literature/theater

“Prima della pensione”: Vera Höller e l’universo umano di Thomas Bernhard

Il 15 marzo del 1938 l’ingresso delle truppe tedesche in Austria venne salutato dai cittadini con grande entusiasmo e ancora maggiore fu la condivisione popolare del progetto hitleriano della costruzione di una comunità di popolo su base razziale col relativo antisemitismo.

Una volta terminata la guerra si ritenne necessario ricostituire uno Stato austriaco distaccato dalla Germania e per legittimarlo le potenze alleate dichiararono l’Austria quale “prima vittima” dell’aggressione nazista. Proprio questo motto, che divenne un mito nel costituirsi dello stato austriaco, ha impedito per molto tempo agli austriaci di fare i conti con il passato. Sarà solo durante il periodo di governo del cancelliere Franz Vranitzky, fra il 1986 e il 1997, che si giungerà a un’esplicita ammissione di corresponsabilità nelle vicende naziste.

È proprio in questi quarant’anni di oblio, fra la fine della guerra e i primi anni Novanta, che si colloca l’opera di Thomas Bernhard. Il leit motiv alla base di ogni suo lavoro è “l’esistenza quale vana aspirazione a una verità irraggiungibile, ma comunque irrinunciabile, che permetterebbe di superare i limiti dell’esistenza umana”. La vita, priva dunque di un senso conoscibile all’uomo, non è altro che una malattia mortale.

I personaggi di Bernhard altro non fanno se non ricercare un’identità stabile che quanto più il personaggio cerca di esprimerla, tanto più la sente scivolare via e perdersi nelle trappole che gli tendono le parole e le associazioni che esse suscitano. A questo si deve una quasi totale assenza di azioni e di dialogo, sostituiti dalla preminenza pressoché assoluta del monologo. Ogni monologo sembra interminabile, maniacale, grottesco. Il testo è disposto a brevi segmenti, che a volte non rispettano l’ordine sintattico né quello semantico della battuta conducendo ogni volta la possibilità di una deviazione dal discorso, di un’imprevista intonazione che modifica quella che sembrava un’affermazione sicura e affidabile e le attribuisce altre possibilità di significazione, opposte a quelle di partenza. Proprio in questa instabilità linguistica riaffiora il paradosso esistenziale, l’intuizione che non vi sia scampo per nessuno, visto che lo strumento con cui il soggetto pretende di esprimere la propria solidità in realtà rende più fitta la rete in cui ognuno è impigliato.

Vorrei dunque, a questo punto, prendere in esame la figura di Vera, protagonista del dramma Prima della pensione, come exemplum del personaggio bernahardiano, della visione dell’uomo secondo Bernhard. Nel dramma, Rudolf Höller, presidente di un tribunale tedesco, vicino alla pensione, durante la guerra giudice militare SS, continua a celebrare in privato ma con grande solennità l’anniversario della nascita di Himmler. Mentre la sorella Vera lo sostiene e collabora alla messinscena, la sorella Clara, paralizzata su una sedia a rotelle, protesta impotente. Il dramma si divide in tre atti privi di suddivisione in scene; la compagine dei personaggi muta solo dal primo al secondo atto, quando entra in scena Rudolf di ritorno dal tribunale. Vera presente in tutti gli atti, possiede il maggior numero di battute. Vera, come i suoi fratelli, è una donna straordinariamente legata al proprio passato al punto che lo stile di vita che conduce, esattamente come i discorsi che intraprende e l’ideologia nazista a cui rimane legata ciecamente ci rivelano come per lei nulla sia cambiato dalla fine della guerra; pur essendo passati più di vent’anni, Vera rimane una donna degli anni Quaranta. Lei infatti, dopo aver accudito il fratello nascosto in cantina per dieci anni, è rimasta chiusa in casa, completamente estranea al mondo che cambia, timorosa della democrazia, tremendamente legata alle sue abitudini dopo il fallimento del nazismo, verità alla quale Vera si era aggrappata ciecamente vedendo in essa un possibile superamento dei limiti umani. Ma ciò non è accaduto, gli americani hanno bombardato le loro scuole, reso paraplegica la sorella Clara e i limiti dell’esistenza sono rimasti sempre netti, chiari. Ma Vera, di questa smania fondamentale e insanabile, non è cosciente: troppo poco capace di esternare a parole il proprio disagio, se non con alcune allusioni e con le continue contraddizioni che caratterizzano i suoi discorsi, è schiava dell’abitudine e della solitudine.

Tutti è tre i nostri personaggi sono soli e timorosi verso l’altro, verso il mondo che ha messo a morte i gerarchi nazisti. Rudolf e Vera, diversamente da Clara che sembra sì avere idee socialiste ma improntate a una violenza non lontana da quella dei fratelli, per Bernhard rappresentano, pur vivendo in Germania, il paradosso dell’Austria postbellica. Nessuno di loro riconosce a se stesso dei crimini: se l’Austria è unicamente vittima del nazismo, così gli Höller sono vittime della democrazia, vittime dei bombardamenti americani che hanno reso paraplegica Clara, condannati a nascondere la loro ideologia. I tre hanno inevitabilmente bisogno l’uno dell’altro, lo ripetono spesso, sono dei “cospiratori” che vivono attaccati al loro passato aspettando una rivoluzione che riporti tutto allo status quo del regime hitleriano. Questa sottile satira di Bernhard ha, fra i molteplici destinatari, il tedesco Hans Filbinger che, poco prima della pubblicazione di Prima della pensione, era stato eletto presidente del Consiglio dei ministri del Baden-Württemberg, pur essendo stato un giudice militare sotto il nazismo, pur avendo comminato sentenze di morte.

Vera ha bisogno di Clara e Rudolf, perché i suoi fratelli e la casa dove abitano insieme, la stessa da tutta la vita, le permettono di non essere l’unica, di non essere la sola, di non essere diversa. L’azione è prevalentemente assente, tutto si concentra sulle parole, feroci, brutali e spesso contraddittorie, che si scagliano dapprima le due sorelle e poi tutti e tre insieme fino alla morte improvvisa di Rudolf per un attacco di cuore. Fra i tre personaggi non esiste dialogo, quanto piuttosto un incessante monologare (inframmezzato da continue e puntuali indicazioni sceniche dell’autore) a conferma della follia che pervade tutti e tre i congiurati, come loro stessi si definiscono, nel gelo di una casa dalla quale le due sorelle temono di uscire.

Vera, come la stessa Austria, ha cercato la verità che permetterebbe di superare i limiti stessi dell’esistenza umana nel nazismo e con la fine della guerra le sue certezze sono crollate, respinte nel buco nero dell’inconscio dal quale però continua a venir fuori una paura latente, la paura del fallimento, che assume le forme della follia.

Incapace di esternare il suo disagio a parole, Vera diventa vittima dell’abitudine (per cui non si cambia il vestito da ben otto anni), della paura, dell’incertezza. Sola, per paura del mondo che sta al di fuori di casa, non esce quasi mai se non con la sorella paralitica, che le garantisce uno sguardo di compassione da parte della famigerata gente. Lo stesso Rudolf contribuisce all’angoscia della sorella, Rudolf che deve nascondere la sua reverenza verso il nazismo, Rudolf che è riuscito a sfuggire al processo e farsi nominare presidente del tribunale, Rudolf che, con la sua follia maniacale, tiene Vera brutalmente legata ad ogni sua volontà. I discorsi di Vera sono da un lato un continuo ripetersi di frasi fatte, di certezze alle quali aggrapparsi, come ad esempio l’affermare l’importanza del giorno sette ottobre, anniversario del compleanno di Himmler, dall’altro un continuo contraddirsi come nella discussione iniziale con la sorella Clara riguardo alla bambina sordomuta che Vera ha assunto come sguattera. Qui, in risposta alle accuse della sorella che le attribuiva una malignità nello scegliersi sempre bambine povere incapaci di parlare e di sentire, Vera, contraddicendosi, risponde così:

“In fondo la gente è colpevole

della propria miseria

La povertà non è più inevitabile ormai

Chi è povero

È anche colpevole del proprio stato

Guai aiutare i poveri

Diceva sempre nostro padre

Tirarli fuori dal pantano

Non serve a niente

Le ho fatto prendere le misure per due bei vestitini.”

Ma i fiumi di parole di Vera, come dei suoi fratelli, che contraddicendosi disorientano lo spettatore/lettore, sono una protezione contro il vuoto, contro l’esterno cattivo e maligno, rappresentato in prima istanza dalla democrazia, ma anche contro il cambiamento, sempre inconsciamente desiderato, e contro la morte. Il continuo guardare all’esterno, dalla finestra, da parte di Vera, è indice del suo rapporto ambivalente verso l’altro, verso il mondo: se da una parte vi è il rifiuto, che nasce dalla paura, e il disprezzo, dall’altra vi è pur sempre il desiderio di uscire e ritrovare se stessi nella società, nel pubblico che va a teatro.

A proposito del tema bernhardiano della ricerca di un’identità stabile sono significative le parole di Vera nel primo atto, quando le due sorelle, continuando a recriminarsi, si incatenano morbosamente l’una all’altra:

“Ma l’importante è

perfezionare

il ruolo che abbiamo

alle volte non lo capiamo manco noi

e ci appare qualcosa di oscuro

ma sappiamo benissimo cosa dobbiamo fare.”

Quello che devono fare è servirsi della congerie di associazioni che gli si presentano parlando, o meglio monologando fra loro, come una rete che li protegga dalla verità, da quel “qualcosa di oscuro”, impedendogli di pronunciarla. Poco dopo Vera ritorna sull’idea del ruolo, dell’identità, con le seguenti parole:

“Abbiamo imparato a memoria il copione

i ruoli sono assegnati da trent’anni

ognuno ha la propria parte

ripugnante e anche rischiosa

i costumi sono assegnati

guai se qualcuno si mette addosso i panni dell’altro

Quando dovrà calare il sipario

lo decideremo solo noi tre insieme”.

L’identità arte–finzione che traspare da qui ci rivela come la stessa Vera, nel fingere di avere un ruolo/identità stabile e forse già prescritto/a, ci provi gusto, quasi fosse una passione o un’arte. In realtà è la sua tana, la sua sicurezza; i costumi sono la sua corazza contro un mondo in cui l’incertezza e l’autenticità rischiano di rovinarti agli occhi della gente. In questo modo mettersi nei panni dell’altro, dunque provare a vedere il mondo da occhi diversi, principio alla base della tolleranza e della compassione, risulta essere alquanto pericoloso.

Poco dopo Vera aggiunge:

“In certi momenti mi sento proprio come se fossi

su un palcoscenico

e non provo vergogna degli spettatori

non come ti vergogni tu

che sei quasi impazzita dalla vergogna

io non mi vergogno

noi continuiamo a esistere

solo suggerendoci la battuta l’un l’altro

sempre

tu io e Rudolf.”

Questa “vergogna”, che Vera sembra così tanto allontanare da sé e attribuire alla sorella, in realtà ritorna incessantemente per ben quattro frasi di fila a testimoniare che nei suoi pensieri ha uno spazio ben superiore di quanto lei dia a vedere. Sul palcoscenico, davanti agli spettatori, alla gente, che sembra non temere, la donna in realtà non si presenta mai.

Solo alla fine, con la morte del fratello durante la grande cena in ricordo del comandante Himmler, Vera si scopre libera. La morte, sorprendentemente, taglia le catene che legavano la nostra protagonista al passato; costei, davanti a una disgrazia che poco prima sarebbe apparsa come letale per la sopravvivenza di ognuno di loro, si sente all’improvviso capace, essendo da sempre una donna coraggiosa anche se falsa e bugiarda, di affrontare il presente. Così, sul cadavere del fratello/partner, come ultimo gesto ironico e grottesco, Vera va a rimettere la Quinta di Beethoven interrotta nel momento del pranzo e afferra il telefono per chiamare il Dottor Fromm, tanto odiato da Rudolf, adorato segretamente da Vera, emblema del nuovo mondo, del cambiamento, della scienza che potenzialmente illumina ogni mistero. Ma proprio mentre lei pronuncia le parole: “Per favore, il dottor Fromm” il sipario si chiude, lo scetticismo di Bernhard verso le possibilità di affermazione dell’individuo nel mondo moderno raggiunge il culmine, soffocando le ultime parole della protagonista nel buio totale.

 

 

 

Bibliografia

Teodoro Scamardì (2009), Il teatro tedesco del Novecento, Editori Laterza

Thomas Bernhard (1979), Prima della pensione. Una commedia dell’anima tedesca, traduzione italiana a cura di Roberto Menin in Teatro IV, Milano, Ubulibri, 1999

 

 

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