche il mondo, al contrario, non possiede leggi: sostituire a Dio la materia come soggetto di legislazione non è per nulla un progresso nel conoscere ma, anzi, è un pericoloso persistere di un’ illusione. Le leggi della natura sono state interpretate come delle cause efficienti che producono necessità; Nietzsche accetta la necessità ma non accetta il fatto che questa necessità sia legata a un piano prefissato, a un ordine che la trascende, a degli scopi, in sostanza non accetta che tale necessità sia razionale. La concezione metafisica di un ordine oggettivo della natura è dunque, per Nietzsche, indistinguibile e inseparabile dalla presupposizione di un Dio che tutto vede: non a caso i testi cartesiani, con i quali il razionalismo moderno ebbe inizio, si rifacevano esplicitamente alla tradizione scolastica, su cui Cartesio si era formato, e non a caso Platone e il messaggio socratico saranno così amati dalla tradizione cristiana. Per Nietzsche, invece, non esistono più leggi e non esistono più trasgressioni, perchè soltanto all’ interno di un mondo governato da leggi la parola “trasgressione” continua ad avere un senso, nè esiste differenza tra caso e necessità: il caso è la necessità, il caos è la legge e la legge è il caos, esiste una necessità ma si tratta di una necessità interna al caso e inscindibile da esso. La vita è per Nietzsche un sogno, ma un sogno correttamente sognato, dal quale non dobbiamo tentare di svegliarci perchè questo ci trasferirebbe, come ha fatto la metafisica, in una dimensione fittizzia e paradossale, in una dimensione di incongruenza rispetto ai mezzi e alle condizioni con cui la vita viene concretamente vissuta. Noi, in verità, non siamo completamente padroni del nostro essere (si tratta dell’ esatto opposto della filosofia morale di Kant) perchè la coscienza non è che una struttura di superficie, al di sotto della quale si annidano gli impulsi e l’ inconscio -per troppo tempo abbiamo finto che essi non esistessero! . Nietzsche, come il Dostoevskij delle Memorie dal sottosuolo, è stato uno dei maggiori precursori della psicoanalisi freudiana: la coscienza è per lui l’ ultimo prodotto di una lunga storia, in passato si è dimostrata utile al soddisfacimento dei bisogni della specie e per questo motivo è sopravvissuta culturalmente, ma è tempo che ora un’ umanità nuova prenda atto, una volta per tutte, degli errori del passato.

La libertà per Nietzsche è un uscire da una gabbia ma anche il darsi in pegno a qualcosa che è più spaventoso e terribile. La danza di Zarathustra è l’ accettazione del carattere di pura parvenza e di gioco della realtà, ma prima di poter danzare Zarathustra ha dovuto soffrire profondamente, per liberarsi dalle illusioni l’ uomo è chiamato a contemplare la sua condizione che è sconfortante, in quanto essenzialmente priva di certezze e di fondamenta. Il fatto che nulla sia Uno ma che tutto sia una pluralità non è qualcosa di facile da accettare; il sogno del mondo è però proprio questa sua pluralità, questo suo assurdo e inspiegabile continuo trasformarsi delle cose l’ una nell’ altra, questa impossibilità di essere sempre e soltanto una cosa, una sostanza. L’ eterno mutare implica necessariamente l’ impossibilità di una teoria onnicomprensiva del tutto, perchè il tutto in quanto unità non esiste: questa per uno scienziato moderno potrebbe essere un’ affermazione sconfortante, e solo lo scienziato dionisiaco, forse, potrebbe farsi carico di una tale situazione incomprensibile. Se non esistono altro che parvenze, e se le parvenze sono semplicemente una danza folle, caotica, che avviene senza scopo, come sarà mai possibile qualcosa come la scienza ? Il fatto è che Nietzsche, il cui pensiero è stato spesso male interpretato o radicalizzato, non intende negare totalmente l’ esistenza di ordine nel mondo, così come ne La nascita della tragedia non veniva esclusa l’ importanza e la grazia di Apollo, ma si tratta invece di negare l’ idea che l’ ordine sia il carattere fondamentale del reale. I fenomeni del mondo sono per essenza caotici e disordinati eppure, raramente, essi danno luogo, nel loro fluire, a piccole isole di ordine. Il mondo non è nè ordinato nè caotico, ma è entrambe queste cose insieme: come diceva Shelling esso è una sorta di “caos creativo”, dove tutto ciò che nasce ha il proprio valore in sè, per il fatto stesso di esistere. Shelling parlava però ancora dell’ ordine caotico del mondo come della forma suprema di bellezza e di armonia, identificazione che ne La gaia scienza scompare del tutto: quello che noi chiamiamo “bellezza” è in realtà qualcosa di puramente soggettivo, non è altro che il nostro costitutivo bisogno di ordine. Quando i filosofi parlano della bellezza assoluta dell’ ordine nel mondo, essi non fanno altro che proiettare, nelle loro ingenue prove e dimostrazioni, le regole della loro percezione estetica sul mondo stesso, quando in realtà queste si limitano a orientare la visione che noi abbiamo del mondo, ma non toccano neanche di sfuggita il mondo come tale. La razionalità, come la coscienza, è un caso altamente improbabile all’ interno del mondo organico, così come il mondo organico è un caso altamente improbabile all’ interno del cosmo. Ciò contro cui Nietzsche polemizza è la pretesa di trovare una formula unitaria per il tutto: l’ uomo stesso è un insieme di aspetti contraddittori, assolutamente non riconducibili ad un’ unica melodia. Perchè si crede allora che l’ intero universo possa essere armonico ? E’ totalmente insensato attribuire all’ universo,antropomorfizzato, qualcosa che l’ uomo stesso non possiede ma che, illudensosi, egli crede di avere identificandosi, erroneamente, con un’ unica struttura centrale e fondante: la coscienza. L’ armonia, la razionalità, nascono entrambe all’ interno di un mondo caotico come un bisogno di alcuni organismi di mantenere se stessi alla vita, di rimanere viventi e di lottare con successo nei confronti del mondo esterno. Il mondo è l’ oggetto delle interpretazioni degli organismi, e l’ uomo l’ ha interpretato come un qualcosa che tende verso un fine e che ha uno scopo: l’ interpretazione non è cosciente, non è fatta in prima persona da un soggetto che elabora concetti, ma è fatta dal suo stesso corpo e dai bisogni della specie. Esistono quindi delle ragioni locali, parziali, che sono caratteristiche di ogni essere, ma non esiste un’ organicità del tutto. Dire che un organismo ha determinati scopi e dire che esso vive è in effetti la stessa cosa, perciò sarebbe stupido negare a priori l’ esistenza degli scopi e dei fini, ma il fatto è che non esistono scopi universali, così come non esiste una Umwelt unitaria ma ci sono soltanto tante, piccole isolette razionali, immerse in un immenso mare di caso, di insensatezza e di disordine.

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