philosophy

“Essere e Tempo” oggi: deiezione e dittatura del Si

Heidegger ha proposto un modo nuovo, originale di fare filosofia, rivoluzionandone il metodo: l’ indagine filosofica deve, da Essere e Tempo in avanti, assumere la forma di una spirale, deve divenire un circolo ermeneutico di domande poste e riproposte in continuazione, da tutte le prospettive possibili. In questo modo gli autori del passato non vengono più analizzati e considerati da un punto di vista strettamente storicistico, al punto che lo stesso Heidegger nei paragrafi §18 e §19 di Essere e Tempo non cercherà, fonti alla mano, di ricostruire analiticamente il Cartesio realmente esistito, ma cercherà invece di comprendere cosa i testi cartesiani hanno da dire a un lettore contemporaneo, cosa effettivamente essi contengano al di là delle contingenze ontiche che, a suo tempo, ne hanno inevitabilmente influenzato i contenuti. Allo stesso modo vorrei provare a leggere uno dei paragrafi più noti e interessanti del testo heideggeriano: quello riguardante la deiezione dell’ Esserci e la fuga di questo ente privilegiato da se stesso. Nei suoi testi successivi alla Kehre Heidegger farà propria la concezione hegeliana di filosofia come nottola di Minerva, nel senso che un filosofo non solo è da considerare come un uomo realmente e storicamente esistito, ma come il rappresentante dell’ intera epoca in cui ha vissuto, come il portavoce della visione del mondo del suo tempo. Per questo motivo ritengo che la tematizzazione heideggeriana di concetti come quello di pubblicità, chiacchiera, dittatura del man, sia oggi quanto mai attuale, dal momento che il mondo in cui ognuno di noi oggi è gettato è, appunto, l’ età della globalizzazione, quella che, in termini heideggeriani, potrebbe considerarsi a buon avviso un’ età dello sradicamento.

Contro l’ approccio intellettualistico della filosofia tradizionale, in Essere e Tempo Heidegger propone un’ analitica della quotidianità, dell’ innanzitutto e per lo più, al fine di mostrare, contro qualsiasi sorta di dualismo, l’ intrinseca unità ontologica di esistenzialità ed effettività. La prima viene a coincidere con la dimensione autentica dell’ Esserci, la sua essenza più vera e profonda, ovvero quello stupore angosciato dell’ uomo nella Lichtung che contempla estasiato la sua insensatezza, l’ insensatezza del mondo come tale, e riesce così a comprendersi come Cura, come struttura unitaria. Ma la vita di ogni giorno non è fatta soltanto di meraviglia e di domande esistenziali, ogni Esserci sperpera inevitabilmente la maggior parte del suo tempo, innanzitutto e per lo più, disperdendosi in una dimensione inautentica, non originaria, forse potremmo dire culturale e non naturale. L’ autenticità dell’ Esserci è l’ esistenza, e dunque il suo costitutivo rapportarsi all’ essere, ma innanzitutto e per lo più noi non viviamo in questa dimensione particolare: la cultura ha imposto nuovi bisogni, non naturali e non originari, e uno di questi bisogni è proprio la commisurazione agli altri. L’ esistenzialismo francese, per nascere, si nutrirà di Essere e Tempo, ed è proprio sulla base di queste pagine che Jean-Paul Sartre scriverà che l’ inferno sono gli altri. In questa dimensione che potremmo definire “di massa” l’ angoscia e il turbamento che autenticamente ci costituiscono trovano delle risposte, che non sono in alcun modo vere ma sono sicure. L’ Esserci, in quanto poter-essere, è sempre chiamato a decidere, a scegliere, e questo crea in lui una pesante responsabilità: la responsabilità del suo stesso poter-essere, del suo futuro. Ma un’ attenta analisi della medietà subito rivela una nuova tendenza essenziale di questo ente: il livellamento di tutte le sue possibilità esistenziali sulle scelte degli altri, cioè sulle scelte di nessuno, cioè sulle scelte del Si. Il Si ha già sempre pronto e anticipato ogni giudizio, ogni decisione, e per questo motivo può rispondere a cuor leggero di ogni scelta, perchè non si tratta di un “qualcuno” che possa essere chiamato a rispondere. Il Si non è nessuno ed è tutti quanti insieme, il Si è la massa.

Il Si, come risposta al problema del Chi dell’ Esserci quotidiano, è il nessuno a cui ogni Esserci si è già sempre abbandonato nell’ indifferenza dell’ essere-assieme (SUZ, §27)

Così l’ Esserci, innanzitutto e per lo più, fugge davanti a se stesso, trema di paura davanti alla sua stessa esistenza e trova continuamente riparo nella massa. La chiacchiera e la pubblicità sono tanto allettanti proprio perchè permettono una de-responsabilizzazione dell’ Esserci, che così non è più chiamato a scegliere perchè ha già sempre pronte tutte le risposte. La deiezione è una fuga, un divergere da sè, una chiusura -mai totale- dell’ essere autenticamente consapevoli delle proprie possibilità.

L’ Esserci è innanzitutto e per lo più presso il mondo di cui si prende cura. Questa “immedesimazione in…” ha per lo più il carattere dello smarrimento nella pubblicità del Si. L’ Esserci è, innanzi tutto, sempre già de-caduto da se stesso come autentico poter-essere e deietto nel mondo. Lo stato di deiezione presso il mondo significa l’ immedesimazione nell’ essere-assieme dominato dalla chiacchiera, dalla curiosità e dall’ equivoco (SUZ, §38)

Cosa possono dirci queste parole, a quasi un secolo dalla pubblicazione di Essere e Tempo ? Non è forse, quella che si è affermata a partire dal crollo del muro di Berlino, proprio l’ epoca della chiacchiera e della deiezione ? Non è forse il concetto stesso di globalizzazione una violenta apoteosi del Man ? La consacrazione del benessere come supremo obiettivo della vita, l’ idolatria dell’ immagine e del divertimento, non costituiscono forse una semplice e allegra via per fuggire dall’ angoscia del poter-essere ? L’ imposizione di una cultura globale sul mondo non è altro che un livellamento delle possibilità esistenziali della specie umana, esattamente come in senso individuale il seguire la massa è una de-responsabilizzazione confortante, e questo perchè la cultura che si sta imponendo sul mondo è appunto la più comoda, la più confortevole. Potremmo forse supporre che un’ esistenza deietta sia, tra i vari sentieri possibili, forse il più “felice”, ma sicuramente non si tratta nè del più autentico nè del più originario. E’ come se, concentrandoci ora sul modo in cui Heidegger intende la temporalità, il Si contemporaneo proponesse una filosofia del presente, dell’ attimo, del puro godimento nel piacere materiale, a tutto discapito della dimensione del futuro. L’ Esserci non è forse più in grado, davanti a un’ offerta così allettante come la liberazione dal suo spaesamento originario, di accettare senza remore, di accettare danzando, il pesante fardello delle sue possibilità. La medicina contemporanea ha allontanato ancor più da noi il glaciale pensiero della morte, e l’ imminenza che incombe oggi non è forse più tale. Come sarebbe possibile oggi, con i social networks e i media, con i mezzi di comunicazione contemporanea, riuscire autenticamente a dileguare tutti i nostri rapporti con gli altri Esserci, per rimanere qualche istante davvero, profondamente soli con noi stessi ? Non vi è forse una forzata soppressione di autenticità, in questa folle smania di condivisione ? Heidegger, quasi un secolo fa, ci invitava a smettere di obliare alcune semplici, naturali, inutili domande sul senso della vita e sul senso dell’ essere, forse perchè in fondo tanto inutili non sono. Innanzitutto e per lo più, infatti, l’ Esserci non ha nè può avere alcuna conoscenza esplicita del suo essere già da sempre gettato tra le braccia della morte, la sua costituitiva gettatezza non può che essergli aperta dalla situazione emotiva dell’ angoscia. Credo che Heidegger, in queste pagine relative all’ essere-per-la-morte, porti con sè un profondo afflato teologico: con la vita, ovvero scegliendo di esistere, l’ Esserci può ottenere una salvezza autentica che gli è celata dalla in-esistenza, dalla “morte in vita”, ovvero dalla deiezione e quindi dall’ ignavia, dal suo naturale impulso a delegare la scelta al Si. Non si tratta certo di eliminare, anche perchè sarebbe costitutivamente impossibile per l’ uomo, la dimensione inautentica dell’ esistenza, perchè proprio questa quotidianità media è assunta, in Essere e Tempo, come unica base in nostro possesso per avviare quella ricerca ermeneutica che sola svelerà l’ essere autentico dell’ Esserci: si tratta semplicemente di non esagerare nell’ idolatrarla. L’ ideologia dominante del mondo contemporaneo, il consumismo, lascia inevitabilmente poco spazio alla dimensione spirituale e sognante dell’ uomo, soffocando così quell’ intrepido vagare del pensiero, drammaticamente senza risposte, che costituisce il circolo ermeneutico. L’ uomo ha inevitabilmente bisogno, per vivere, del con-essere e della dispersione, ma non deve obliare quell’ infinito che è in lui, la sua apertura all’ essere in generale e all’ essere degli altri enti: per questo semplice motivo era ed è necessaria una costante, ossessiva riproposizione della domanda sul senso dell’ essere. Per quale motivo questa riproposizione è ancora attuale e necessaria ? Per il semplice fatto che la storia non ha dato ragione ad Heidegger:

Dunque fu un malinteso di Essere e Tempo quello di poter superare direttamente l’ ontologia. Il terribile “successo” sta solo nel fatto che si chiacchiera ancora di più e in maniera ancora più infondata dell’ essere. (Quaderni Neri, aforisma del 1931)

Come sottolinea Sloterdijk in Non siamo ancora stati salvati, è Heidegger stesso a consigliare il metodo genealogico per comprendere a fondo e autenticamente un concetto o una tendenza del pensiero. Ebbene il processo di globalizzazione e di apoeosi del Man, che oggi può essere inteso come una “vittoria” degli Stati Uniti nella Guerra Fredda, ebbe inizio proprio nei tempi in cui Heidegger scrisse Essere e Tempo: l’ americanismo e la feroce lotta capitalistica tra medio-piccoli imprenditori ebbe proprio inizio, in Germania e in tutta Europa, proprio negli anni ’20. Non è un caso che nello stesso anno in cui fu pubblicato Essere e Tempo (1927) si svolse anche, con enorme risonanza e successo, la prima dell’ Opera da tre soldi di Bertold Brecht, che voleva appunto deridere e smascherare proprio quest’ americanizzazione e questo feroce diffondersi dell’ ideologia capitalistica, che a partire dalla ricostruzione postbellica iniziò a diffondersi nella Repubblica di Weimar. La spietatezza della concorrenza incalzante sopprime, anche nel testo brechtiano, ogni tipo di sentimento, ogni passione, ogni amore e ogni legame, soppiantati oramai dall’ ideologia del consumo, dell’ arricchimento e del denaro. Si trattava insomma di tematiche che erano nell’ aria nel panorama culturale tedesco, e se è proprio Heidegger ad auspicare una nuova indagine sull’ esserci vivente storico non ritengo possibile, nè scaltro, analizzare le pagine di Essere e Tempo decontestualizzandole dall’ epoca in cui presero la loro forma definitiva. Forse Heidegger, con Essere e Tempo, compì un ultimo, folle tentativo di smascherare una deiezione e una fuga dall’ esistenza che non era solo esistenziale, ma che era di un intero popolo, era l’ Europa intera che stava rinnegando le sue origini e le sue radici per abbracciare, in nome del comfort e del business, il più feroce e spietato degli americanismi.

 

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